Commento alle letture per la liturgia della II Domenica del Tempo ordinario

Is 62,1-5; Sal 96 (95); 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-11

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

 Un racconto vivace e ben strutturato, ma un miracolo che potremmo definire «di nessuna utilità»: nessun guarito, nessun risorto, niente pane, solo vino sovrabbondante – tanto sovrabbondante (qualche centinaio di litri) da essere inverosimile –. Verrebbe proprio da chiedersi: a che scopo? Lo scopo invece è ben dichiarato alla fine del racconto. «Questo [come] principio (archen) dei segni fece Gesù in Cana di Galilea… egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11) – si noti il termine arche, che sembra echeggiare Gv 1,1. D’altra parte anche la menzione della «gloria» ci rimanda al prologo (Gv 1,14). La gloria dunque, uno dei termini chiave del Quarto Vangelo, comincia da subito a comparire con una certa insistenza e muove la fede dei discepoli.

Tuttavia normalmente i miracoli rispondono alla fede, non ne sono l’origine. Ma a Cana accade qualcosa di diverso, come fosse la gratuità del gesto la vera causa della fede.

Il racconto dunque, pur ben costruito, suscita qualche perplessità.

Si discute sul significato del terzo giorno (v. 1), e non resta che elencare le ipotesi interpretative: il terzo giorno della settimana, ossia il martedì, è tradizionalmente riservato, per gli ebrei, ai matrimoni e quindi sarebbe un riferimento alla circostanza. Inoltre troviamo un «terzo giorno» nel racconto della ᷾aqeda di Isacco (Gen 22,4ss), nella storia di Giuseppe (Gen 42,18) e nel racconto del Sinai (Es 19,16). In particolare secondo Targum Jonathan a Es 19,9 sarebbe il giorno della consegna della Torah a Mosè: in questo caso il rimando sarebbe alle nozze tra Dio e il suo popolo con Gesù visto come nuovo Mosè. Naturalmente il terzo giorno rimanda anche a un contesto pasquale, e per molti questa sarebbe la giusta lettura.

Il banchetto di nozze, che secondo l’uso sarebbe durato una settimana, è affollatissimo: la madre di Gesù (Giovanni non la chiama mai per nome) è la prima invitata. Viene invitato anche Gesù con i discepoli; se ogni invitato si fosse portato parenti amici o discepoli, avremmo a che fare con molta gente; se poi pensiamo che gli uomini stavano separati dalle donne, allora sarebbe stato necessario un edificio molto grande, quando non due, il che è difficile da pensare in un villaggio.

Nel racconto compaiono con un ruolo di importanza la madre (vv. 1.2.5), Gesù (vv. 2.7.11), un numero imprecisato di servi (v. 5.8), lo architriklinos, che sovrintende al banchetto (vv. 8.9, due volte) – e anche questo personaggio per un matrimonio di villaggio non pare una presenza consueta –. Infine si accenna allo sposo (v. 8), ma la sposa è totalmente assente.

Ultimo elemento significativo: non si parla del cibo ma solo del vino, che – come si è detto – passa dalla penuria alla sovrabbondanza. Tutto pare sproporzionato.

Nel contempo ci sono dettagli precisi: i recipienti dell’acqua per la purificazione, per esempio, sono di pietra, essendo l’argilla ritenuta impura e non adatta allo scopo.

Gesù e la sua presenza lasciano gli sposi sullo sfondo: il testo si presenta non come una cronaca, ma come un superamento del puro accadimento, quasi fosse una lunga parabola. Del resto l’immaginario della vite, della vigna e del vino nelle Scritture è sempre sul confine tra realtà e metafora. In più il vino è qui qualificato kalos, «bello», due volte (v. 10). È lo stesso aggettivo che Giovanni adopera per il pastore in 10,11 (anche in questo caso due volte): è abbastanza chiaro che la traduzione «buono» sia la più adeguata, ma kalos permette di aggiungere una sfumatura di gratuità alla gradevolezza del gusto. Sia il pastore sia il vino non sono realtà solo utilitaristiche, ma sono apprezzabili e significative oltre la loro funzionalità. Questo vino non serve solo a soddisfare la sete dei convitati e a rallegrare la tavola.

Questo vino eccellente e sovrabbondante dice la grandezza del tempo messianico di cui hanno parlato i profeti (cf. Is 25,6, Am 7,13-14, Gl 2,23-24); e mentre nel Nuovo Testamento il tempo messianico è simboleggiato dal banchetto e dalle nozze – che certamente includono il vino, ma non è nominato espressamente –, a Cana esso viene in primo piano assieme all’immagine nuziale come segni del tempo compiuto da Gesù.

Stefania Monti

Biblista

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