Arturo Parisi è stato ministro della Difesa in un momento cruciale dell’impegno militare e umanitario dell’Italia in Afghanistan, tra il 2006 e il 2008.

A partire dalla precipitosa fuga degli USA dal paese nell’agosto scorso, nell’intervista che verrà pubblicata sul prossimo numero di Regno-Attualità – e che qui anticipiamo in alcune sue parti -, vengono affrontate con lui il senso della presenza occidentale «nel cimitero degli imperi» e su che cosa può significare oggi l’espressione «esportare la democrazia».

– Quali erano le premesse della nostra presenza d’allora (all’interno del contesto NATO) e di quella statunitense? Vista la modalità dell’abbandono di oggi, perché andammo?

«Per solidarietà con gli Stati Uniti, il nostro principale alleato. Una solidarietà spontanea com’è quella verso un fratello, ancor di più quando è il fratello maggiore. Una solidarietà fortemente sollecitata come capita quando il fratello maggiore si conduce come un “grande fratello”. Solidarietà: lo stesso motivo che ci ha indotti a partire tra i primi e a tornare con gli ultimi, senza che venisse mai meno la nostra partecipazione. Sì soprattutto se non unicamente per quel patto atlantico che ci vide tra i primi 12 fondatori, per quella solidarietà che dal 1949 rappresenta la principale discriminante della nostra collocazione internazionale.

Per l’Italia, l’Afghanistan non rappresentava infatti in sé né un interesse politico, né economico, né strategico. E lo vedremo meglio presto quando a consuntivo riusciremo a chiederci che cosa nell’immediato abbiamo portato a casa, a fronte dei 54 morti e dei troppi feriti, oltre ai forti costi economici della nostra partecipazione.

È solo quella solidarietà quasi a priori che può giustificare l’accettazione spesso supina dell’inadeguata definizione degli obiettivi dell’intervento in Afghanistan, che è oggi contestata da molti e discussa da tutti. Contestata e discussa innanzitutto da Biden quando fonda la necessità dell’uscita (del suo se e del suo quando), sul venir meno dei motivi che furono all’origine dell’entrata. […]

Se la spinta che ci indusse a partecipare alla missione afghana fu, come ho detto, innanzitutto la solidarietà verso gli Stati Uniti, essa fu tuttavia sin dall’inizio ispirata a un progetto che andava oltre i limiti di un semplice intervento militare. Non una missione di pace, come si disse mettendo l’accento sull’investitura ONU, ma una missione per la pace, una missione a sostegno di un Afghanistan che potesse cercare in una condizione progressivamente pacificata il suo nuovo futuro.

Questo fu quello che dicemmo ai cittadini italiani, ai soldati che inviavamo là, e agli afghani, di fronte al mondo. Parole purtroppo spesso in ritardo rispetto ai risultati che l’intervento riuscì a conseguire nel suo complesso, ma di certo diverse da quelle spese oggi da Biden, sia per giustificare l’uscita sia per tentare di ridimensionare la resa ai talebani e le disonorevoli immagini della fuga scomposta e vergognosa che dentro un fiume di sangue continuano a scorrere implacabili sotto i nostri occhi increduli».

 

– Che sia comune a tutti gli alleati occidentali (e quindi anche nostro) o prevalentemente statunitense, se tuttavia dovesse indicare una parola, quale sceglierebbe per descrivere la natura e le conseguenze del disastro presente?

«A stare alla evidenza immediata dei fatti, tra i termini che ho visto ricorrere con maggiore frequenza, “disastro” è di certo quello che li descrive meglio, il termine che lei stesso ha scelto. […] Sì un disastro, ma, ripeto, non una calamità figlia dell’avversità delle stelle.

Ecco perché, se dietro i fatti e i singoli atti che li hanno prodotti cerchiamo le dinamiche che li hanno generati e quelle che i fatti hanno messo in moto, il termine più adatto a descrivere quello che ha prodotto il disastro e che il disastro a sua volta produce è quello di “catastrofe”. […]

Resta comunque sicuro che per l’America, quella che l’anno scorso a Doha si è arresa all’Emirato islamico, dopo averlo combattuto fino a poco tempo prima come un suo radicale nemico, e per l’Occidente, che ha condiviso con lei questa grave sconfitta, le domande che riguardano il futuro sono molto più preoccupanti di quelle che riguardano il passato. Può essere che la catastrofe si apra alla catarsi. Ma quello che la vicenda afghana ha rivelato a tutti i soggetti coinvolti nel dramma è destinato a lasciare una traccia profonda nell’idea che ognuno ha di sé stesso e degli altri. Del suo posto nel sistema delle relazioni internazionali, della sua nuova vocazione del suo progetto per il futuro. Questo è il punto».

