Quando il COVID-19 si è invitato dentro le nostre vite, non è entrato in scena da solo. Subito dopo si è diffuso in tutto il mondo un diluvio di conoscenze sui virus respiratori, le loro modalità di contagio, le speranze terapeutiche e poi vaccinali. È stato osservato come nella storia contemporanea ci siano state epidemie molto più gravi di questo coronavirus, passate quasi inosservate. L’influenza spagnola del 1918 è stata citata come esempio: la stampa dei paesi belligeranti ha taciuto su una malattia che rischiava di smobilitare le coscienze nel momento in cui veniva l’ora dei combattimenti decisivi. Si aggiunga il fatto che all’inizio del secolo scorso l’assenza di trattamento era vista come una fatalità piuttosto che come uno scandalo. Questo era ancora vero per l’influenza di Hong Kong del 1968: che senso ha parlare di qualcosa contro cui non si può fare molto?

Sarebbe sbagliato, comunque, ridurre questa differenza di percezione delle malattie solamente al grado di fiducia nella scienza. Nel 1918 la fede nel progresso era appena stata smentita da quattro anni di una guerra che aveva mobilitato per il peggiore obiettivo tutti i mezzi tecnici disponibili. Ma si dovrà attendere il dopoguerra, e poi un secondo conflitto mondiale ancora più mortifero, perché i dubbi sui benefici della scienza si diffondano oltre la cerchia ristretta degli intellettuali antimodernisti.

Nel 2020, quando le cause umane del riscaldamento climatico erano al centro delle preoccupazioni, il minimo che si possa dire è che il virus non ci ha sorpreso nel mezzo di un idillio con lo spirito scientifico. È importante capire perché la scienza, e naturalmente la medicina in particolare, è diventata nell’ultimo anno oggetto di dibattiti appassionati, non solo tra coloro che la praticano, ma tra la popolazione in generale.

È a questo livello che si pone la questione della sua relazione con il credere, che troppo spesso tendiamo a ridurre a un’opposizione. Inevitabilmente cominciamo ad aderire (o a opporci) alle affermazioni scientifiche non appena queste ci dicono che cosa abbiamo il diritto di fare. Dal momento che questo è precisamente ciò che sta accadendo in questa pandemia, non è sufficiente ricordare la differenza epistemologica tra una credenza senza prove e una conoscenza dimostrata. Piuttosto che tornare al conflitto tra fede e conoscenza messo in scena, a favore della scienza, da una certa tradizione illuminista, dobbiamo chiederci che cosa significa il nostro credere nella scienza e la facilità con la quale si trasforma oggi in diffidenza.

 

Metodi e anatemi

Fino a poco tempo fa la medicina era relativamente immune al dubbio postmoderno sullo spirito scientifico. Per mezzo secolo questa disciplina ha favorito un aumento della speranza di vita senza precedenti nella storia. Anche su questo capitolo, tuttavia, hanno cominciato a nascere dei sospetti. I membri di una società che invecchia diventano così abituati a vivere più a lungo che lo considerano normale. Ma con o senza COVID, l’aspettativa di vita in Occidente ha smesso di aumentare. Potrebbe anche regredire, in parte a causa degli effetti della medicina impazzita, come dimostra la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.

Se le aspettative nei confronti della medicina hanno ceduto così facilmente il passo alla diffidenza, e talvolta alla rabbia, è forse perché sono state investite di una dimensione quasi religiosa in un’epoca in cui questa scienza era in via di desacralizzazione. A forza di ripetersi, la scena è ormai familiare: in nome del pubblico, un giornalista esige che un epidemiologo non solo riferisca che cosa sa e che cosa non sa, ma che impartisca al più presto una prospettiva di salvezza. Bisogna dire che l’esperto in questione non sempre si sottrae al gioco, in cui assume la funzione del sacerdote. Quando è costretto a riconoscere che la medicina è ancora impotente a guarire, non rinuncia tuttavia a porsi come maestro: «Non so ancora curare, ma so come prevenire: protezioni, maschere, coprifuoco e (soprattutto) confinamento». Che un altro esperto pretenda di sapere come guarire e denunci le misure sociali raccomandate dal consiglio scientifico è un’eresia. Tra Parigi e Marsiglia, le scomuniche si moltiplicano in un modo tanto più spettacolare in quanto prendono la via rapida delle reti sociali.

