Commento alle letture per la liturgia della XXIV domenica del tempo ordinario

Nm 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Vien da pensare che le parole di Giovanni (Mc 9,38) siano dettate da un senso di frustrazione e rispecchino i sentimenti di tutto il gruppo apostolico a seguito dell’insuccesso nell’episodio del fanciullo tormentato da uno spirito muto e sordo (Mc 9,17ss).

Al centro di quell’episodio c’è il problema della fede: quella del padre del fanciullo, che si riconosce incredulo (9,24), e quella, forse ugualmente scarsa ma non dichiarata, dei discepoli che non riescono a liberare il ragazzo (9,28). A loro Gesù ricorda come solo la preghiera possa scacciare certi demoni (9,29). La preghiera in quanto manifestazione e sostegno della fede, appunto.

L’insuccesso diventa tanto più scottante se si vede un tale non identificato (eidomen tina, v. 38), che avvalendosi del nome di Gesù riesce là dove essi hanno fallito. La cosa è seria, perché quest’uomo non appartiene alla loro cerchia – alla lettera «non ci seguiva» (ouk ekolouthei emin) –. Il fatto che non si parli di seguire Gesù, ma il gruppo, fa pensare che si tratti di una polemica della prima Chiesa, che si vede scavalcata da eventuali taumaturghi.

L’elemento dominante però è il «nome» che compare ai vv 38.39.41 – ma compariva già al v. 37 –, che tiene legati il tema dell’accoglienza e quello della guarigione.

Il capitolo infatti è variamente composito e riceve una certa omogeneità dalla ripetizione di termini e temi significativi. Al v. 42 troviamo anche i «piccoli», che riprendono in parte il motivo dei bambini del v. 37.

Nel complesso sono tutti brevi insegnamenti di diversa natura, che ruotano attorno ai temi dell’appartenenza alla comunità e della sollecitudine per i più deboli.

Il pronome di prima persona plurale del v. 38 dà comunque da pensare: con esso la Chiesa chiede un’appartenenza che, di fatto, può essere chiesta solo da Gesù, come conferma il v. 41. Tanto che anche una tazza d’acqua, che in fondo è una cosa modesta, deve essere data nel suo nome e per l’appartenenza a lui.

Il nome dunque evoca potenza ai vv. 38-39 (cf. per esempio Sal 118,10-12, dove l’espressione «nel nome del Signore» equivale a «con la mano del Signore»), e avvalora un’appartenenza al v. 41.

D’altra parte un estraneo, come l’uomo non identificato dell’inizio, non deve essere considerato in maniera ostile, perché non è di necessità un nemico. In realtà qui non si tratta di avversari né di nemici, ma di non mettere in discussione in nome delle appartenenze la libertà di Dio, che può elargire a chi vuole il potere di guarire.

Come il «nome» domina i vv. 38-41, il tema della fede domina i vv. 42-48 attraverso lo scandalo.

In questa seconda parte della pericope sono stati espunti i vv. 44 e 46, perché mancano da manoscritti autorevoli e antichi come il codice Sinaitico e il codice Vaticano; questi versetti suonano come un ritornello perché in tutto uguali al v. 48. È probabile, come qualcuno pensa, che siano stati aggiunti in manoscritti più tardivi per favorire la memorizzazione di un testo che, alla fine, voleva funzionare come deterrente.

La fede – si dice – è così importante che non deve esserci inciampo neppure nel proprio corpo. Tutto però sta a vedere come il corpo ne sia coinvolto. Vengono indicati tre organi fondamentali: mano piede occhio. Sembrano tutti e tre gli organi legati all’agire, che però sappiamo dover essere guidati dal cuore, ossia da conoscenza e volontà. È abbastanza chiaro che, nell’incertezza del loro buon uso, sarebbe bene, paradossalmente, non averli, ma il problema è imparare a disciplinarli. Non pare necessario restringere il senso di questi organi alla sfera sessuale, ritenendo che «mano» e «piede» in particolare siano eufemismi giustificati da paralleli veterotestamentari, qumranici o mišnici (Yarbro Collins). L’agire umano è abbastanza difficile e bisognoso di discernimento anche al di là di questa sfera.

Sono piuttosto organi che interagiscono col mondo esterno in maniera sia attiva sia ricettiva (Barbi). In qualche modo, essi possono favorire un atteggiamento predatorio o, al contrario, di chiusura verso l’esterno, compromettendo il proprio ingresso nella vita, quella del Regno. Siamo così riportati al fatto che solo chi perde la propria vita la salva.

Stefania Monti

Biblista

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