Anche nella comunicazione di fatti di Chiesa ci sono battaglie che sarebbe più saggio combattere con la tattica piuttosto che con la lancia in resta. Ci sono casi, infatti, in cui il picchiare sempre sullo stesso chiodo sembrano ritorcersi contro chi va di martello.
Il caso riguarda la pagina web creata dalla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, disponibile in inglese e spagnolo. Cresciuta accanto ad altre pagine che fanno riferimento alla Segreteria (c’è questo sito, e quest’altro), un po’ più datate anche come interfaccia grafica, la nuova «Risorse per il Sinodo» – è scritto in homepage – «è un’iniziativa della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi per riferire sul cammino sinodale nel mondo (…) una piattaforma di condivisione che non sostituisce il sito ufficiale del Sinodo 2021-2023. Piuttosto che una comunicazione verticale, dall’alto verso il basso, vuole essere una comunicazione orizzontale (…) per raccontare il sinodo “della base”».
Pertanto, «chiunque ha il diritto di inviare materiale», visto che «l’attuale processo sinodale si rivolge a tutto il popolo di Dio», anche se, «poiché crediamo fermamente che l’esperienza di fede sia e debba essere comunitaria, accetteremo solo contributi che esprimano le opinioni di un gruppo chiaramente identificato».
Fin qui, si potrebbe dire, niente di nuovo.

 

Quel concetto sottinteso

Infatti, il lato più innovativo, di cui la pagina è espressione, era già argomentato nel Vademecum, dove, al c. 2, si esortano «le diocesi a coinvolgere le persone a rischio di esclusione (donne, migranti, anziani o cattolici che praticano raramente o mai la loro fede). Allo stesso tempo, per partecipare pienamente all’atto di discernimento, è importante che i battezzati ascoltino le voci di altre persone nel loro contesto locale, compresi coloro che hanno abbandonato la pratica della fede, persone di altre tradizioni di fede, persone che non hanno alcuna credenza religiosa».
Insomma, non lo si usa mai, ma qui è sotteso un termine, che a una certa parte della Chiesa, minoritaria ma chiassosa, risulta davvero indigesto, che è quello di «pluralismo». E con il quale il processo sinodale vuole fare i conti.
Né è bastato a questa parte leggere (se l’ha fatto) i due caveat nell’homepage: 1) «Come tale, la pubblicazione di qualsiasi contributo non deve essere intesa come un’approvazione del suo contenuto da parte della Segreteria generale; né nessuno deve interpretare tale pubblicazione come un atto di riconoscimento formale da parte della Segreteria del Sinodo del gruppo o della comunità che presenta il contributo». 2) la Segreteria si sente libera «di escludere il contenuto» dei contributi che non siano «espressione di un reale e sincero desiderio di camminare insieme» (cf. c. 2.4 del Vademecum).

 

Due piccoli polveroni

Così ha alzato due piccoli polveroni. Uno sulla presenza sul sito vaticano del contributo di New Ways Ministry, il gruppo pastorale statunitense con forse la più lunga storia all’attivo, relativo a un webinar sulla partecipazione al Sinodo delle persone e dei gruppi LGBTQ. Ma il tutto si è risolto con la pubblicazione della corrispondenza tra il papa e la co-fondatrice, suor Jeannine Gramick e il direttore del gruppo, Francis DeBernardo. Ovvero con un endorsement papale.
L’altro su un’iniziativa di un gruppo, sempre statunitense, che sostiene l’ordinazione delle donne prete. Qui è intervenuto il portavoce della Segreteria, Thierry Bonaventura, che si è limitato a ribadire la policy della pagina che sostiene, appunto, lo spirito di «condivisione» con cui è nata.
La morale è che chi non ci vuol sentire dall’orecchio del pluralismo, dovrà pur farsi una ragione che anche la politica del chiodo ribattuto crea un effetto «purché se ne parli» che gli si ritorce contro: è grazie a loro infatti se oggi conosciamo la pagina, e se qualcuno in più, forse, darà il proprio contributo.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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