 

– In questo contesto, tra passato e futuro, qual è ora il ruolo dell’Europa? Perché qui è in gioco anche il ruolo della NATO e la capacità dell’Unione Europea d’intervenire.

«Di certo non potremo far finta di non aver visto. Né ci verrà facile dimenticare la lezione afghana, le azioni degli americani e le omissioni degli europei. Partiti raccontando ai nostri concittadini che si trattava di una missione di pace, siamo finiti smentiti dal nostro fratello maggiore che ora dice che quella alla quale ci eravamo associati non era altro che una guerra. La guerra più lunga.

Partiti per l’Afghanistan in nome di un Atlantico ristretto per la “Lotta globale al terrorismo” verso un “Mediterraneo allargato” al “Grande Medio Oriente”, rischiamo di finire con un Atlantico molto più largo, oltre ogni previsione. Io credo che per l’Europa la NATO debba continuare a rappresentare quel quadro di sicurezza che ha consentito agli occidentali di difendere la comune culla della nostra civiltà.

Ma, se non cambia, la NATO muore. Biden ha ragione. L’uscita dall’Afghanistan equivale all’entrata in una nuova epoca. Ma l’entrata nel nuovo secolo sta a segnare la fine di quel secolo che per eccellenza è stato il “Secolo americano”. […]

 

– La formula “esportare la democrazia” mi pare del tutto fuorviante. Mi chiedo e le chiedo se non sia più corretto domandarsi se sia possibile, e dunque necessario, favorire processi che avvicinano le istituzioni di determinati paesi a forme e percorsi di maggiore libertà e democrazia.

«Condivido totalmente. Già il fatto che, ancorché solo per dibattere del perché dell’entrata e dell’uscita da Kabul, si sia rispolverato dagli scaffali il reperto della cosiddetta “esportazione della democrazia” merita una considerazione. In un tempo in cui la democrazia è associata nei dibattiti alla sua crisi e al suo arretramento può sorprendere che appena vent’anni fa si discutesse della sua esportazione. Come se la democrazia fosse poco più di una Coca cola da vendere e dar da bere ai consumatori di un nuovo mercato. Un prodotto, non un processo per definizione incompiuto, del quale si conosce soltanto la forza che l’alimenta, la libertà, e la liberazione della persona come direzione di marcia. […]

La prima volta che da ministro della difesa incontrai a Kabul il nostro contingente – era il giugno del 2006 – dissi: “Non ci facciamo illusioni sullo scenario futuro dell’Afghanistan, ma sappiamo che dobbiamo continuare a collaborare con le autorità del paese (allora appena legittimate dal primo voto popolare) sostenendole con una presenza militare capace di garantire sicurezza in ogni angolo del territorio, qui a Kabul come nelle diverse province”. […]

Certo, dopo vent’anni dobbiamo riconoscere che in Afghanistan la meta è ancora lontanissima, come lontana è ancora all’interno delle società degli stati liberatori, dalla democraticissima America, che appena in questo gennaio abbiamo visto a Washington sottoposta a una prova drammatica, fino al “califfato” turco che, dentro la NATO, in quell’area ha svolto e svolge una funzione sempre più problematica.

E tuttavia pur con ritardi e contraddizioni innegabili pur nel lentissimo cammino verso la democrazia anche in Afghanistan questi vent’anni non son passati invano. Se pur di uscirne a tutti i costi gli Stati Uniti hanno deciso di non accorgersene, sacrificando alla resa al vecchio nemico i pochi risultati conquistati a duro prezzo, se ne accorgeranno presto i talebani. Sono convinto tuttavia che in quello che fu “il cimitero degli imperi”, nella stessa tomba dell’imperialismo sia stata seppellita anche la cosiddetta “esportazione della democrazia”».

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

Un pensiero riguardo “Stati Uniti: fuga dall’Afghanistan

  • 11 Settembre 2021 in 07:24
    Permalink

    Sono invece convinto che l Democrazia si esporti proprio “in canna di fucile” se non “a filo di spada”. Benedetto Croce parlava di mancata romanizzazione per giustificare la barbarie germanica e del Medioriente filo-nazifascista. Se l’India è oggi la più popolosa Democrazia parlamentare del mondo, lo si deve alla lunga occupazione Inglese (se i colonialisti fossimo stati noi o, peggio, gli Spagnoli od i Francesi oggi sarebbe un grande povero Afghanistan).
    Danilo De Masi

    Risposta

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