Questa sua «simpatia», anzi questo suo «fascino straordinario» che «ha esercitato su di me, giovanissimo assistente, è difficile da dimenticare. Perché non era un fascino solo di attrazione intellettuale ma era anche un fascino che conteneva un appello, un richiamo al rigore morale e in questo senso è stato a quell’epoca della mia vita una lezione di vita che non ho più dimenticato». Mario Draghi usa parole di grande stima e affetto per ricordare, a 14 anni dalla sua scomparsa, la figura e l’impegno di Beniamino Andreatta.

L’economista, accademico, banchiere e ora presidente del Consiglio, ripercorre il pensiero e l’azione di un altro grande economista, professore e più volte ministro con i governi Cossiga, Forlani, Spadolini, Ciampi e Prodi. «Nino», che è stato un esponente di spicco della DC e del PPI, che in ogni esperienza ha dimostrato una particolare premura alla relazione tra economia, politica e società.

Il suo impegno e le sue sfide riemergono nel dibattito politico a 14 anni dalla sua scomparsa, proprio in quella Bologna che lo vide impegnato già negli anni 60, dove fondò l’Istituto di scienze economiche e la Facoltà di scienze politiche. Qui la Bologna Business School dell’Alma Mater gli ha voluto dedicare l’aula magna di Villa Guastavillani, che contiene una raccolta di 2.500 volumi donati dalla società editrice Il Mulino in ricordo del professore.

 

Paziente riformatore

«Nino Andreatta è stato un riformatore paziente, lungimirante dell’economia italiana – ricorda Draghi durante la cerimonia -. In realtà, noi pensiamo sempre all’economia, ma la sua personalità era molto più vasta e lui voleva riformare lo Stato, i comportamenti delle persone, non lo faceva con intento condiscendente, lo faceva istintivamente».

La profonda umanità e i valori morali hanno caratterizzato la vita del politico e dell’insegnante, in accademia come in parlamento.  Il premier torna con la memoria a quegli anni 80 e alle sue «tesi molto impopolari» per l’epoca.

Aveva il pallino fisso di «riformare»: la spesa sociale italiana – sosteneva – non è eccessiva, ma mal distribuita fra i diversi strumenti. Nella sua diagnosi, in Italia «lo stato sociale non si è attuato, come nel caso degli esempi nordici, a partire da una programmazione che nasceva da una idea di welfare: è nato sotto la spinta della pressione politica, affinché si tutelassero taluni interessi piuttosto che altri. Ha prevalso l’interesse alla sicurezza di fronte alla malattia e alla mancanza di reddito nell’età anziana della vita. Sono rimasti invece sacrificati quegli istituti propri del welfare State che riguardano la protezione della disoccupazione e delle condizioni estreme al di sotto della linea di povertà». Critiche che non risparmiano l’assistenzialismo industriale con il quale negli anni 70 si tentò di arginare gli effetti della crisi, con l’unico risultato di appesantire il già notevole carico del debito pubblico.

«Ha sempre messo in discussione le sue convinzioni – prosegue il presidente del Consiglio -. Visione e pragmatismo non erano per lui alternative ma complementari. La sua intelligenza era sempre applicata alla realtà».

 

Il rigore morale

Il tratto più rilevante di Andreatta uomo di Stato resta il suo rigore morale. Lo studio e la conoscenza dei problemi – secondo Draghi – alimentavano la sua indipendenza di giudizio.

«Da ministro, si è mosso in modo coraggioso e onesto in anni drammatici per la Repubblica, e non ha esitato a prendere decisioni necessarie anche quando impopolari. Sono tentato di dire “soprattutto” se erano impopolari. “Le cose vanno fatte perché si devono fare, non per avere un risultato immediato” come sintetizzò una volta con efficacia».
Sono gli anni a Via XX Settembre (alla Banca d’Italia), al Bilancio e al Tesoro, tra il 1980 e il 1982. Gli anni della crisi del Banco Ambrosiano. «Andreatta ha attraversato le tempeste di quegli anni con autonomia, indipendenza e immediatezza. Esortando anche la propria parte politica a “dire molti no e pochi sì per evitare che tutto sia travolto nella irresponsabilità”. La politica di allora non lo ascoltò, anzi lo emarginò.
I risultati di quella scelta scellerata della politica di allora sono ancora oggi, purtroppo, davanti a noi».

 

Alla cerimonia a Bologna era presente anche Romano Prodi. «Beniamino Andreatta – ricorda l’ex presidente del Consiglio e l’ex presidente della Commissione europea – amava più seminare che raccogliere». Questo «è un caso unico nell’accademia e nella politica». In questa occasione «voglio ricordare la sua straordinaria generosità. E la capacità di dare, indipendentemente dal fatto che fosse lui a raccoglierne i frutti. È un caso unico nell’accademia e nella politica. Fa piacere ricordare come abbia avuto un legame fondamentale nell’inizio di questa scuola».

Paolo Tomassone

Giornalista

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