COVID-19: Che cosa intendiamo quando diciamo che siamo in “crisi”?

Apparso il 3 novembre 2021 sulla rivista statunitense The Public Seminar, l’articolo dell’antropologa Janet Roitman discute un concetto che durante la pandemia è stato dato ampiamente per scontato: quello di «crisi». Per questo abbiamo tradotto sulla rivista la versione più ampia di queste riflessioni, pubblicate in inglese da Arena di cui qui riproduciamo alcuni stralci.

Salute come bene comune

Dobbiamo chiederci: cosa rappresenta meglio la sicurezza umana? Per rispondere a questa domanda, non possiamo accettare ciecamente le dichiarazioni di crisi. Questo non significa che non siano vere. Cioè, la decisione di non accettare ciecamente le dichiarazioni di crisi non equivale alla negazione dell’affermazione di un individuo di aver vissuto una crisi o al disconoscimento dell’affermazione di una comunità d’aver vissuto una crisi. Implica solo un impegno a indagare la formulazione della crisi.

Come viene formulata una dichiarazione di crisi? Quali sono i suoi termini? Come si costituisce la crisi come qualcosa su cui agire?

La crisi è un oggetto di conoscenza. La rivendichiamo, la definiamo, ne stabiliamo i contorni o i limiti, la gestiamo e così via. Ha conseguenze o effetti differenziati per varie popolazioni e comunità. E questo è importante.

La teoria sociale europea ci dice che la crisi implica una svolta. La crisi porta a una svolta perché implica una trasformazione epistemologica. In altre parole, almeno secondo la teoria sociale convenzionale, la crisi significa una trasformazione della produzione di conoscenza e la produzione di affermazioni di verità. Ma dobbiamo fermarci a riflettere: quando si dichiara la crisi, in che misura ci troviamo nel corso di una trasformazione normativa, o del sorgere di nuovi standard normativi?

Dovremmo chiederci se, dichiarando la pandemia COVID-19 una crisi, per esempio, ciò avviene perché certe pretese verità non reggono più. È questo il caso?

Forse è ancora troppo presto per dirlo. Forse i brevetti per i vaccini diventeranno una categoria legalmente discutibile, affermando che le pretese sui diritti di proprietà e sul benessere umano si stanno modificando. E forse una campagna di vaccinazione finanziata e gestita su scala globale diventerà una pratica standard negli anni a venire. Forse.

Tuttavia, e purtroppo, per la maggior parte, possiamo vedere abbastanza distintamente come, nel caso del COVID-19, la dichiarazione di crisi riconferma implicitamente le norme sulla sanità pubblica e su ciò che consideriamo essere la sicurezza umana. In questo caso, non c’è nessuna trasformazione epistemologica, nessuna nuova pretesa di verità.

Negli Stati Uniti, la dichiarazione della crisi deriva da disparità razziali e socioeconomiche molto serie e profonde nella sanità e nel benessere pubblici, che sono la norma. Queste disparità includono differenze nelle condizioni di vita e di lavoro, e un accesso differenziato alle cure mediche. La risposta al COVID-19 come crisi di sanità pubblica non è servita ad attenuare o ad affrontare queste disparità.

 

Le povertà saranno esacerbate

A dire la verità, l’Urban Institute, un think tank statunitense, riferisce che l’American Rescue Plan Act del 2021 prevede di ridurre il tasso di povertà dal 13,9% del 2018 al 7,7% nel 2021. Questa è una riduzione significativa e testimonia il potere del welfare pubblico. Ma purtroppo si tratta di una riduzione per un anno (il 2021) che dipende in gran parte dagli assegni federali di stimolo versati direttamente alle famiglie. Questi programmi d’emergenza termineranno; le cause strutturali della povertà rimarranno.

Come negli Stati Uniti, così la persistenza e l’esacerbazione della disuguaglianza di reddito e di ricchezza è una caratteristica della vita in Francia22 e nel Regno Unito.23 Senza un reddito di base universale, o dei «baby bonds»24 per affrontare il divario di ricchezza razziale, o un fondo «capitale di base universale» che fornisca equità e quindi redistribuzione della ricchezza ai cittadini, la «crisi COVID-19» non genererà né la trasformazione epistemologica né quella strutturale che si pensa che le crisi inneschino.

Al contrario, la dichiarazione di crisi è servita solo a esacerbare le disuguaglianze socio-economiche, perché il welfare sociale non è una caratteristica fondamentale della preparazione a una pandemia. Questo è il caso degli Stati Uniti, che costituisce uno degli esempi più drammatici di disuguaglianza di reddito a causa dei differenziali di reddito da capitale (in opposizione al reddito da lavoro).25 Nei paesi di tutto il mondo, l’insicurezza alimentare è aumentata, anche in Europa e Nord America. In effetti, queste disuguaglianze sono di scala globale e sono esacerbate dal nazionalismo vaccinale.26

Purtroppo, nonostante gli schemi di preparazione alle pandemie abbiano ormai molti anni, il welfare sociale non è incluso nel Global Health Security Index, il punto di riferimento per il confronto dei diversi paesi sulle loro capacità di gestire «eventi biologici catastrofici».

Prendiamo dolorosamente atto che, nonostante le disuguaglianze socio-economiche in forte aumento sia all’interno delle nazioni sia in tutto il mondo, e nonostante tutte le sofferenze e i lutti in corso, la sicurezza umana definita in termini di welfare sociale non è emersa come un nuovo regime normativo.

Janet Roitman

docente di Antropologia (New York)

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