Nel numero 13 di Regno-Documenti sono stati raccolti testi che rappresentano da diversi punti di osservazione il confronto continuo della Chiesa – nelle sue diverse espressioni – con la società di oggi nel suo sviluppo storico.

Un’avventura teologica

Il «dialogo tra musulmani e cristiani non solo non è impossibile, ma anzi è inevitabile» ed «è fruttuoso, e anzi urgente, per la teologia cristiana tutta, non solo nella sua branca specializzata nel rapporto tra islam e cristianesimo». È la tesi espressa dal teologo gesuita australiano Daniel A. Madigan nel saggio «“Nobiscum deum adorant unicum misericordem…”. Come potrebbe essere impossibile il dialogo teologico con i musulmani?», pubblicato nel 2019. La citazione da cui parte («[I musulmani] adorano con noi un Dio unico, misericordioso») è un’impegnativa affermazione contenuta nella costituzione dogmatica Lumen gentium sulla Chiesa, che occorre riscoprire dopo che negli ultimi 20 anni il dialogo con l’islam è stato limitato all’ambito culturale e politico.

Dopo aver ricostruito come in questi anni si siano alternati due paradigmi spesso in contrasto tra loro, il modello verità/missione e il modello cultura/valori, l’autore analizza le specificità del dialogo con i musulmani, chi lo debba portare avanti e quale ne debba essere l’impianto. Sul tema si veda anche K. Appel, «Nel confronto tra Bibbia e Corano. L’alterità fraterna», in Regno-att. 6,2021,191.

 

Le sanzioni penali nella Chiesa

Occorreva modificare la disciplina penale del Codice di diritto canonico «in modo da permettere ai pastori di utilizzarla come più agile strumento salvifico e correttivo, da impiegare tempestivamente e con carità pastorale a evitare più gravi mali e lenire le ferite provocate dall’umana debolezza». Lo scrive papa Francesco nella costituzione apostolica Pascite gregem Dei, con cui il 23 maggio ha promulgato il testo revisionato del Libro VI del Codice. Nel corso della conferenza stampa di presentazione, l’1 giugno, i vescovi Filippo Iannone e Juan Ignacio Arrieta Ochoa, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, hanno evidenziato gli aspetti salienti dei nuovi canoni, che sono il frutto di un lavoro di revisione avviato durante il pontificato di Benedetto XVI. Tra i criteri direttivi delle modifiche introdotte spiccano una maggior determinatezza delle norme penali, l’elenco tassativo delle sanzioni, la protezione della comunità e l’attenzione per la riparazione dello scandalo. Quanto alle nuove fattispecie penali, esse riflettono per molti aspetti i principali «casi» di cui le cronache ecclesiali si sono occupate negli ultimi 20 anni, in particolare i delitti di tipo economico-finanziario e quelli che il nuovo Libro VI colloca, innovativamente e significativamente, tra i delitti «contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo», ovvero i delitti «contro il sesto comandamento del Decalogo» dei quali, nella Chiesa, sono vittime i minori.

 

Norme anti-corruzione in Vaticano

Mentre a Strasburgo Moneyval, l’organismo di monitoraggio del Consiglio d’Europa per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo, discuteva il Quinto rapporto sui progressi della Santa Sede in termini di trasparenza finanziaria, quest’ultima compiva un ulteriore passo avanti nel processo di riforma delle finanze vaticane per renderle adeguate agli standard dei paesi membri. Il 29 aprile papa Francesco, con il motu proprio recante Disposizioni sulla trasparenza nella gestione della finanza pubblica, per «conformarsi alle migliori pratiche per prevenire e contrastare la corruzione nelle sue diverse forme» ha stabilito delle nuove norme valide per tutti i funzionari di livello dirigenziale C (cardinali, capi dicastero, vicedirettori) e per coloro che svolgono funzioni amministrative, giurisdizionali, di controllo e vigilanza. Questi dovranno sottoscrivere – all’assunzione e poi con cadenza biennale – un’autodichiarazione di non aver riportato condanne definitive, non essere sottoposti a processi penali pendenti o a indagini per alcuni gravi reati, non detenere contanti o investimenti in paesi ad alto rischio di riciclaggio o finanziamento del terrorismo o in paradisi fiscali e, infine, non possedere partecipazioni in società che operino contro la dottrina sociale della Chiesa.

 

Il governo delle associazioni di fedeli

Il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita «ha ritenuto necessaria la regolamentazione dei mandati delle cariche di governo quanto a durata e a numero, come anche la rappresentatività degli organi di governo, al fine di promuovere un sano ricambio e di prevenire appropriazioni che non hanno mancato di procurare violazioni e abusi». Perciò l’11 giugno ha pubblicato il decreto Le associazioni di fedeli, che disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo Dicastero.

Approvato da papa Francesco in forma specifica, il testo – come evidenzia anche la Nota esplicativa che lo accompagna – identifica due aspetti necessari per un retto esercizio del governo: regolamentare la durata dei mandati degli organi di governo a livello internazionale e garantire la rappresentatività degli stessi. Si dispone quindi che i mandati non possano superare i 5 anni, e che singoli soggetti non possano esercitare più di due mandati consecutivi (con un’eccezione per i fondatori). Le associazioni poi devono garantire a tutti i membri di partecipare, direttamente o indirettamente, all’elezione degli organismi centrali di governo. Le norme qui descritte sostituiscono quanto previsto dagli statuti delle diverse associazioni, se discordanti.

 

DDL Zan: la nota vaticana

«La Segreteria di stato rileva che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa – particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere” – avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Diverse espressioni della sacra Scrittura, della Tradizione ecclesiale e del magistero autentico dei papi e dei vescovi considerano, a molteplici effetti, la differenza sessuale, secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina». Sono le osservazioni che la Segreteria di stato vaticana – Sezione per i rapporti con gli stati (diretta dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher) ha inviato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede con una Nota verbale datata 17 giugno, che è stata resa pubblica dal Corriere della sera il 22 giugno.

Il disegno di legge noto come «Zan» dal nome del relatore, il deputato del Partito democratico Alessandro Zan, reca Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. È stato approvato dalla Camera dei deputati il 4 novembre 2020, e attualmente è all’esame della Commissione giustizia del Senato.

 

Linee per il Cammino sinodale

Dopo la conclusione della 74a Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (Roma, 24-27 maggio; Regno-doc. 11,2021,348; Regno-att. 12,2021,341), che ha deciso con votazione di avviare il Cammino sinodale della Chiesa italiana, sono stati pubblicati il 1° giugno i primi materiali relativi al processo: la Carta d’intenti per il «Cammino sinodale», che in una prima bozza era stata presentata a papa Francesco, e l’Introduzione alla Carta d’intenti per il «Cammino sinodale», relazione che mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e vicepresidente uscente della CEI, ha tenuto nell’Assemblea generale.

Al di là delle modalità operative concrete, che verranno individuate dal Consiglio permanente che si terrà dal 27 al 29 settembre, la prospettiva sintetica del Cammino viene così delineata: «L’itinerario del “Cammino sinodale” comporta la necessità di passare dal modello pastorale in cui le Chiese in Italia erano chiamate a recepire gli Orientamenti CEI a un modello pastorale che introduce un percorso sinodale, con cui la Chiesa italiana si mette in ascolto e in ricerca per individuare proposte e azioni pastorali comuni».

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