Su Regno-Attualità abbiamo intervistato l’artista poliedrico Giovanni Scifoni, autore del libro “Senza offendere nessuno. Chi non si schiera è perduto” (Mondadori 2021) e tra i protagonisti della serie televisiva trasmessa su Rai 1 “Nelle tue mani”. Durante la chiacchierata vengono affrontati diversi temi prima di incontrare il pubblico del suo ultimo spettacolo “Anche i santi hanno i brufoli”. 

Ve ne riproponiamo qui una parte. L’intera intervista si può leggere gratuitamente aderendo alla promozione (qui le info)

«Quando c’è qualcuno che non è classificabile, qualcuno che non ha una sua parrocchia, una sua sede di partito, una sua tifoseria ideologica ben identificata, uno dice subito “c’è qualcosa sotto…”. Non crediamo alle persone che non hanno una identificazione ideologica precisa. Abbiamo bisogno di polarizzare perché altrimenti ci sembra di non capire, di non sapere chi abbiamo davanti. Non sai che postura avere quando qualcuno è non classificabile, né come affrontare certi temi: che cosa, ad esempio, questa persona pensa sul testamento biologico…».


– O ad esempio l’aborto? Quanti aspettano di vedere se come sale della comunità proiettiamo La scelta di Anne, il film che ha vinto il Festival di Venezia. L’attenzione è sempre nel vedere da che parte ti schieri…
«Io mi immedesimo tantissimo in voi. Una critica che mi ha fatto un lettore speciale, mio fratello, ma non quello che cito nel libro, è quella di definirmi inclassificabile ma poi di dirmi cattolico. Come fai allora a essere inclassificabile? È una critica che non approvo perché è proprio questa la sfida. È troppo facile essere inclassificabile senza credere in nulla, senza avere una fede. Sei un nichilista, non credi in nulla, non credi nei partiti… Invece è una sfida molto più elaborata avere una fede, credere in una verità ma essere inclassificabile, non obbedire a un’ideologia di riferimento. Essere una sala della comunità che ha una sua storia, una sua cultura, una sua identità senza essere schierati è molto più complesso!».

 

Anche nelle realtà ecclesiali si tende talvolta a classificare, a incasellare anche gli artisti. Nel tuo caso, sei a disagio quando realtà ecclesiali ti presentano come un autore dalla loro parte? Non è triste o anche noioso per un artista?
«Sì, ma è vero anche che nessuno appartiene a se stesso. Siamo tutti di qualcun altro. Io sono della comunità e la comunità è mia. Il fatto che uno dica “è mio” va bene, ma non è solo tuo. È di tutti, sono di tutti: questo è fondamentale. Come tutti sono di tutti: è la comunità umana. Quando il mondo cattolico inizia a dirsi che di quella cosa ne devono parlare tra di loro perché si capiscono bene, io penso che non sia vero. Chi l’ha detto? È il rischio di qualunque artista, è il fantacalcio delle parrocchie».

 

– È il tema dei «Buoni Apparenti», li chiami così. A pagina 36 del libro scrivi: «Noi Buoni Apparenti facciamo una fatica sovraumana a conoscere la vera bontà, persino i gorilla diventeranno Buoni Veri prima di noi. I gorilla entreranno prima di noi nel regno dei cieli. Noi ci arrendiamo subito, e poi diciamo: “Comunque grazie per il confronto, è importante il confronto”. E a noi dicono: “Che buon carattere che hai”. Ma cosa ne sanno dell’inferno che ribolle nel nostro cuore?». E racconti di quanta rabbia passa sotto la doccia di un «Buono Apparente». Quanta?
«È un grande fraintendimento che deriva dall’educazione ricevuta. Io l’ho patito tantissimo. Bisognava essere buoni, non offendere nessuno, non essere troppo irruenti, non bisognava essere tante cose… abbiamo frainteso o preso troppo alla lettera il concetto di bontà cristiana e poi alla fine ci ritroviamo a essere mai troppo convinti di avere ragione, mai troppo convinti di quello in cui crediamo. Tutto ciò crea il totale azzeramento dell’aggressività e io mi ci ritrovo e come me tante altre persone e diventa quasi uno scudo della nostra fragilità, della nostra paura di offendere, della paura di rimanere soli, della paura che gli altri ci rimangano male. A volte, invece, bisogna gridare o dire “questa cosa che dici è una scemenza” e argomentare con solide motivazioni. In definitiva è un po’ fare a botte!».

 

Da Regno-Attualità

Arianna Prevedello

Giornalista

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