Commento alle letture per la liturgia della XVII domenica del tempo ordinario

2Re 4,42-44; Sal 145 (144); Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

I primi sei capitoli di Marco sono percorsi dal tema del cibo e del mangiare, culminando nel miracolo del pane sovrabbondante (Mc 6,30-44), miracolo che è raccontato anche dagli altri Sinottici e da Giovanni (6,1-15); anzi in quest’ultimo pare una pausa di distensione narrativa dopo le complesse e tese discussioni di Gv 5.

In realtà esso introduce un lungo e complesso midraš di Es 16, passando, come sempre per il quarto Vangelo, attraverso il libro della Sapienza (16,15ss).

Dopo un’introduzione (vv. 1-5a) che delimita spazio e tempo del racconto ponendoli in un clima decisamente pasquale – unica difficoltà testuale è il doppio genitivo «di Galilea di Tiberiade» che non pare si possa semplicemente risolvere aggiungendo «cioè»: la doppia denominazione asindetica (tes Galilaias tes Tiberiados) pone un problema di tradizione e redazione del testo –, l’impianto dell’episodio rimanda a vari elementi dell’Esodo: non solo quanto alla data, ma anche quanto a Gesù sul monte in atteggiamento autorevole (cf. Mt 5,1).

Segue un dialogo, iniziato da Gesù, che mette in luce, senza dichiararla, la compassione di lui per la folla, di cui non disprezza i bisogni elementari. Il fatto che il dialogo parta da lui è il segnale che non solo l’iniziativa è tutta sua, ma che egli dominerà l’intera situazione. A metà episodio infatti (v. 11) è Gesù a occuparsi personalmente della distribuzione del cibo: ora se sono cinquemila uomini (andres, v. 10), ed è presumibile ci fossero anche donne e bambini non calcolati, tale distribuzione sarebbe un dettaglio non realistico, ma che intende sottolineare appunto l’iniziativa e la sollecitudine di Gesù.

Che ci siano bambini tra la folla è detto indirettamente dalla presenza di un paidarion (v. 9) che ha con sé dei pani d’orzo e dei pesci. Il termine è raro nelle Scritture, perché compare solo nei LXX in Tb 6,2, ma raro non è nel greco ellenistico e dei papiri; si tratta di un diminutivo di pais e indica un «ragazzetto», un bambino o anche un giovane schiavo, cosa che potrebbe essere confermata dalla qualità del cibo che ha con sé: il pane d’orzo è quello dei poveri e due pesci sono poca cosa. Di questi si parlerà stranamente solo e ancora una volta al v. 11, a conferma forse del fatto che ciò che sta a cuore a Giovanni è il seguente midraš sulla manna e il pane di vita e sulla loro sovrabbondanza.

Gesù ha aperto il problema chiedendo «da dove» (pothen, v. 5) si potranno acquistare i pani (artous, al plurale) per la folla. Dunque non sarà un cibo genericamente misurato: ognuno dovrà avere più di un pane, secondo il suo bisogno; né viene chiesto «dove», cioè se ci sia un fornaio o qualcuno che vende il pane. L’avverbio è di moto da luogo, indica una provenienza. Gesù interpella Filippo sull’origine del cibo, e poiché sa ciò che sta per compiere (v. 6) è come se dichiarasse l’origine del pane e di colui che lo dà. Filippo non coglie il dettaglio del «da dove» e risponde che il problema è la quantità e il denaro, quandanche si trovasse una bottega (v. 7). È il semplice e sano buonsenso a farlo parlare.

Invece la Pasqua – la festa dei giudei (v. 4) – è vicina, e secondo la mentalità targumica si sa che è di Pasqua che accadono gli eventi salvifici, anche quelli più distanti tra loro nel tempo: siamo perciò riportati allo stesso clima di liberazione, di sazietà e di salvezza di cui Gesù si rende protagonista, come si è detto, distribuendo il cibo personalmente dopo la beraka di rito.

Dell’agnello della cena pasquale non deve avanzare nulla e così della manna: ognuno raccolga quello che può mangiare ma non se ne faccia una riserva. Di questo pane, di provenienza sconosciuta alla folla e ancora misteriosa per i discepoli, nonostante la modesta quantità di partenza – che tuttavia deve esserci, perché non si parte dal niente – si ha un avanzo simbolico a misura delle tribù d’Israele.

Il «segno» (semeion, v. 14) viene in parte equivocato: certamente Gesù può essere interpretato come il profeta escatologico, ma è ancora troppo poco.

Questo cibo è un dono non richiesto (cf. invece Mc 6,3-36), un dono che è come colui che lo fa, anzi è colui che lo fa (Marcheselli): un dono sovrabbondante.

Stefania Monti

Biblista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap