Le «comunità fisiche devono essere libere da strumenti digitali», perché «con uno smartphone sempre in mano non saremo mai una comunità».

Secondo lo psicologo comunicazionale, Giuseppe Riva, è fondamentale il ruolo della scuola e dell’associazionismo: «attraverso di essi possiamo riuscire a costruire delle comunità che diano un futuro, delle aspettative e dei valori che poi possono guidare il comportamento dei più giovani». Come ha spiegato alla Scuola di Politica organizzata da Il Regno assieme alla comunità monastica di Camaldoli.

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Secondo gli studi delle neuroscienze la tecnologia ha un impatto sulle nostre vite, in particolare sulla nostra identità. «La psicologia – ha ricordato Giuseppe Riva – ci dice che noi abbiamo due dimensioni della nostra identità: l’identità personale, l’insieme delle caratteristiche di personalità, i tratti stabili di una persona, e l’identità sociale, cioè il ruolo che abbiamo all’interno della società. Le ultime ricerche dicono che su entrambe queste dimensioni la tecnologia gioca un ruolo fondamentale».

La tecnologia, attraverso l’uso, crea dei nuovi schemi. «Gli schemi sono dei meccanismi cognitivi che ci permettono di prevedere la realtà – ha spiegato lo psicologo -. Acquisendo un nuovo schema noi costruiamo delle aspettative, vediamo il mondo in un certo modo. E questo finisce per condizionare sia i nostri comportamenti che il nostro ruolo all’interno dei gruppi sociali di cui facciamo parte».

 

L’impatto sul linguaggio

«Lo sviluppo delle tecnologie touch, soprattutto quando vengono date in mano a bambini molto piccoli con meno di due anni di vita, portano a un’alterazione significativa delle aree del cervello che sono legate al linguaggio. E la principale conseguenza – secondo Riva – è quella che molti insegnanti e genitori vedono: un aumento dei problemi del linguaggio nell’età pre-scolare». Lo stesso problema si vede anche nella costruzione dell’identità sociale che riguarda il nostro ruolo all’interno delle comunità di cui facciamo parte.

«Oggi la tecnologia ci permette di superare il confine del luogo. Quante volte è capitato di entrare una pizzeria e vedere i gruppi di adolescenti che sono intorno un tavolo ma tutti hanno in mano un cellulare e non interagiscono fra di loro. Questo indebolimento delle comunità fisiche ha reso più facile influenzare i nostri giovani in particolare attraverso i social media: quello che prima erano le comunità pratiche basate sulla la dimensione fisica oggi sono state sostituite dalle comunità digitali. Le comunità digitali possono essere un luogo di crescita ma solo se ci aiutano a capire chi vogliamo essere».

 

Social media

«Oggi i social media lavorano più su una costruzione dell’identità mediante opposizione: ci dicono cosa non vogliamo essere ma non ci aiutano a capire che cosa vogliamo essere. E questo ovviamente crea un’identità ‘vuota’ che poi ci fa cambiare comportamenti come se fossero delle banderuole».

Quello che possiamo fare per cercare di contrastare in qualche modo l’impatto di questi effetti è lavorare su due dimensioni. «La prima è lavorare sulla narrazione e sul linguaggio: quello che manca oggi a molti giovani è proprio la capacità di riflettere criticamente su quello che gli sta succedendo; oggi le nostre vite sono basate sul qui e ora, su quello che succede adesso, e molto spesso non siamo in grado di separarci e di riflettere in modo da organizzare un futuro possibile. Quello che consente la lettura, e la narrazione in particolare, di costruire delle alternative, di visualizzare dei mondi possibili che noi possiamo lottare per raggiungere. E da questo punto di vista la riscoperta della letteratura e della poesia, di queste forme basate sul linguaggio, consente al giovane di aprire dei mondi che oggi purtroppo i social media non gli permettono di vedere».

L’altra dimensione è quella della «ricostruzione delle comunità fisiche» che sono un contesto fondamentale per l’interazione. «E’ giusto il confronto, il confronto fa parte della vita, ma ciò che succede nei social media è la radicalizzazione. E soltanto guardandoci in faccia noi riusciamo a discutere senza essere radicali e questo passa attraverso ritorno le comunità fisiche. Le comunità fisiche devono essere libere da strumenti digitali perché abbiamo visto se noi siamo in pizzeria e abbiamo tutti un cellulare in mano non saremo mai una comunità».

«Il ruolo della scuola e dell’associazionismo – ha concluso il prof. Riva –  sono due strumenti fondamentali per raggiungere questi obiettivi: attraverso di essi possiamo riuscire a costruire delle comunità che diano un non futuro, delle aspettative e dei valori che poi possono guidare il comportamento dei più giovani».

 

Paolo Tomassone

Giornalista

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