Il gioco per il Colle, come viene sintetizzata nella comunicazione l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, è, in questa nuova fase della vita del paese, l’evento politico più importante. In tale passaggio si gioca moltissimo del nostro futuro. Mario Draghi è arrivato alla guida del governo del paese un anno fa, non tanto o non solo sulla crisi da tempo conclamata della politica e del nostro sistema politico, ma sulla disfatta della classe politica, cioè sulla manifesta inadeguatezza dei leader politici di qualsiasi parte a governare l’emergenza pandemica ed economica, e più in generale a prospettare una visione di paese.

Tutti i governi della «legislatura populista», apertasi con le elezioni del 2018, ne hanno dato prove su prove. Dal governo «giallo-verde» a quello «giallo-rosso». Due governi di segno politico opposto, retti dallo stesso premier, Giuseppe Conte, fino al giorno prima politicamente uno sconosciuto.

Uno stato d’eccezione richiedeva una risposta d’eccezione. Draghi è stato imposto dalla realtà (con qualche forzatura di Renzi) e dalla interpretazione corretta di Sergio Mattarella, che con l’incarico a Draghi ha ridato vita anche alla sua presidenza, messa addirittura sotto attacco (fu minacciato d’impeachment) dai 5Stelle sbarcati in massa in Parlamento, nel maggio del 2018.

Draghi ha saputo rispondere nei tempi necessari alla duplice emergenza, quella pandemica e quella economica. Ha ridato profilo e credibilità internazionale all’Italia. Ha assunto un ruolo da protagonista in Europa. Il suo è stato un governo di profilo tecnico e di valenza politica. Ben più di Ciampi nel 1993, e ben più di Monti nel 2010. Ha ridato tempo ai politici per ridare spazio alla politica. Ma i politici non ne hanno fatto gran uso e immaginano di riprendersi spazio senza avere nel frattempo maturato alcuna prospettiva all’altezza della realtà.

 

Sviluppo al futuro, non sopravvivenza dei partiti

Certo, ciascuno fa quello che può, anche a partire dalla realtà che deve gestire: ad esempio i singoli soggetti politici (o partiti) i quali chiedono in primo luogo di mantenere, se non si può aumentare, il proprio potere di posizionamento.

Si prenda il caso del Partito democratico (PD). Letta non è riuscito a modificare la linea del partito, che rimane quella di Zingaretti, schiacciata sull’alleanza con i 5Stelle, intenta ad allontanarsi definitivamente da Renzi (sempre più avvitato su sé stesso), incerta su Calenda e determinata a recuperare i bersaniani e i dalemiani di Liberi e uguali (Articolo uno, Sinistra italiana, Possibile: tre sigle che insieme arrivano al 2%). Strategia che, ben lungi dal ridare vita a qualsiasi ipotesi neo-ulivista, si sta riducendo, vista anche la frammentazione dei 5Stelle e l’allontanamento dal centro, alla riedizione di una sinistra post-comunista, incapace di bloccare persino uno sciopero «identitario», passatista e tutto anti-governo Draghi come quello indetto dalla CGIL di Landini.

La rinuncia di Conte a candidarsi al seggio del collegio Roma 1, quello del neo sindaco di Roma Gualtieri, segna una seria battuta d’arresto in un’alleanza che appare comunque senza prospettive. Un’alleanza voluta e teorizzata dal gruppo identitario post-comunista, gestita e pagata da Letta. La candidatura di Cecilia D’Elia al segretario è stata semplicemente comunicata.

Il Movimento 5Stelle è il simbolo del fallimento. Non sa chi è, non sa quanto conti elettoralmente ed è affetto da un processo di frantumazione. Il segretario Conte magari non sarà quel «vuoto a perdere» definito da De Benedetti, ma rimane un’incognita dal punto di vista della sua leadership.

Di Salvini abbiamo già visto molto e una sua svolta politica moderata e filo-europea stupirebbe. Né, al momento, dall’interno della Lega può sortire qualche alternativa alla sua leadership. Il mezzo passo falso di Giorgetti si è trasformato in una sconfitta intensa. Salvini si accontenta di vincere il proprio campionato interno: interno al partito e interno al campo di centrodestra. Forza Italia esprime qualche buon ministro, ma non è più, nel declino di Berlusconi, una forza politicamente trainante. E per la Meloni vale la stessa regola del campionato di Salvini. Ma la sua posizione di destra-destra, sempre anti-europeista, non la mette in condizione di candidarsi a una leadership di governo.

Tutti i partiti avrebbero interesse politico a portare Draghi al Quirinale, quale massima garanzia di un’Italia democratica, europea e atlantica. In quest’ottica dovrebbe muoversi il centro-destra, mentre il centro-sinistra potrebbe rivendicarne persino la paternità. La gara appare invece a tenerlo a Palazzo Chigi, con l’argomento della continuità di governo per un altro anno. In realtà, il giorno dopo l’elezione di un altro presidente della Repubblica il suo governo perde ogni vigore e significato politico e rimane semplicemente sotto schiaffo delle forze politiche di maggioranza.

Draghi presidente della Repubblica è l’unica scelta virtuosa di un’Italia consapevole delle proprie difficoltà e del proprio ruolo internazionale. Per il Quirinale ci sono certamente diverse altre figure disponibili. Ma il tema non è «chi va al Quirinale», il gioco dell’oca che tanto appassiona l’informazione, ma che cosa ci va a fare e perché, con quale maggioranza e con quale accordo previo. Cioè: per quale Italia. Questa volta la scelta per il Quirinale non è un gioco dell’oca.

Draghi al Quirinale è la trasformazione di fatto del nostro sistema istituzionale in una Repubblica semipresidenziale, garante per il paese e per l’Europa di ogni diversa maggioranza politica. È la figura di garanzia di un’autentica stabilità democratica e affidabilità di governo. Uno sviluppo al futuro della nostra democrazia. Se Draghi non va al Quirinale ritorniamo al gioco dell’oca. Al sistema della sopravvivenza dei partiti. Alla ulteriore scomposizione della nostra democrazia.

Gianfranco Brunelli

Direttore de “Il Regno”

Un pensiero riguardo “Draghi e il Quirinale

  • 18 Dicembre 2021 in 09:00
    Permalink

    Temo che Draghi al Quirinale significherebbe aprire la strada ad un governo di destra sovranista e mandare nel caos l’Italia del covid. Bene che resti dove è.

    Risposta

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