«Occorre osservare che al momento c’è poca attesa nel popolo di Dio, e una certa tiepidezza in una parte dell’episcopato» in merito al sinodo nazionale che si intreccia con quello universale. «Bisogna confidare che a un certo punto il processo si metta in moto. Convintamente. E questa constatazione suscita più che un’amarezza: una preoccupazione». Come scrive il direttore de Il Regno, Gianfranco Brunelli, sull’ultimo numero di Attualità «c’è ancora uno scarto di comprensione tra il pontificato di Francesco e una parte dell’episcopato. Anche quello italiano. Compresa la cosiddetta ala progressista». 

Di seguito il testo dell’editoriale. 

Un Sinodo che parla del sinodo. La Chiesa che parla di se stessa. Da ottobre 2021 a ottobre 2023, la Chiesa cattolica celebrerà un Sinodo che vedrà il coinvolgimento dapprima delle Chiese locali e poi dell’assemblea vera e propria.

Azzardando, potremmo dire così: il sinodo come tema, come stile e come evento, posto al centro della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, rappresenta l’appuntamento ecclesiale più importante di questo pontificato. Così come per Giovanni Paolo II lo fu il Giubileo del 2000. Una meta orientativa e un processo ecclesiale in atto. È questa la vera riforma di papa Francesco: la sinodalità come identità e stile ecclesiale.

Tutto si è posto con chiarezza fin dall’inizio. Se il documento fondativo del pontificato rimane l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il tema, lo stile, l’evento sinodale – che reca il titolo «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione» – contiene in sé lo sviluppo ecclesiale più coerente del concilio Vaticano II, che papa Francesco ha saputo interpretare: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio (…) Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “sinodo”».

Nel Sinodo, con lo stile sinodale, la Chiesa si mostra per quello che è: una comunità di discepoli che riconosce l’iniziativa salvifica di Dio nel suo Figlio, che coltiva una visione universale e non settaria della salvezza, che esprime cioè nella fede in Cristo la vocazione all’unione con Dio e all’unità in lui di tutto il genere umano. Dunque è l’azione di Dio nella storia che convoca il suo popolo, ciascuna persona singolarmente e assieme. Questa dimensione fa sorgere la sinodalità come stile e come prassi.

La presenza della Scrittura, l’azione dello Spirito nelle coscienze, il magistero e il ruolo dei pastori illuminano e accompagnano il discernimento, delineano una partecipazione fraterna e guidano il processo decisionale. Ma tutto questo la Chiesa non lo vive per se stessa. L’annuncio inevitabile della Chiesa è rivolto a una persona che è capace in se stessa d’ascoltare nella storia concreta della sua esperienza la parola del Dio libero. Questo cammino con gli uomini, ispirato al volto misericordioso di Dio, traguarda il cielo.

La Commissione teologica internazionale, nello studio elaborato tra il 2014 e il 2017, e pubblicato nel 2018, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, aveva ribadito e argomentato la sinodalità come forma storica del cammino escatologico della Chiesa (cf. nn. 23. 50). La sinodalità non si vincola alla cronaca ecclesiale, ma si qualifica come la riscoperta della dimensione teologica del mysterium salutis (K. Rahner).

 

Nuove vie

per l’evangelizzazione

A questo percorso già si rivolgeva l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG). La sua intenzione profonda era e rimane quella, dichiarata fin dall’inizio, di trovare vie nuove all’evangelizzazione nel nostro tempo, secondo uno stile sinodale. E per questo, oltre alle questioni impellenti della vita ecclesiale, affrontava i temi della riforma della Chiesa in uscita missionaria; la Chiesa intesa come totalità del popolo di Dio che evangelizza; le motivazioni spirituali per il dialogo e l’inclusione dei poveri; il cristianesimo come stile della misericordia di Dio. E non era casuale che sempre nel 2015, aprendo i lavori del Convegno nazionale della Chiesa italiana, il papa raccomandasse di ripartire dall’esortazione e di farlo con un sinodo nazionale.

