È un libro che va preso così com’è, in sé stesso, pezzo unico, La morale del branco di Carlo Cassola (Rizzoli, Milano 1980). Prima c’è La ragazza di Bube (Premio Strega 1960), prima ancora Il taglio del bosco (1950, dopo essere stato rifiutato qua e là), prima ancora i racconti, tanti racconti. Anche questo è un piccolo libro di racconti. Strani. Si legge che è un Carlo Cassola ormai avanti negli anni. Meditativo. Si vuole intendere altro, quando si dice così. Ma quando mai. È nato nel 1917 e ha 73 anni. Nel 1980, già da otto anni si conosceva il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma. Da cinque gli Stati Uniti avevano lasciato il Vietnam e si andava a scoprire gli orrori infiniti di una guerra durata vent’anni.

Da quattro in Argentina un colpo di stato aveva devastato la vita civile e accumulava desaparecidos e avrebbe procurato vergogna e scandalo per il mezzo secolo successivo. Da un anno era scoppiata la seconda crisi del petrolio. Nel 1980 uno scrittore con gli occhi puntati sul mondo è spaventato, vede che l’umanità corre verso l’autodistruzione umana e ambientale. E fa quello che sa fare. Scrive.

Sono 19 racconti davvero sorprendenti. Sono un miscuglio di conoscenze precise sul mondo animale e sulle dinamiche ecologiche in generale, ma anche di letture moraleggianti della natura, e di molte affermazioni che potrebbero sembrare ingenuità.

Nel primo racconto, Il dinosauro risvegliato, un dinosauro, appunto, sfugge all’estinzione perché viene inghiottito in un blocco di ghiaccio sbattuto qua e là e un giorno, quando il ghiaccio si scioglie, si risveglia, santa reliquia di un tempo lontanissimo, indecomposto, anzi, proprio vivo vivissimo, e prende la strada per il Sud perché ha fame e istintivamente gli viene di cercare verzure di ogni tipo con cui riempire l’immensa pancia pacifica. E a un certo punto lo troviamo in Lunigiana, proprio da noi, fuori porta, e lì si colloca soddisfatto di quel che lo circonda.

Gli uomini, che ancora non c’erano quando si è ibernato, intanto si sono estinti per una qualche sciagurata guerra o per un tracollo ecologico, per cui si è nel pieno dell’era degli animali, che ha sostituito quella degli umani. Ma mentre le opere degli uomini «cominciando dai depositi militari intorno a Cecina» (16) stavano andando in rovina, gli animali si combinavano a diventare umani troppo umani. Ovvero aggressivi, territoriali.

Dopo un primo momento d’amicizia con il gigante buono, qualcuno si accorge della possibilità di sfruttarne l’enorme mole e lo vorrebbe indurre a combattere per loro, per la sopraffazione del suolo, un suolo qualsiasi, quello in cui abitano basta ma ne vogliono ancora. Il povero dinosauro mite per natura si sottrae e così mentre dorme viene ucciso. Non c’è posto per i miti.

Non è neanche vagamente un libro per bambini, anche se i bambini possono leggerlo, come leggono Cappuccetto rosso nella pancia del lupo e Hansel e Gretel messi all’ingrasso.

C’è un mare di riflessione. Ci sono passaggi vertiginosi dalla natura alla morale alle scelte scellerate degli uomini, che magari non hanno a che fare con la morale in senso stretto, perché sono solo ignoranza, tremenda ignoranza. «L’ignoranza è un fattore fondamentale della bellicosità. Quanto più un branco umano o animale è ignorante, tanto più è bellicoso» (46).

C’è un’impazienza: «S’era nel 1946, forse, io ero fresco dei ricordi di vita partigiana e prevenuto contro chiunque fosse un amorale» (68). Anche noi. Ormai davvero siamo prevenuti forse. Contro chiunque non voglia vedere, capire, cambiare. Contro quelli che il mondo va così, ma dove vivi tu con i tuoi sogni, se le cose vanno così non si può che stare alle regole del branco. Che non è morale, è artificiosa costruzione di una regola di condotta senza pensiero, memoria, coscienza. Istinto. Puro lasciarsi andare a piccoli attaccamenti.

Cassola torna spesso sul tema dell’orizzonte ristretto che favorisce questo comportarsi autolesionista: «Ignoranza, paura dell’ignoto, attaccamento al proprio cantuccio, hanno un solo nome, la morale del branco» (47); «L’attaccamento al proprio cantuccio è deleterio: perché fa credere che non si possa vivere diversamente da come si vive» (46).

Ritorna ossessivo il tema della guerra: «Già per quanto appaia privo di senso, la prossima guerra generale avrà l’effetto di metter fine alla vita sulla terra» (37); «Per un millennio e più il nostro mondo è stato diviso in due, la cristianità e l’islam si sono fatti guerre a non finire. Guerre che oggi ci appaiono assurde, come tutte le guerre del passato, anche del recente passato» (82s). Eppure sempre in guerra siamo, a dispetto dell’assurdità.

I racconti più belli e anche sorprendenti sono quelli ambientati in Lunigiana, la sua terra. Sono racconti meditativi, sui resti della storia. Le torri e i castelli che il turista va a visitare nei suoi itinerari di bellezze, in realtà sono memorie dell’insensatezza dell’uomo, sempre in guerra o, quando ancora è in pace, sempre pronto a prepararla di nuovo. La bellezza di questi manufatti è superata di mille misure dalla bellezza dei luoghi, i boschi, la natura apparecchiata splendidamente.

È una raccolta piena di dolore e di vigore etico.

C’è un promemoria per i letterati: «Ci vuole un romanziere per raccontare quante sofferenze sia costato un episodio storicamente insignificante come il passaggio di un esercito per un territorio amico» (53). Amico, non nemico.

Ci sono folgorazioni qua e là che mettono in guardia dalla morale tratta dalla natura. Una per tutte: «Le formiche sono tutte nazionaliste. Il che non vuol dire che il nazionalismo sia un fatto nativo: è solo un fatto da formiche» (48).

 

 

L’articolo è stato pubblicato sul n. 12 di Regno-Attualità

Mariapia Veladiano

Scrittrice

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