Guzzetta: ascoltare il grido disperato della democrazia diretta

«La democrazia è sempre un sistema in pericolo perché si fonda su delle basi che sono per definizione una scommessa, cioè la scommessa che gli uomini siano in grado di autogovernarsi» ha spiegato Giovanni Guzzetta, docente all’università Tor Vergata di Roma, intervenuto a Camaldoli su “Democrazia. Il catalogo della crisi”.

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«In questo periodo – ha proseguito – la crisi è particolarmente forte perché sta cambiando molto nel mondo: sta cambiando l’equilibrio geopolitico mondiale, il modo di vivere la lotta politica all’interno degli Stati, le ventate populiste, al polarizzazione molto forte del conflitto». Secondo il giurista sta cambiando anche il modo in cui ciascun cittadino si rivolge alla vita pubblica, perché «la digitalizzazione» e il modo di costruire i rapporti «che è del tutto diverso rispetto al passato» ha «delle implicazioni anche sul modo di concepire la realtà e il modo di intervenire nella vita pubblica, sull’idea un po’ semplificata che tutti possiamo sapere di tutto, tutti possiamo decidere di tutto, anche magari questioni giudiziarie piuttosto che di temi complessi. Mentre la democrazia richiede anche un tempo di confronto, di dialettica e non che ciascuno nel chiuso della sua stanza elabori la propria soluzione e poi la prospetti agli altri ma che ci sia un confronto».

«Io sono convinto che sia possibile uscire da questa crisi perché la democrazia nasce con il rischio della crisi ma anche con gli anticorpi – ha detto Guzzetta -. Ovviamente questa è una crisi particolarmente complessa perché ha anche delle dimensioni globali, c’è un sentimento di insicurezza molto forte» come si è sperimentato anche durante l’emergenza Covid.

Però «le risorse ci sono purché la democrazia ritrovi le proprie radici e abbia il coraggio della promessa. La promessa democratica – secondo il docente – è credere che i cittadini contino e che quindi possano incidere sul proprio futuro. La democrazia diretta è un po’ un grido disperato di fronte alle debolezze, le fragilità e i limiti della democrazia rappresentativa ed è un po’ un’utopia. Perché in sistemi così diretti la democrazia diretta non sarebbe praticabile, sarebbe una scorciatoia. Però fa male chi la demonizza se contemporaneamente non fa un atto di autocritica verso il modo in cui funziona la democrazia rappresentativa».

Quindi «la domanda di democrazia diretta – ha concluso Guzzetta – è inversamente proporzionale alla qualità della democrazia rappresentativa. Quando in un paese c’è molta domanda di democrazia diretta vuol dire che democrazia rappresentativa funziona male e chi può – chi ha il potere di cambiare le cose – dovrebbe interrogarsi profondamente e non limitarsi a un’alzata di spalle verso chi chiede più partecipazione».

 

Paolo Tomassone

Giornalista

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