Nel XV secolo ci sono stati fino a tre papi nell’Europa cristiana. I fedeli hanno avuto difficoltà a orientarsi, non meno dello Spirito Santo. Oggi i vertici della medicina accademica si dilaniano a colpi di anatemi basati su statistiche e sperimentazioni in doppio cieco. La confusione del pubblico non è minore. La credenza, scriveva Hume, è «un’idea vivace, relativa, o associata, a un’impressione presente» (D. Hume, Trattato sulla natura umana, 1739, I, 3). La definizione si applica ugualmente alla fede religiosa e alla credenza ordinaria (per esempio, quella che ci porta ad affermare che il sole sorgerà domani). La differenza tra le due è al massimo una differenza di intensità. Un’«idea vivace» è una rappresentazione alla quale il soggetto è tanto più attaccato in quanto accompagna un’impressione molto reale. Se non credo sempre e solo a ciò che vedo, credo però a partire da ciò che vedo (e sento). Per indebolire una credenza non basta quindi opporle un sapere che la contraddice, bisogna modificare o annullare l’impressione a cui è legata.

Come potrebbero non scaldarsi gli animi, allora, per i temi medici in tempi di epidemia? Nel bel mezzo del confinamento o dopo il coprifuoco, abbondano le impressioni sgradevoli che ci portano a credere a discorsi scientifici che promettono una fine in un futuro prossimo. Ci sono delle eccezioni: alcuni, soprattutto all’inizio, hanno descritto il piacere della vita confinata. Questo non cambia la sostanza. Le impressioni dei confinati felici li portano ad aderire alle conoscenze mediche più allarmistiche, mentre gli altri guardano ai vaccini o all’Istituto ospedaliero universitario di Marsiglia (dove insegna Didier Raoult, microbiologo sostenitore della cura con l’idrossiclorochina; ndr).

È desolante che ci siano «lacombiani» (sostenitori di Karine Lacombe, infettivologa dell’ospedale Saint-Antoine di Parigi; ndr) e «raoultiani» in una popolazione che solo ieri non conosceva la differenza tra un virus e un batterio. Ma le persone potevano permettersi il lusso di questa ignoranza quando i loro movimenti, la loro fine del mese e i loro desideri non dipendevano dallo stato dell’arte su un nuovo coronavirus. Nell’odierno scontro tra metodi di utilizzo delle prove non ci sono solo diversi percorsi verso la verità (cosa che la maggior parte delle persone ordinariamente ammette senza troppi problemi); ci sono anche diversi percorsi per uscire da quello che sembra sempre di più un incubo.

In un simile contesto è difficile immaginare che delle conoscenze normalmente riservate agli specialisti non si diffondano in convinzioni così contrastanti da porre talvolta fine a vecchie amicizie.

 

Perché non siamo più così devoti

Ne La gaia scienza Nietzsche si chiede: «In che senso anche noi siamo ancora devoti?». Sta parlando della scienza moderna, e la devozione che denuncia è quella del XIX secolo, una fede nel Progresso che non è più la nostra. Ma mostra anche perché il discorso della scienza, nonostante tutto il suo rigore dimostrativo, è tanto più facilmente investito dalla credenza in quanto si basa esso stesso su un atto di fede. La scienza può spiegare tutto, tranne la «volontà di verità» che è all’origine delle vocazioni che suscita e delle istituzioni che la promuovono. Lo spirito scientifico vuole la «verità a ogni costo», per così dire costi quel che costi. Ma, si chiede Nietzsche, da dove viene questo desiderio di verità se non può trovare la sua fonte nella natura disinteressata della conoscenza?

Vale la pena ricordare la risposta del filosofo. Affermando che la verità è una e che giustifica il sacrificio delle nostre più grandi forze, la scienza moderna impronta il suo fuoco all’«incendio che una fede millenaria ha acceso, quella fede cristiana che era anche la fede di Platone, per cui Dio è verità e la verità è divina» (F. Nietzsche, La Gaia scienza e Idilli di Messina, Adelphi, Milano 2007, 255). Lungi dal segnare una rottura con la teologia, la promozione della conoscenza scientifica da parte dell’Illuminismo è come l’«ombra di Dio», un tentativo (forse l’ultimo) di sottomettere la vita a un principio che la supera.

Questa diagnosi nietzschiana si verifica talvolta ancora oggi nelle parole di quei professori di medicina che ci assicurano che la salvezza verrà solo dalla Scienza. Anche quando militano per un drastico confinamento di tutta la popolazione, questi professori affermano in buona fede di non fare politica. La politica non è soggetta a dimostrazioni, soprattutto in una democrazia dove ha la fastidiosa abitudine di rimanere al livello delle opinioni. Ora la verità è, secondo alcuni scienziati, l’unico valore che merita il sacrificio di una vita. E, nel corso di un’epidemia, il sacrificio della libertà degli altri.

Ciò che ci interessa qui non è tanto la fede degli scienziati nella scienza, quanto questa miscela di adesione e sospetto a cui la medicina è stata sottoposta nell’ultimo anno nella popolazione. Anche qui, Nietzsche fornisce una preziosa indicazione quando spiega che coloro che credono nella verità non vogliono essere ingannati (per questo hanno bisogno di un metodo infallibile), perché non vogliono ingannare gli altri. Secondo Nietzsche, il fondamento della scienza si trova meno nella ragione che nella morale, cioè in una certa espressione della vita. Questa volontà di non ingannare non ha nulla di evidente da un punto di vista vitale: segna la grandezza così come la fragilità della credenza nella scienza. Poiché la vita è il luogo delle apparenze, è «ordinata per l’apparenza, voglio dire su l’errore, l’inganno, la dissimulazione, l’accecamento, l’illusione su se stessi».

Applicato alla scienza, il complottismo non trae la sua origine tanto da una fede delusa quanto da una fede che ha finito per vivere al di là dei suoi mezzi. Nietzsche suggerisce che si può credere nella volontà degli scienziati di non ingannarci (una volontà controintuitiva, dato che l’esistenza è fatta di dissimulazioni) finché si conserva un residuo di credenza religiosa. C’è voluta tutta la forza del cristianesimo per convincerci che i sacerdoti, e poi i professori, governano la nostra vita solo per il nostro bene. Da quel momento in poi, il professore che accetta di assumere i panni del sacerdote ha forse ragione a volerci salvare. Ma arriva un po’ tardi per essere creduto sulla parola.

Poco importa che Nietzsche giudicasse letale l’origine religiosa della credenza nella scienza, e se volesse o meno eliminare la volontà di verità come residuo teologico. È importante, tuttavia, che l’ambivalenza delle passioni verso la medicina rivelata durante l’attuale pandemia deriva dal fatto che, come dice Nietzsche altrove, «il mondo-verità divenne infine una favola». In assenza di una credenza abbastanza forte nella verità, è bastato che i medici si sbagliassero una volta sul COVID perché alcuni pensassero che si sbagliano sempre, o addirittura che la loro volontà segreta è quella di ingannarci.

 

Credere: sapere che non sapremo

A forza di spiegare che gli interessi privati governano il mondo, e che va bene così, molti cittadini si sono convinti che i conflitti d’interesse governano anche le facoltà di medicina. Per risalire la china non basta appellarsi alla scienza mimando il discorso religioso, di cui peraltro si condanna l’intolleranza. L’obbligo per i medici di dichiarare i loro conflitti d’interesse è una strada più realistica. Ma potrebbe non essere sufficiente a riconciliarci con la parola degli esperti quando essa decide la nostra libertà di movimento.

