La Chiesa del grembiule. Da don Tonino Bello a papa Bergoglio

Il papa ha autorizzato i decreti sulle virtù eroiche del vescovo di Molfetta e di altri cinque Servi di Dio. Riproponiamo un testo del vaticanista Luigi Accattoli pubblicato su Regno-Attualità in occasione del dodicesimo anniversario della morte, nel 2015. Don Tonino Bello e papa Francesco «sono due vescovi formati dal Concilio: se don Tonino fosse con noi, avrebbe appena un anno di più di papa Francesco e come sarebbe felice nell’udirlo parlare».

Mi chiamano ad Alessano, Lecce, a ricordare il vescovo Tonino Bello nel XXII della morte. Lì è nato e lì è sepolto. Memore della sua calda amicizia vado alla tomba e tento un raffronto con papa Francesco. Sono due vescovi formati dal Concilio: se don Tonino fosse con noi, avrebbe appena un anno di più di papa Francesco e come sarebbe felice nell’udirlo parlare.

Li unisce la ricerca della semplicità e della sobrietà, l’amore agli ultimi e l’impegno per la Chiesa povera, la schiettezza nella denuncia del commercio delle armi, il richiamo a Francesco d’Assisi, la capacità di parlare per immagini e di farsi capire. Persino nei difetti sono simili: la tendenza a semplificare per esempio, nonché la sovrabbondanza dei messaggi e la propensione all’invettiva.

 

L’antefatto va cercato nel Patto delle catacombe

Il paragone è stato abbozzato da Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti sociali del giugno-luglio 2013 («La Chiesa del grembiule. Don Tonino Bello vent’anni dopo») e dal vescovo Marcello Semeraro in un incontro a Tricase, dove don Tonino fu parroco (ottobre 2014). L’intuizione dei due ha avuto conferma il dicembre scorso nell’immagine del grembiule – autentico logo di don Tonino – proposta in proprio dal papa. Ma tra i due c’è molto di più della vicinanza di linguaggio.

C’è un modello di comunità e di vescovo che hanno ricevuto dal Vaticano II e che cercano d’attuare prima e dopo la chiamata all’episcopato: ambedue la riassumono nel binomio «popolo e vescovo». C’è un ideale di Chiesa dei poveri e del servizio all’uomo che si sentono chiamati a perseguire sia con l’esempio della vita sia con l’attività apostolica. C’è l’impegno a favorire una maturazione epocale del servizio della carità facendolo passare dalla dominante assistenziale a quella promozionale.

Probabilmente Bergoglio e Bello non si sono mai incontrati e Francesco non ha mai inteso riferirsi al vescovo di Molfetta neanche con la metafora del grembiule. Ma è la comune matrice conciliare fatta programma di vita che li porta a parlare la stessa lingua.

Seguendo un suggerimento di Domenico Amato, vice-postulatore della causa di canonizzazione di don Tonino (la fase diocesana si è chiusa il 30 novembre 2013), credo di poter affermare che la magna charta che li ispira e li avvicina sia da vedere nel cosiddetto Patto delle catacombe, cioè nella dichiarazione sottoscritta il 16 novembre 1965 da una quarantina di padri conciliari, in gran parte latinoamericani, che avevano avuto come ispiratori il vescovo brasiliano Helder Camara e il cardinale Giacomo Lercaro (cf. Regno-att. 2,2013,47s; Il Regno 13,1965,493).

Quel documento si chiama Patto delle catacombe perché i firmatari lo sottoscrissero dopo un’eucaristia celebrata nelle Catacombe romane di Domitilla. Non ho trovato richiami espliciti al Patto né in Bergoglio né in Bello. Ma la derivazione da esso delle loro scelte è più che evidente e in Bello ne possiamo rintracciare il filo rosso nei testi relativi alla sua azione di vescovo e nei richiami al magistero del cardinale Lercaro: don Tonino si forma a Bologna, dove sta dal 1953 al 1959, alunno di un seminario dipendente dal cardinale. In Bergoglio una chiara eco del Patto è nella Relatio post disceptationem che, da cardinale, tiene come relatore supplente al Sinodo del 2001 sulla figura del vescovo (cf. Regno-doc. 21,2001,671s).

 

«Rinunziamo all’apparenza e alla realtà della ricchezza»

Basterà citare qualche passaggio del Patto perché appaia chiara la sottoscrizione di fatto che, a esso, è venuta da Bello e Bergoglio: «Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l’abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione (…). Rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti (…) e nelle insegne di metalli preziosi (…). Eviteremo di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (…). Sosterremo i laici religiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri (…). Cercheremo di trasformare le opere di beneficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia (…). Faremo di tutto (…) [per] stabilire un ordine sociale nuovo degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio» (cf. Regno-att. 2,2013,50s).

La sorprendente vicinanza di linguaggio tra questi due pastori segnala una vicinanza d’anima che trova in quel Patto la sua matrice. Tutti abbiamo avvertito come una scossa il 4 dicembre scorso, quando Francesco ha parlato così durante un incontro con la Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario (FOCSIV): «La vostra Federazione (…) è immagine di una Chiesa che si cinge il grembiule e si china a servire i fratelli in difficoltà».

Chi ha consuetudine con le preghiere mariane di don Tonino aveva già festeggiato ascoltando le invocazioni alla Vergine proposte da Francesco il 31 maggio 2013 a chiusura del mese mariano: «Maria, donna dell’azione, fa’ che le nostre mani e i nostri piedi si muovano “in fretta” verso gli altri, per portare la carità e l’amore del tuo Figlio Gesù, per portare, come te, nel mondo la luce del Vangelo».

