«Non volevano me con i miei doni, la mia intelligenza, ma una persona fatta a loro immagine».

La testimonianza di «Elizabeth» è – di quelle che Salvatore Cernuzio, giornalista dei media vaticani, riporta nel suo nuovo volume Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile (San Paolo 2021) – tra le più amare, tanto è stata erosiva l’attività spersonalizzante del gruppo in cui per più di tre decenni la donna s’è trovata a vivere. Il rammarico più vivacemente espresso è quello per la mancanza di una formazione intellettuale solida e adeguata: sul non banale connubio tra vita intellettuale e vita spirituale si potrebbero aprire molte digressioni, ma è ormai conclamato al di là di ogni ragionevole dubbio che la formazione delle religiose, non solo intellettuale, è in media sensibilmente meno accurata di quella dei religiosi (e il discrimine non è tanto il sesso in sé quanto la proiezione all’ordine sacro – anche sulla formazione dei «frati semplici» si investe generalmente meno che su quella dei frati e monaci riservati per l’ordinazione sacerdotale).

Uno dei meriti evidenti del libro di Cernuzio sta appunto nel riequilibrare la rappresentazione del clericalismo come «guerra dei sessi» all’interno della Chiesa: esso ha invece a che fare col potere e, considerando che la gerarchia ecclesiastica stricto sensu è preclusa alle donne, ciò comporta che vi sia una parziale sovrapposizione tra la sua questione e quella del genere sessuale. Almeno due elementi, tuttavia, emergono sovente dalle pagine de Il velo del silenzio a rompere cliché semplicistici:

 

le dinamiche degli abusi di potere si perpetrano il più delle volte all’interno delle congregazioni stesse, dunque tra sole donne;

nelle undici testimonianze riportate dall’autore i sacerdoti (uomini) hanno spesso una funzione positiva e di contrasto alle degenerazioni della vita nella congregazione.

 

Una tematica scorre in filigrana tra le pagine, anzi invocherebbe forse l’impresa di un nuovo libro: quella delle fragilità psichiche e spirituali indotte dalla vita religiosa in quanto tale (includendo nell’accezione anche lo stato clericale, e fin dalla formazione seminariale), tra le donne come tra gli uomini. Insomma un’indagine sul perché un’esistenza improntata ai «consigli evangelici» – i quali promettono un grado di perfezione tale da non temere di dirsi «anticipazione del Regno» (e le vite dei santi mostrano che non si tratta di promesse vane in sé) – produca invece di frequente persone diminuite, depotenziate quando non represse, sfigurate nella personalità e mortificate nei talenti.

Vale la pena, in ultimo, concludere questa rapida presentazione del libro con due note positive, che connotano il testo caratterizzandolo come strumento ecclesiale, il quale squaderna e notifica gravi e pressoché sistemiche depravazioni nella Chiesa, ma proprio perché si possa finalmente intervenire a correggerle («per la gloria di Dio – si direbbe con desueto adagio – e per la salvezza delle anime»).

La prima è che è praticamente in tutte le storie riportate da Cernuzio a parlare sono donne che pur avendo subito gravissimi torti e soprusi, pur avendo «perso» anni o decenni della propria vita, perseverano non solo nel credere in Dio (cosa nient’affatto scontata) e nell’amare la Chiesa (tanto meno), ma in diversi casi pure nell’originario proposito di consacrazione. Sono segni dell’origine soprannaturale delle vocazioni ecclesiali: non solo è impossibile mettere mano a una vera e sana riforma che si dimentichi del primato divino nella distribuzione dei carismi, ma una siffatta riforma risulterebbe anzi votata a peggiorare, cosa sempre possibile, lo status quo.

La seconda è che i contributi redazionali del libro – una Prefazione di suor Natahalie Becqart e una Introduzione di padre Giovanni Cucci – candidano esplicitamente l’opera a strumento di lavoro nel cammino sinodale appena intrapreso. Le donne che si sono (ancora una volta, incredibilmente) aperte e donate in queste pagine vengono giustamente dette «anime coraggiose» e facilmente uno sguardo credente le riconosce assimilate, nelle ingiustizie subite, all’Agnello immolato; le loro vibranti denunce, tuttavia, ricordano ai membri della Chiesa che sono chiamati (e hanno per ciò tutti i mezzi del caso) a una giustizia ben superiore a quella «degli scribi e dei farisei» (Mt 5,20).

Non ci si può stupire del declino della vita religiosa, a fronte di tante esistenze che pure vi si offrirebbero, senza assumersi la responsabilità di verificarne la concreta efficacia. Da queste pietre scartate si potranno ricavare altrettante testate d’angolo.

 

 

Questo post riprende parzialmente la recensione che comparirà, integrale, su uno dei prossimi numeri di Regno-attualità.

Giovanni Marcotullio

Giornalista

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