All’inizio della pandemia Jürgen Habermas ha dichiarato che «in questa crisi dobbiamo agire nella conoscenza esplicita del nostro non sapere» (Intervista con Jürgen Habermas, in Le Monde 10.4.2020). Come filosofo illuminista Habermas non è sospettabile di condividere con Nietzsche l’idea che la fiducia nella scienza sia un avatar tardivo della fede cristiana. Tuttavia la sua formula esprime con precisione ciò che è ragionevole aspettarsi dalla scienza in un momento in cui i suoi enunciati sono così facilmente convertiti in mezzi di salvezza. Agire rendendo esplicito ciò che non si conosce non è facile né per lo scienziato né per il profano.

Il primo deve riconoscere che laddove la sua disciplina non dispone di certezze, il principio di precauzione non impone di privilegiare automaticamente lo scenario peggiore. Perché questo principio non è altro che un modo di dire che sappiamo (ciò che si deve fare), anche quando non sappiamo (ciò che è). Didier Raoult ha voluto più di una volta far credere di sapere dove gli altri profetizzavano dai loro modelli. Di fronte a quella che considera un’oligarchia di mediocri, ha giocato la carta del dispotismo illuminato. Ma non è certo che questa postura spieghi la sua popolarità. Quando un medico dice, per quanto arrogantemente, che un virus non dovrebbe dettare l’agenda politica e comportamentale di un paese, si spoglia in anticipo del suo potere. Che gli piaccia o no, ammette che non sa cosa porterà il domani, e che nel frattempo non c’è bisogno di vivere come se la catastrofe fosse in corso, evitabile solo se si seguono i suoi consigli.

Il profano che determina la sua credenza in questo o quel protocollo sanitario sulla base delle impressioni provocate nella sua vita da queste misure sociali, anche lui può imparare dai consigli di Habermas. Riconoscere che non si sa, e tuttavia agire, è ricordare che i cittadini hanno solo opinioni sulla virologia, non vere credenze. Kant, di cui Habermas è il miglior interprete contemporaneo, diceva dell’opinione che è un sapere soggettivamente e oggettivamente insufficiente (I. Kant, Critica della ragion pura, 1787, «Metodologia della ragion pura»). Il sapere scientifico, invece, è soggettivamente e oggettivamente sufficiente. La cosa migliore da fare, in queste condizioni, è aspettare che le nostre opinioni siano convalidate o confutate dalla scienza.

La credenza, invece, è oggettivamente insufficiente – non si può dimostrare nulla su di essa –, ma è soggettivamente sufficiente. Questo spiega perché il soggetto non vi rinunci facilmente. Credere nella scienza o, viceversa, ritenere per certo che essa sia lì per ingannarci, significa confondere delle opinioni, che hanno bisogno di essere verificate, con delle credenze insensibili ai fatti, e che quindi sono tanto più formidabili.

All’inverso riconoscere che non sappiamo, cercare di capire perché siamo ancora ignoranti e non schierarsi troppo in fretta, significa cercare di sdrammatizzare il legame tra le nostre credenze e la verità. Nel momento in cui ci viene spiegato che dovremo convivere a lungo con il COVID e con i discorsi spesso contraddittori che analizzano la sua fisionomia e quella delle sue varianti, ci sono buone possibilità che le nostre passioni oscilleranno tra l’adesione e il rifiuto al ritmo dell’evoluzione della conoscenza.

Una ragione in più per riservare le nostre credenze a oggetti meno trasformisti di un virus che sembra provare un piacere maligno nell’ingannarci.

 

 

Da Il Regno-Documenti

Michaël Foessel

Professore di Filosofia all’Ecole polytechnique

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