Nell’ambito del convegno su «Le metamorfosi della democrazia» (seconda edizione dei «Percorsi di cultura politica» organizzati dalla rivista Il Regno e dalla Comunità monastica di Camaldoli), il teologo Pierangelo Sequeri ha svolto una meditazione su «Non di solo pane vivrà l’uomo», in cui ha anche riflettuto sul ruolo della comunità cristiana nella crisi della politica. In un’intervista a margine è poi tornato sul tema. 

(Guarda il video)

In questa fase di crisi della politica, mentre si diffonde l’antipolitica e quindi un po’ di rassegnazione e di scetticismo nei confronti della stagione dei grandi ideali, il ruolo delle comunità cristiane è quello di rilanciare orizzonti più alti della condizione umana e sociale, e quindi anche della comunità umana.

 

Il diritto alla felicità

In particolare credo che come cristiani possiamo avere un ruolo su due fronti. Il primo è quello che va a rinforzare quello che io chiamo il «godimento simbolico della qualità umana», che non è fatto soltanto di possesso e consumo di beni materiali. Il desiderio di felicità e di soddisfazione, infatti, è profondamente umano, e oggi siamo convinti che tutte le persone abbiano diritto a questa apertura.

Le comunità cristiane possono occupare questo spazio, cioè mostrare la bellezza, la profondità, la forza, l’interesse e il senso di animazione che viene alla condizione umana nel momento in cui si dedica al godimento simbolico delle proprie qualità migliori: la riflessione, il dialogo, l’arte, la rappresentazione, la creatività e l’invenzione.

Questo oggi possiamo farlo come antidoto alla voracità di un sistema dei consumi che anche il godimento simbolico lo fa diventare merce, spettacolo di poco valore, di evasione e di passatempo.

 

Valori non economici

Il secondo apporto che possiamo dare è elaborare e rendere persuasiva l’idea che c’è una felicità nel prendersi cura della comunità.

Il cristiano è uno disposto anche al sacrificio necessario per condividere questa idea: che c’è una soddisfazione – che sta diventando ignota a noi e quindi inquina anche la politica – nel lavoro bello, nel lavoro per abbellire la comunità, per farla diventare una comunità in cui è bello stare, è bello cooperare, occuparsi gli uni degli altri e occuparsi anche delle cose che sono comuni, che non sono di nessuno ma sono il luogo nel quale la comunità ritrova la felicità della relazione, del legame e dell’essere insieme, pur nelle diversità e anche delle divergenze sulle cose della vita.

È quello che Gesù chiama regno di Dio: tu scopri come un tesoro di avere già nel tuo campo qualcosa che vale di più di tutte le cose che ti servono semplicemente per sopravvivere.

 

La crisi della politica non si risolve con l’economia

Questa è la premessa indispensabile, perché altrimenti la crisi della politica diventa subito crisi economica e si pensa di risolverla producendo di più, aumentando le risorse e incrementando la circolazione del denaro: queste sono operazioni non solo in sé aride, ma obiettivamente selettive.

Rimediare alla crisi della politica con il potenziamento dell’economia produce un effetto selettivo, cioè fa diminuire i membri della comunità che possono aspirare a questo godimento simbolico.

Se si allargano le disparità non è perché la gente è egoista, ma perché quello che la pubblicità ci raccomanda ostinatamente ogni giorno è di incrementare la qualità del vivere semplicemente con i mezzi dell’economia invece che con i mezzi della politica, ovvero con una visione di contenuto, una visione propositiva delle buone ragioni che gli umani hanno per essere insieme, per stabilire legami e per creare cose nuove. Questo è un vicolo cieco e ci sta semplicemente soffocando. I popoli più poveri, che sono ancora più in crisi perché le loro leve economiche sono modeste, naturalmente affonderanno prima.

 

 

Pierangelo Sequeri

teologo

Un pensiero riguardo “Sequeri: la Chiesa torni a pensare la politica

  • 1 Ottobre 2021 in 18:30
    Permalink

    Forse è necessario “disviare” il consumo verso prodotti “umani” e non industriali. Prodotti simbolici che non hanno solo un costo economico, ma soprattutto un valore umano. Il valore dell’impegno, della solidarietà, del bene comune e non il valore di mercato. Produrre più cultura, più salute, più incontro, più bellezza e meno macchine, computer, energia… armi.

    Risposta

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