Considerazioni a margine di un convegno bolognese sulle violenze sui minori (e le persone fragili)

Incuriosita dal fatto d’assistere alla prima uscita pubblica del Servizio diocesano per la tutela dei minori di Bologna, ho pensato di partecipare a questa mattinata, dalla quale, in tutta franchezza, non mi aspettavo di poter trarre cose nuove. Il tema, che ormai sulle pagine della rivista e anche al di fuori seguiamo da anni, forse decenni, un po’ ci ha costruito una piccola scorza.

«Minori e persone vulnerabili. Consapevolezza e prevenzione degli abusi: dialogo con la città», era il titolo attorno al quale lo scorso sabato 13 novembre – e guardando a oggi, 18 novembre, Giornata di preghiera che la CEI ha dedicato alle vittime di abusi – ha visto gli interventi del card. Matteo Zuppi, di mons. Lorenzo Ghizzoni e di Elisa Benassi, Mariagnese Cheli, Clede Maria Garavini, coordinate da Giovanna Cuzzani.

Non vorrei fare qui un resoconto della mattinata, quanto piuttosto annotare alcune considerazioni a margine, perché la scorza di cui parlavo è stata in realtà bucata da alcune positive osservazioni, più di quante ne avessi previsto.

 

Al tavolo quasi solo delle donne

L’osservazione, facile da fare dalla platea, l’ha espressa nel suo intervento anche il vescovo ospitante. Come nel mondo della cura, intesa nel senso più vasto, prevalgono le figure femminili, così anche nella Chiesa, oggi in tutti i Servizi di tutela dei minori (è un dato facilmente verificabile) diocesani e regionali le psicologhe, giuriste e in generale le «esperte» sono in prima linea.

Sono donne giovani e meno giovani, professionalmente molto competenti; ma, soprattutto, sono del tutto consapevoli che prendere sul serio la questione degli abusi e delle violenze sui minori nella Chiesa significhi modificare radicalmente alcuni assunti di base: «Superare la cultura del silenzio» (Benassi), quella cultura che ha preferito il buon nome dell’istituzione all’ascolto delle vittime per tanti anni. Lo hanno ribadito anche il card. Zuppi e mons. Ghizzoni – vescovo di Ravenna e responsabile del Servizio CEI per la tutela dei minori –, ricostruendo come la Chiesa, nella sua storia recente, abbia preso consapevolezza degli errori del passato e della svolta così radicalmente impressa dal pontificato di Francesco.

Però sta di fatto che il programma di rinnovamento che si trasmette nei seminari, agli educatori e ai catechisti, agli insegnanti di religione, ai sacerdoti in avvicendamento (Cuzzani) sta passando, prevalentemente, attraverso delle donne. Questione da tenere a mente, quando si parlerà concretamente del Sinodo italiano…

 

Una convergenza possibile tra credenti e non credenti

Coloro che prendono a cuore le sofferenze dei minori che hanno subito violenze (in ogni ambito), convergono mettendo a confronto saperi ed esperienze, senza tema di scontro ideologico: la mattinata ha messo assieme la consapevolezza che la violenza più grave è quella che lede il «cuore sacro che rende l’umano tale» (Cheli), quel nucleo del sé che prende forma grazie alle relazioni umane di riferimento; i diritti dell’infanzia, un insieme di esigenze essenzialmente di tipo relazionale, che vengono violati dai (presunti o pretesi) diritti individuali degli adulti che si pensano irresponsabili nei confronti dei minori di cui, proprio perché adulti, dovrebbero prendersi cura (Garavini); richieste di sinergie e collaborazione da parte di un assessore (donna) di un grande comune della cintura bolognese e persino la più garbata delle domande sul celibato sacerdotale che io abbia mai ascoltato in un contesto pubblico.

Miracoli di ascolto, quando la ricerca è realmente comune e sincera e non di bandiera.

 

Pezzi di Chiesa consapevole

Il convegno, infine, mi ha posto di fronte a un pezzo di Chiesa umilmente consapevole. Un sacerdote intervenuto nel dibattito ha espresso con molta semplicità l’idea che perseguire a fondo l’accompagnamento delle vittime, la formazione e la prevenzione delle violenze configura cambiamenti radicali nella vita della Chiesa; tema raccolto da un altro sacerdote, don Gabriele Davalli, coordinatore regionale del Servizio di tutela, che ha parlato di una «Chiesa malata» in alcuni suoi tratti.

Parlando poi a tu per tu con altri presbiteri presenti, un responsabile della formazione, un religioso, un parroco, ho avuta chiara la percezione che c’è una generazione giovane, attenta a questi fermenti della vita ecclesiale e sociale, incamminata lungo la via indicata dal pontefice, disponibile a una fraterna collaborazione con ogni componente del popolo di Dio anche se lo fa nel silenzio e in un’umile dedizione al proprio ministero. Senza clamori mediatici.

Anche questo è un segno dei tempi.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice attualità per “il Regno”

Un pensiero riguardo “Considerazioni a margine di un convegno bolognese sulle violenze sui minori (e le persone fragili)

  • 18 Novembre 2021 in 14:46
    Permalink

    Maria Elisabetta sai che seguo con partecipe struggimento da sempre questo argomento e amo Il Regno che lo segue, attraverso i tuoi articoli, con puntualità ostinata, attraversando deserti di silenzi e omissioni. E sono contenta di questo resoconto. Il fatto che fossero presenti in gran parte donne, mi conferma nell’idea generale, e quindi vale anche per la Chiesa, che se ci fossero più donne nei ruoli di vera responsabilità le cose andrebbero molto molto meglio. Resta che su questo tema la parte più interessante e vera della Chiesa italiana viaggia nascosta e non va bene, perché le cose buone che si fanno per prevenire e impedire la pedofilia fra il clero vanno dette ai quattro venti, sennò i venti si portano appresso solo gli scandali. E resta che ad oggi manca un’indagine seria sul fenomeno in Italia.
    Se fosse un tema in classe, nel giudizio scriverei che l’argomentare della Chiesa appare ondivago (vogliamo parlare degli ultimi giorni e dei fatti di Lione?) ma improvvisamente sento che è meglio passare a una conversazione privata. Grazie!

    Risposta

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