Commento alle letture per la liturgia della XXX domenica del tempo ordinario

Ger 31,7-9; Sal 126 (125); Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Imbattersi in un mendicante cieco seduto in terra uscendo dalla città doveva essere nel I secolo uno spettacolo abbastanza comune. Siamo a Gerico, a poca distanza da Gerusalemme, e questo cieco è il protagonista di un racconto movimentato, in cui non mancano elementi che richiamano la nostra attenzione.

Di lui si sa che è figlio di Timeo, senza poter precisare se il nome del padre sia greco, riportando alla nostra mente un dialogo di Platone, che però non doveva esser noto al redattore, o aramaico (così Strack-Billerbeck).

Probabilmente non è cieco dalla nascita, dato che chiede di «vedere di nuovo» (anablepein, v. 51, letteralmente sarebbe «alzare gli occhi», ma qui è piuttosto «tornare a vedere»). È ben vero che lo stesso verbo compare in Gv 9,11 riferito a un uomo cieco dalla nascita, ma il redattore marciano non specifica a quando risalga la cecità e sappiamo che una malattia come il tracoma era endemica nell’area fino agli anni Trenta del Novecento.

Ci si può chiedere come un cieco, che sente dire che passa Gesù Nazareno, possa chiamarlo con un titolo altisonante come «Figlio di David» (vv. 47.48). È improbabile che conoscesse la genealogia davidica di Gesù, ma la tradizione identificava il figlio di David per antonomasia con Salomone, ritenuto guaritore e mago. Bar Timeo, perciò, se vuole guarire, sa chi chiamare e come. La denominazione potrebbe però avere anche una funzione anticipatrice rispetto all’ingresso di Gesù in Gerusalemme (Mc 11,1ss).

La stessa funzione può avere il grido insistente (krazein, vv. 47.48) del cieco, che quasi preannunzia le acclamazioni della folla che seguiranno (cf. Mc 11,10).

Subentra poi un altro titolo, rabbouni, «maestro mio» (v. 51), che all’epoca non era ancora di uso comune e risulta quindi un riconoscimento del magistero di Gesù, con l’aggiunta del possessivo di prima persona, quindi più mirato del didaskale già incontrato di recente (Mc 9,17.38, 10,17.20.35).

La scena è movimentata e gioca sui contrasti: Bar Timeo grida, Gesù parla (eipen, vv. 49.51.52), i presenti rimproverano; Gesù chiama; una volta chiamato, il cieco getta via il mantello e non è chiaro se questo sia un espediente per dare ancora più dinamicità al racconto o un gesto simbolico. Il mantello era l’unica ricchezza del povero (Es 22,24-26), e il cieco mostra di abbandonare tutto quello che ha, a differenza del ricco incontrato precedentemente (Mc 10,22).

Infine Gesù chiede che cosa voglia (ti soi theleis poieso, v. 51; la stessa domanda era stata fatta poco prima ai discepoli: ti thelete poieso umin, 10,36) e adesso il cieco parla (eipen), non grida più. Tutto prende una dimensione di incontro tranquillo, non concitato. La guarigione non è rimandata a forze soprannaturali, ma alla fede dell’uomo espressa dal suo grido, che può ricordare il grido antico del popolo in Egitto (krauge, Es 3,7 LXX, sostantivo dalla stessa radice del verbo krazo usato da Marco). Anche la guarigione da una malattia è un processo di liberazione.

Quasi tutti i commentatori concordano nel dare dell’episodio una lettura simbolica: questo cieco finalmente «vede», così come il credente deve vedere al di là dell’ormai prossima passione e morte di Gesù.

Ma indicano anche un altro elemento come simbolo significativo: la strada (odos, v. 52) luogo e segno della fede e della sequela.

In breve: abbiamo qui un miracolo che funziona come una parabola, perché il non detto è più significativo di quanto è scritto e il racconto rimanda comunque a un significato che va oltre il semplice dettato dell’episodio.

È una parabola abbastanza trasparente: la conclusiva affermazione di Gesù (v. 52) porta a dire che solo chi crede può vedere veramente, e questa fede deve essere pronta a una partenza.

Il verbo upago – da cui l’imperativo upage del v. 52, «va’» –, è sempre intransitivo nel Nuovo Testamento e ha talora il senso di «va’ via» o «va’ a casa» (cf. Mt 8,13, 20,14 e qui). Gesù non ha detto «seguimi» – semmai il contrario –: il cieco guarito non è stato invitato/chiamato tra i discepoli, ma gli è comandata una semplice partenza che egli traduce in sequela.

Stefania Monti

Biblista

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