Commento alle letture per la liturgia della XXIII domenica del tempo ordinario

Is 35,4-7; Sal 146 (145); Gc 2,1-5; Mc 7,31-37

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Nella vicenda che conclude il c. 7 di Marco (vv. 31-37) risalta un grande interesse per la corporeità: i movimenti, le persone coinvolte, le parti del corpo nominate.

Si possono individuare tre momenti: nel primo (vv. 31-32), dopo un’introduzione per così dire geografica non molto chiara, Gesù ha di fronte alcune persone che gli conducono un sordo che parla malamente. Nel secondo momento (vv. 33-35) Gesù è solo con quest’uomo. Nel terzo (vv. 36-37) i pronomi al plurale fanno pensare che ci siano di nuovo altre persone, e benché non ne sia precisata l’identità, si può pensare che siano gli stessi dei vv. 31-32.

Colui che deve essere guarito è soprattutto una persona impedita nei suoi rapporti sociali e nel suo lavoro. Come tutti i sordi dalla nascita, non è in grado di parlare con sicurezza e speditamente.

Il termine mogilalos è raro: compare qui e in Is 35,6 (LXX). Il contesto di Isaia è quello del nuovo esodo, e in Marco siamo di fronte a una guarigione-liberazione, che deve introdurre la persona nella normale rete delle relazioni sociali.

Tutto si gioca sul contrasto aprire/chiudere. Gesù ha davanti a sé un uomo in condizione di chiusura: in entrata perché non sente, in uscita perché non parla bene.

La guarigione avviene attraverso una serie di azioni (v. 33). A fronte della richiesta di imporre la mano (v. 32) troviamo gesti che danno un tono popolare al racconto e che arricchiscono la scena vivacizzandola. Si veda, per contrasto, il forte disappunto di Na’aman perché Eliseo gli ha chiesto e ha fatto troppo poco, cf. 2Re 5,11.

Qui invece si citano dita, orecchie, lingua e verbi come «porre» (letteralmente «scagliare», ebalen, v. 33), «sputare» (ptusas, v. 33) e «toccare» (ēpsato, v. 33): tutta la persona è coinvolta.

Non solo: Gesù alza gli occhi al cielo, in un gesto di preghiera non espressa, e sospira o geme (estenaxen, v. 34).

Contemporaneamente, oltre al riferimento alla liberazione, l’insistenza sulla manualità di Gesù richiama la manualità divina nella creazione (cf. Sal 8,4). Liberare un uomo guarendolo è ri-crearlo e immetterlo nuovamente nella vita.

Quanto al dettaglio del sospiro o del gemito, è come se da una parte Gesù volesse partecipare al linguaggio inarticolato del sordo, e dall’altra l’evangelista volesse invece introdurre il momento culminante dell’epphata.

Su questa forma verbale è ancora aperta la discussione, che è stata particolarmente intensa negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Certamente si tratta di un imperativo della radice ptH, «aprire», come conferma la traduzione che l’evangelista stesso ne dà (dianoichtheti, v. 34). Ma la discussione verte soprattutto sulla lingua e può introdurre il più vasto problema di riconoscere la lingua parlata da Gesù.

Si può supporre infatti che all’epoca ci fosse un certo polilinguismo e si parlasse greco nei mercati, latino nell’ambito dell’amministrazione, ebraico nel Tempio e nelle sue scuole, aramaico nei villaggi con pronunce dialettali, mentre l’aramaico targumico era la lingua della sinagoga. Cominciava infine a esistere l’ebraico mišnico (Barr) di cui non è dato ancora conoscere quanto fosse presente all’epoca di Gesù.

Non è quindi possibile pronunciarsi in maniera categorica a favore dell’aramaico (Birkeland, Black, Horton) o dell’ebraico (Rabinowitz), e benché la lingua sia espressione corporea privilegiata, siamo privati di questo elemento decisivo.

Inoltre a fronte dell’apertura del sordo e delle sue facoltà, Gesù chiede a lui e agli astanti a noi sconosciuti una chiusura dando l’ordine di tacere, proprio quando invece tutti sono in grado di udire e parlare. L’ordine peraltro viene disatteso, come se intimare il segreto fosse un espediente per indurre alla trasgressione. Leggiamo così un’esclamazione (v. 37) che riprende Sir 39,16 e intende forse alludere al rinnovamento escatologico della creazione.

Luogo delle relazioni e della comunicazione in tutte le sue forme, è comunque il corpo il protagonista, non solo in questo racconto. Esso è l’epifania dell’umano nelle sue manifestazioni volontarie e non – basterebbe rileggere i Salmi per constatarlo. In esso c’è tutto, fino alla grande rivelazione giovannea (Gv 1,14).

Stefania Monti

Biblista

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