La recrudescenza dei contagi da COVID-19 in Italia, dovuta al diffondersi della variante Omicron, si riflette anche sulla vita delle Chiese. La Segreteria della CEI ha inviato il 10 gennaio una lettera a tutti i vescovi nella quale si aggiornano le misure attualmente in vigore per la vita liturgica e pastorale, tenendo come base il Protocollo d’intesa tra il Governo e la CEI del 7.5.2020.

È di questi giorni anche la decisione del vescovo di Teano-Calvi (Caserta), Giacomo Cirulli, di vietare ai preti, ai diaconi, ai religiosi e ai laici non vaccinati di distribuire la comunione, come forma di ulteriore prevenzione. Ne hanno parlato i principali media nazionali: «Caserta, i preti non vaccinati non potranno distribuire l’ostia» si legge su RaiNews, mentre l’ANSA titola «Covid: “I preti non vaccinati non diano l’ostia per la comunione”» e Il Mattino «“Solo i vaccinati possono dare le ostie”: coro di consensi dal clero nel Casertano».

Il testo del comunicato che mons. Cirulli – con una laurea in medicina e chirurgia conseguita nel 1981 all’Università degli Studi di Napoli Federico II – ha diffuso l’8 gennaio fa sue le parole di papa Francesco sulla vaccinazione come atto d’amore e richiama le norme previste dal Protocollo d’intesa tra Governo e CEI del 7.5.2020, in particolare, il rispetto tassativo del distanziamento e del numero di accessi consentiti nelle chiese durante le celebrazioni. E sancisce: «Proibisco la distribuzione dell’eucaristia da parte di sacerdoti, diaconi, religiosi e laici non vaccinati. Ricordo che durante la celebrazione le ostie sull’altare devono essere tenute rigorosamente coperte nei previsti vasi sacri. Inoltre, dispongo la sospensione, a partire da domenica 9 gennaio, fino a nuova comunicazione di ogni attività pastorale, catechistica e formativa in presenza».

 

I vescovi e le vaccinazioni

Nei mesi scorsi non sono mancati su questi temi gli interventi di altri vescovi italiani; dalla rubrica «Voci dalle cattedrali» di Regno-Documenti riprendiamo due segnalazioni. Il 9 ottobre, dopo che tre parroci avevano pubblicato un opuscolo in cui riprendevano e difendevano tesi vicine alle posizioni cosiddette «no-vax», usciva una nota di mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo. «Facendo seguito a situazioni di sconcerto createsi nelle parrocchie di Mapello e Ambivere in relazione ai comportamenti da tenersi per garantire la sicurezza sanitaria dei fedeli», il pastore rinnovava «l’appello alla vaccinazione così come sostenuto da papa Francesco, dalla Conferenza episcopale italiana e da quella lombarda. Si tratta di un’indicazione che richiede di tradursi, come obbligo morale, e per quello che è previsto, di obbligo legale, in comportamenti coerenti, dettati da uno spirito di sintonia ecclesiale e di responsabilità da parte di coloro che rivestono compiti di guida nelle comunità».

Dopo il loro incontro tenutosi a Civitavecchia il 9 e 10 settembre, i vescovi del Lazio avevano pubblicato una Lettera sulla campagna vaccinale in cui esortavano, con molta fermezza, tutti gli operatori pastorali a vaccinarsi e a svolgere attività pastorale «solo se hanno ricevuto da almeno due settimane la prima dose di un qualsiasi vaccino contro il COVID-19». In particolare si erano appellati «alla coscienza dei ministri ordinati e degli operatori pastorali (catechisti, animatori, volontari della carità ecc.)», nonché a chi, «come accolito o come ministro straordinario della comunione, è chiamato a portare l’eucaristia agli infermi»; a chi «è impegnato nel servizio della liturgia, in particolare i coristi o i cantori»; agli «insegnanti delle sale studio o delle scuole di italiano per stranieri gestite dalle parrocchie» e agli «operatori maggiorenni di attività educative, sportive e didattiche gestite dalle parrocchie».

 

Le mascherine, gesto di carità

Da segnalare anche l’articolo firmato lo scorso 2 gennaio su Avvenire da Roberto Colombo, sacerdote, genetista e membro del Comitato nazionale di bioetica e della Pontificia accademia per la vita. Dopo oltre un anno e mezzo di applicazione del Protocollo d’intesa tra Governo e CEI «è possibile constatare come, anche in occasione delle feste più solenni e partecipate, le chiese siano riconosciute come un luogo di culto in cui fedeli e pastori possono ritrovarsi per le celebrazioni liturgiche con ordine, serenità, raccoglimento nella preghiera e accoglienza fraterna». Ma oggi, afferma Colombo, «risulta di fondamentale importanza» anche calzare a messa, pur non essendovi l’obbligo, mascherine ad alto filtraggio. «Sia l’OMS ed altre agenzie sanitarie internazionali che il Governo italiano stanno giustamente incoraggiando l’uso della mascherina ovunque – e di quella Ffp2 negli ambienti maggiormente frequentati – e questo rappresenta una esigenza cogente per la promozione del bene fondamentale della salute a fronte di un modesto disagio nel calzare il dispositivo fisico di protezione individuale. Nelle nostre comunità cristiane, al senso civico di responsabilità per il bene comune si aggiunge la carità pastorale che chiede a tutti – ministri e fedeli – di essere particolarmente attenti, ancor più nella delicata situazione dell’attuale ripresa pandemica, nell’uso corretto della mascherina. Certo, può essere scomodo, soprattutto per gli anziani. Ma è un piccolo sacrificio che possiamo portare all’altare come offerta gradita a Dio per il bene di tutti suoi figli».

 

 

[ultimo aggiornamento 11.1.2022]

Paolo Tomassone

Giornalista

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