Occorre tenere ben presente che l’esortazione apostolica era ed è anzitutto una chiamata alla responsabilità delle Chiese locali e delle conferenze episcopali, Italia compresa. L’esortazione apostolica, prima e a premessa dell’elencazione delle sfide che la Chiesa ha di fronte in questo tempo, poneva due criteri esplicativi: la necessità che i medesimi temi e altri ancora fossero «oggetto di studio e d’approfondimento»; che si procedesse nella Chiesa a un «salutare decentramento». A dire della necessità di un maggiore e diretto coinvolgimento delle Chiese locali e delle conferenze episcopali, nazionali e continentali in questo compito magisteriale.

«Non credo – affermava papa Francesco – che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva e completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori» (EG 16; EV 29/2122). Sono posizioni già presenti nella riflessione del magistero e dell’ecclesiologia conciliare e postconciliare (cf. in particolare la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium), che hanno una radice profonda nel magistero di Paolo VI (in particolare nella Evangelii nuntiandi e, per lo specifico riferimento alle Chiese locali, nell’Octogesima adveniens, cf. n. 4).

Ora proprio il tema della misericordia, che è proprietà fondamentale del Dio rivelato (cf. EG 37), costituisce il principio ermeneutico della teologia pastorale del papa. Essa richiede un cambio di paradigma nella relazione tra la Chiesa e il mondo, entro il quale il magistero di sempre della Chiesa viene ridetto, passando da un metodo deduttivo a uno induttivo, in quanto la Chiesa e il cristiano partecipano della situazione umana concreta. È lì che si è prossimo ai fratelli, chiunque essi siano; è lì, concretamente, che si decide del nostro rapporto con Dio: essi sono il criterio per interpretare la concreta volontà di Dio (cf. Lc 10,25-37).

 

L’occasione

di un sinodo nazionale

La Chiesa italiana dopo lunghe titubanze, qualche diniego e alcune resistenze ha deciso d’assecondare le richieste del papa e d’indire un sinodo nazionale che si intreccia con quello universale.

Occorre osservare che al momento c’è poca attesa nel popolo di Dio, e una certa tiepidezza in una parte dell’episcopato. Bisogna confidare che a un certo punto il processo si metta in moto. Convintamente. E questa constatazione suscita più che un’amarezza: una preoccupazione.

C’è come ancora uno scarto di comprensione tra il pontificato di Francesco e una parte dell’episcopato. Anche quello italiano. Compresa la cosiddetta ala progressista. Dietro alle critiche a papa Francesco, alla sua gestione, soprattutto a quella istituzionale, al governo della Chiesa, si nascondono talora abitudini conservative, riflessi meramente gestionali, delusioni personali, qualche obiezione o timore dottrinale: tutte cose ricapitolabili in un disegno più ampio, qual è quello di papa Francesco.

Se non fosse che il male della Chiesa, anche della Chiesa in Italia, sembra essere quello di una certa stanchezza. È l’effetto di un processo di secolarizzazione che ha permeato non solo il gregge, ma è penetrato anche nell’istituzione ecclesiastica, che rischia di non essere diversa dalla società nel suo insieme.

Nel disegno ecclesiale di papa Francesco non è dunque chiesto a nessuna Chiesa di dimenticare la propria storia, ma d’annunciare il Vangelo di salvezza nella nostra storia attuale; non è chiesto alle Chiese locali e ai vescovi di produrre una cesura rispetto al proprio passato, quasi dimentichi delle pagine di fedeltà, dei giacimenti di spiritualità che l’intero popolo di Dio, a cominciare dai suoi santi, ha scritto nella storia spirituale e civile d’ogni paese. Italia compresa. Ma in questi oramai 9 anni, una sintesi convinta ed efficace tra la nostra storia cristiana e la visione di papa Francesco non è arrivata. Il sinodo nazionale è una grande occasione per poterla proporre.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

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