Commento alle letture per la liturgia della XXIX domenica del tempo ordinario

Is 53,10-11; Sal 33 (32); Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

All’interno del gruppo dei dodici c’è una sorta di «circolo privato» (Donahue-Harrington) composto da Pietro, Giacomo e Giovanni. Probabilmente è normale che questo accada in ogni gruppo umano, e che a costoro siano riservati alcuni momenti o parole speciali.

Ancora all’interno di questo «circolo», si ritaglia la coppia di fratelli – Giacomo e Giovanni – che presentano a Gesù una loro richiesta. Lo fanno a viso aperto e alla presenza degli altri, che infatti reagiranno malamente (Mc 10,41).

La voglia di emergere è già apparsa nel corso di Mc 9,33ss e si trattava di un posto privilegiato all’interno della comunità. Pietro ha in qualche modo ripreso il discorso in Mc 10,28. Ora tocca agli altri due componenti del «circolo privato», che – probabilmente grazie alla loro partecipazione al mistero della trasfigurazione (Mc 9,2) – chiedono i posti eminenti nel Regno futuro di cui hanno intravisto la gloria. Se la loro richiesta sia dettata dalla visione di Mosè ed Elia non è dato sapere. Sappiamo invece che tutte queste richieste, dirette o indirette che siano, avvengono paradossalmente dopo un annuncio della passione e troveranno parziale esaudimento, almeno quella dei due fratelli, nel Getsemani.

Il maestro (didaskale, v. 35) a cui si rivolgono quasi chiedendo un ammaestramento, ma in realtà avanzando una richiesta con un tono molto determinato (thelomen, «vogliamo», v. 35), risponde con una domanda che riprende i termini da loro stessi usati e non li blocca con un rifiuto. Si limita a precisare.

Propone loro un calice (poterion, v. 38) e un battesimo (baptisma, v. 38): il primo elemento lo ritroveremo, come sopra accennato, nella notte del Getsemani (Mc 14,36), il secondo allude alla morte, come si vedrà poi nella teologia paolina.

Dunque Gesù li rimanda agli annunci della passione come fossero un passaggio del suo insegnamento che non è stato colto né compreso. Il titolo didaskalos risulta così doppiamente fuori contesto e dal punto di vista redazionale potrebbe essere ironico. I due fratelli non vogliono farsi istruire e non ricordano le sofferenze di cui Gesù ha parlato, e quasi esigono un dono (dos emin, «dà a noi», v. 37).

Il maestro invece continua a rettificare e a precisare, grazie anche all’indignazione degli altri discepoli da cui i due fratelli non si sono troppo allontanati.

Questa indignazione, come la richiesta che l’ha provocata, rispecchia forse tensioni all’interno della comunità cristiana, in cui si reclamano preminenze e situazioni di privilegio creando divisioni.

La rettifica/precisazione procede attraverso tre avversative contrassegnate da «ma» (alla, vv. 40.43.45).

Di fronte alla richiesta smodata dei due fratelli, la prima rettifica riafferma che ci sono cose che Gesù non sa e che sono riservate al Padre: tra queste il destinare i primi posti nel Regno futuro (v. 40), e di questa realtà ultima il maestro pare non conoscere supremazie.

La seconda e la terza riguardano la differenza tra «governare» (archein), «dominare» (katakureuein) e, infine, «servire» (diakonein), che è l’unico vero modo per governare (v. 42).

Il «governare» infatti si pone tra i due poli contrapposti del dominio e del servizio, ma ai discepoli spetta la supremazia del servizio, alla scuola – questo è infatti il suo vero magistero – del figlio dell’uomo che è venuto per servire. Anzi nel testo c’è uno slittamento da diakonos «servo» a doulos «schiavo», a dire che la supremazia si esercita attingendo al livello sociale più basso (vv. 43-44).

Se resta ignoto di chi sia la supremazia nel Regno della gloria, sono ben chiare le condizioni per quella terrena: la logica di chi governa/domina il mondo non è quella del figlio dell’uomo e dei discepoli, che seguono una logica di debolezza e dello stare indietro.

Così l’essere servo non è un fatto legato alla santità personale o a un discorso morale, ma una funzione entro il disegno di Dio – la stessa funzione esercitata nella storia da Israele (Nodet) e dai suoi esponenti eminenti: da Mosè al servo del Secondo Isaia.

Di questa storia e di questa funzione Gesù si fa totalmente carico e insegna ai discepoli a seguirlo sulla stessa strada.

Stefania Monti

Biblista

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