Commento alle letture per la liturgia della XVI domenica del tempo ordinario

Ger 23,1-6; Sal 23 (22); Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Un elemento di crescente importanza ricorre nei primi capitoli di Marco come fosse un personaggio muto e, a volte, sottinteso o addirittura negato. È un elemento del tutto concreto, ma non si può dire che non abbia uno speciale valore simbolico. Parliamo del cibo.

È verosimile che nei suoi giorni nel deserto, Gesù se ne sia astenuto: Marco (1,19) non ne parla, ma i Sinottici, al contrario, vi insistono. Troviamo poi forse un pasto a casa di Pietro dopo la guarigione della suocera (1,31), uno a casa di Levi (2,1-20), i discepoli che colgono spighe di sabato con la conseguente polemica (2,23-26) e, soprattutto, l’impossibilità di mangiare a causa della folla con la significativa reazione dei parenti di Gesù (3,20). Viene poi detto di dare da mangiare alla figlioletta di Giairo dopo il suo risveglio (5,43). Ma non è ancora tutto.

Dopo due parabole sul seme, che in qualche modo col cibo ha relazione, viene negato il pane come scorta ai missionari (6,8) e per contrasto c’è un tristo e lussuoso banchetto nella reggia di Erode che causa l’uccisione del Battista (6,14-29). Segue una ripresa del tema dell’impossibilità di mangiare a causa della folla (6,31) e infine, al culmine di tutto, un cibo gratuito e sovrabbondante che basta per una moltitudine (6,35-43).

Quando Gesù vede «una grande folla» (polun ochlon, 6,34) e ne ha compassione come di un gregge senza pastore – ed è la stessa folla che poi sfamerà –, si preoccupa prima di tutto di «insegnare loro molte cose» (didaskein autous polla, v. 34). Si possono allora notare due cose: il fatto che egli non ne sia infastidito, ma anzi si commuova per la gente che lo costringe a rinunciare al progetto di andarsene in un luogo solitario con gli apostoli, e il fatto che l’insegnamento sia la consolazione che egli offre alla folla come un cibo di cui tutti andavano in cerca senza trovarlo (cf. Am 8,11s).

Parola e cibo sono così in reciproca corrispondenza e la compassione di Gesù si manifesta nel dispensare entrambe le cose. Questa dinamica corrisponde al punto focale in cui si concentra tutta la Scrittura (Schenker): non si vive di solo pane (Dt 8,3) ma il pane/cibo, come segno della provvidenza divina (Sal 104,27-28), sostanzia la parola.

Il fatto che la folla sia un gregge senza pastore, ovvero senza una guida provvidente (Nm 27,17) o come un esercito in rotta (1Re 22,17), non significa che un popolo sia senza guida in senso assoluto, ma che ha una guida inadeguata. Il riferimento può essere al mondo religioso dell’epoca, ma fa riflettere anche il fatto che gli inviati di Gesù tornino e parlino senza entusiasmo di quello che hanno vissuto (cf. al contrario Lc 10,17): hanno già sperimentato quanto sia difficile proporsi come pastori, benché inviati.

L’elemento decisivo per chi guida è appunto la compassione che, come sempre, non va scambiata per un semplice sentimento, ma è soprattutto la volontà e la capacità di cambiare progetto: Gesù infatti appare preoccupato per i suoi (vv. 31-32) e decide di ritirarsi con loro in un luogo deserto (eis eremon topon, vv. 31.32), in un luogo cioè non idilliaco, ma tradizionalmente il luogo del silenzio, della preghiera, della solitudine e della prova.

Si tratta quindi di un momento di revisione seria e di parole importanti come quelle della spiegazione della parabola del seminatore (kat’idian, «in disparte», in Mc 4,34 e 6,31), non di semplice riposo. Tuttavia Gesù può cambiare programma quando si vede attorno la stessa folla di prima. «Folla» o «moltitudine» (polloi, vv. 31.33), gente che non si è lasciata scoraggiare dall’insuccesso di Nazaret.

Sono gli stessi a cui verrà dato da mangiare un cibo sovrabbondante. Siamo quindi di fronte a pochi versetti di passaggio, senza miracoli, senza fatti o parole forti, ma rivelatori di un atteggiamento importante di Gesù come lo sarà per gli inviati.

Proprio ripensando la dinamica e gli elementi fondamentali di questi pochi versetti si può concludere che non c’è bisogno di aspettare l’ultima cena per sapere che si può fare di tutto eucaristia, avendo parola pane e compassione fino al rendimento di grazie.

Stefania Monti

Biblista

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