Scorrendo – in preparazione all’incontro di Alessano – i sei volumi di Scritti di Monsignor Antonio Bello (La Meridiana, Molfetta 2005-2007), l’antologia dei testi giovanili La terra dei miei sogni (Ed. Insieme, Terlizzi 2014), il volume di Domenico Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima (Città nuova, Roma 2014), ho trovato altre sorprendenti rispondenze verbali, quasi rime conciliari tra Bello e Bergoglio: una ventina e più che segnalo brevemente.

 

Il testimone povero di Cristo servo

Vescovo e popolo. Bello: «Vorrei essere un vescovo fatto popolo» (intervista del settembre 1982). Francesco: «E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo» (saluto dalla Loggia della Basilica vaticana, 13 marzo 2013; Regno-doc. 5,2013,130).

Odore della pecore. Bello: «Sentite il sapore e il profumo del popolo» (ai seminaristi, marzo 1993). Francesco: «Siate pastori “con l’odore delle pecore”» (omelia alla messa crismale 2013; Regno-doc. 7,2013,201).

Vescovo e povertà. Bello: «Liberare il vescovo dall’ipoteca che vede in lui più il servitore solenne del culto che il testimone povero di Cristo servo» (Programma pastorale 1984). Bergoglio: «Si fa povero in vista del Regno, per mettersi nella sequela di Gesù-povero» (Relatio post disceptationem al Sinodo del 2001; Regno-doc. 21,2001,673).

Povertà cioè libertà. Bello: «La povertà (del presbitero) lo condurrà a vivere da uomo libero» (Programma pastorale 1984). Bergoglio: «La sua semplicità e austerità di vita gli [al vescovo; nda] conferiscono una completa libertà in Dio» (Relatio post disceptationem al Sinodo del 2001; Regno-doc. 21,2001,672).

 

Iniquità dice l’uno e «inequità» insiste l’altro

Ambedue definiscono iniqua (inequa nell’italiano creativo di Bergoglio) la condizione dei poveri in un mondo dominato dalla Borsa valori. Bello: «Che sia la Borsa a prevalere sulla vita è una constatazione fin troppo scontata: questa è l’iniquità di cui siamo spettatori» (intervista citata da D. Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 167). Francesco: «Dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. (…) Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa» (Evangelii gaudium, n. 53; Regno-doc. 21,2013,651).

Don Tonino chiama «pronto soccorso» l’aiuto al prossimo sofferente (Inaugurazione di un Centro Caritas, 1988), mentre Francesco usa la metafora dell’ospedale da campo. Don Tonino deplora «la curiosità turistica che viola l’intimità gelosa dei poveri» (cf. D. Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 178), Bergoglio in un testo del 2005 definisce «agghiacciante» che «alcune agenzie turistiche includano nei tour organizzati le Villas de Emergencia». Don Tonino invita i religiosi a «fare spazio a chi è senza tetto», Francesco dichiara che «i conventi vuoti (…) non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» (visita al Centro Astalli, 10 settembre 2013).

Ambedue affermano che occorre entrare in contatto personale con i bisognosi: «Dare un letto non basta, se non si sa dare la buona notte» (don Tonino citato da Amato, Tonino Bello una biografia dell’anima, 163); «Se [il mendicante] non lo hai toccato, non lo hai incontrato» (Francesco, videomessaggio alla diocesi di Buenos Aires, 7 agosto 2013). È in nome dei poveri che i due – quasi con le stesse parole – si oppongono ai tariffari liturgici e alle «spese pazze» per feste e sacramenti. Persino l’uscita missionaria – che è al centro della loro pastorale – la formulano con un riferimento preferenziale agli ultimi. Abbiamo nell’orecchio i moniti di Francesco sull’uscita verso le periferie, per don Tonino basti questa referenza: «Sono responsabile di una Chiesa che stenta a uscire dai perimetri rassicuranti delle sacrestie per compromettersi con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie» (omelia del 9 luglio 1992).

 

Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio

Paura del cambio. Bello: «Ti lasci troppo irretire dalla paura del cambio» (lettera del 15 aprile 1990). Francesco: «Non dobbiamo avere paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo» (omelia del 5 settembre 2014). Bello: «È necessaria un po’ di follia nella Chiesa» (cf. C. Ragaini, Don Tonino fratello vescovo, Paoline, Milano 1994, 47). Francesco: «Lo zelo apostolico ha qualcosa di pazzia, ma di pazzia spirituale, di sana pazzia» (omelia del 16 maggio 2013). Mi limito a evocare altre similitudini: sulla disponibilità senza orario nei confronti dei fedeli, sulle chiese sempre aperte, sull’olio della gioia di cui parlano nelle messe crismali, sul commercio delle armi («mercanti di morte» dice don Tonino e Bergoglio: «Mercaderi di morte»), sulla preghiera come lotta: «Mi chiudo in cappella e, come Giacobbe, mi metto a lottare con Dio» (Bello, omelia alla messa crismale 1990); «Mosè prega con forza il Signore perché ci ripensi: questa preghiera è una vera lotta con Dio» (Francesco, omelia del 4 marzo 2014).

 
 
Nota Bene: I rimandi completi ai testi del papa e di Tonino Bello sono nella conferenza da me tenuta ad Alessano il 14 aprile 2015.

Luigi Accattoli

Vaticanista

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