L’homo algorithmus, sfida morale e culturale

«Per comprendere l’impatto che gli algoritmi hanno nella vita umana di ogni giorno – spiega il teologo e moralista Alessandro Picchiarelli sul Blog Moralia – dobbiamo tener presente che la tecnologia non può essere vista solo come una serie di elementi del mondo dell’uomo che interrogano il nostro agire, ma come dei luoghi antropologici nei quali ci è svelata la nostra stessa costituzione».

Gli stessi stessi interrogativi che si pone il moralista e bioeticista americano P. James F. Keenan citando – su Regno-Attualità n. 20/2021 – le “Sette lezioni” tratte da un recente simposio vaticano. «Certo, l’intelligenza artificiale potrebbe non essere una persona umana – spiega -, ma questo non significa che ci comporteremmo diversamente nei suoi confronti».

Lo sviluppo dell’informatica ha cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo e agli altri, e questo è stato possibile, tra le altre cose, grazie alla produzione di quegli artefatti tecnologici che prendono il nome di algoritmi informatici.
Per comprendere l’impatto che gli algoritmi hanno nella vita umana di ogni giorno dobbiamo tener presente che la tecnologia non può essere vista solo come una serie di elementi del mondo dell’uomo che interrogano il nostro agire, ma come dei luoghi antropologici nei quali ci è svelata la nostra stessa costituzione.

 

Chi prende le decisioni

Gli artefatti tecnologici, infatti, sono prodotti culturali di un processo di comprensione del mondo, della propria natura e del modo in cui l’uomo si adatta al contesto in cui vive plasmandolo e lasciandosi plasmare da esso.
Parlare degli algoritmi significa perciò rendersi innanzitutto conto che essi stanno sempre più prendendo decisioni per l’uomo, sull’uomo e con l’uomo, e questo dovrebbe aiutarci a superare una concezione meramente strumentale ed estrinseca della tecnica.

In questo senso essi suscitano bisogni e valori, determinano una gerarchia di valori, modificano la comprensione di sé stessi e del mondo circostante.

 

Un modello «uomo + algoritmo»

È per questi motivi che oramai da un paio di decenni si avverte la necessità di ripensare l’umano e l’esperienza umana abbandonando la separazione netta tra ciò che è umano e ciò che non lo è, e rileggendo queste due realtà come soggettività sempre più in cooperazione.

Questo può essere fatto attraverso un modello che si può descrivere come «uomo + algoritmo» e che possiamo definire homo algorithmus.
Come si può comprendere facilmente, questa nuova soggettività genera problemi etici: che cosa si può dire della possibilità di riconoscere una qualche forma di agentività morale per l’algoritmo informatico?

In questi ultimi tre decenni si sono sviluppate due linee di pensiero principali.
• La prima considera la possibilità che gli artefatti tecnologici, come gli algoritmi informatici, possano comportarsi in maniera del tutto simile agli agenti morali pur non essendolo. Tra i più importanti sostenitori vanno sicuramente citati Verbeek, Johnson e Latour.
• La seconda linea di pensiero, invece, sostiene che gli artefatti tecnologici, data la loro autonomia nel comportamento e i loro processi informativi intelligenti, sono agenti morali. La classe degli agenti morali viene così ampliata per includere anche entità non umane. Tra i principali sostenitori vanno citati Floridi, Sanders e Allen.

I due approcci introdotti tentano, quindi, di conciliare l’agentività morale classica con la realtà degli agenti algoritmici.
Lo sviluppo tecnologico attuale però non permette di giungere alla conclusione che si possa parlare di agenti morali umani e di agenti morali artificiali in maniera equivalente. All’agente artificiale, infatti, non si possono applicare immediatamente le categorie di libertà, responsabilità e consapevolezza che riguardano la persona umana: è necessario ripensare queste categorie o introdurne altre che aiutino a individuare le proprietà che un algoritmo informatico deve possedere per rispondere alle sfide etiche che esso porta con sé.

 

Algoritmi, peccato e conversione

È utile fare un’osservazione che magari riprenderemo in un altro contributo.
Nell’homo algorithmus la relazione di cooperazione tra la parte umana e quella algoritmica, come ogni relazione, tende a strutturarsi in relazioni complesse. Perciò è possibile fare una riflessione sugli algoritmi informatici tenendo conto della categoria di struttura di peccato o di conversione.

Un algoritmo informatico, infatti, facendo sorgere nuovi valori e producendo cultura, influenza le relazioni che l’uomo instaura e questo determina, in positivo o in negativo, il modo in cui l’uomo vive il suo essere in relazione e genera una strutturazione dei comportamenti attraverso i quali l’homo algorithmus risponde agli stimoli e alle sfide che si trova a dover affrontare.

Quella che si prospetta è allora una sfida antropologica, filosofica, teologica e linguistica che merita di essere accolta per rispondere alle sollecitazioni che il mondo tecnologico ci offre.

 

Da Blog Moralia

Alessandro Picchiarelli

Teologo

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