E se la riforma della Chiesa passasse dalla riforma dell’episcopato?

L’ampio dibattito, sollevato nelle scorse settimane da Andrea Grillo, ripreso da Umberto Rosario Del Giudice e da Pierluigi Consorti, ai quali si sono aggiunti, tra gli altri, gli interventi di Cosimo Scordato, di Severino Dianich e di Franco Gomiero, sulle attribuzioni episcopali ha a che fare con un certo modo di intendere la Chiesa e di guardare alla sua riforma. Il perdurante utilizzo di titoli come quello di «arcivescovo ad personam» – allorché l’arcivescovo sia pastore di una diocesi che non è «arcidiocesi» – può sembrare una questione marginale, di nicchia, più formale che sostanziale, per addetti ai lavori. Affari curiali, e niente più. Ma così non è, in quanto a essere perpetuate sono concezioni dell’episcopato ormai anacronistiche, su un piano tanto storico quanto, ancor prima, teologico.

D’altronde, personalmente, capita frequentemente che studenti, amici o conoscenti mi pongano domande sulla distinzione tra vescovo e arcivescovo, monsignore e prelato, cappellano e canonico, e via dicendo.

Sono temi che stuzzicano la curiosità di molti, perché hanno il sapore di cose passate, di epoche lontane, di realtà che non esistono più. Sul piano pastorale, il pericolo più grave è proprio questo: che la nostra fede diventi roba da museo! Che le mozzette rosse dei canonici o le fasce paonazze dei monsignori finiscano per diventare (se già non lo sono) orpelli folkloristici da sfoggiare nelle processioni o nelle cerimonie solenni. Vanno bene, insomma, per chi ha il gusto dell’antico. Ma, alla fine, che cosa tutto ciò ha a che fare con il Vangelo? La domanda non può essere elusa.

 

Il rapporto tra il vescovo e la Chiesa particolare

Alla luce della sacramentalità dell’episcopato, formulata in maniera chiara con il Concilio Vaticano II, è mancata e manca, a oggi, una profonda riflessione sul ruolo e sul ministero dei vescovi. L’ermeneutica della continuità applicata all’episcopato ha compromesso uno sguardo sincero e autentico sulla realtà. Così la questione del rapporto tra vescovo e Chiesa particolare non è più rinviabile, sia per la teologia sia per il diritto canonico.

Perché se da un lato il Concilio lega, in maniera evidente, il vescovo alla Chiesa locale, dall’altro lato il diritto canonico codifica la prassi ecclesiale di vescovi ai quali, non essendo affidata la cura di una diocesi, viene attribuito il titolo di diocesi ormai «estinte»: i vescovi «titolari» definiti, dal Codice di diritto canonico, in forma residuale rispetto a quelli diocesani (cf. can. 376).

Storicamente, si trattava di vescovi nominati per sedi «in partibus infidelium», cioè che insistevano su territori conquistati dai saraceni. Mentre oggi sono titolari, per lo più, i vescovi che ricoprono incarichi nella curia romana o i vescovi ausiliari, eletti, questi ultimi, in base a un titolo differente rispetto a quello della Chiesa locale del cui ordinario diocesano sono chiamati a supporto.

Inoltre, è stato superato il principio dell’univocità della sede episcopale, con sedi connesse ai titoli di più vescovi, del vescovo residenziale come di altri vescovi (gli emeriti o i coadiutori). E ciò ha riguardato anche la sede di Roma, dopo la rinuncia di Benedetto XVI che ha assunto il titolo di papa «emerito».

 

La discussione conciliare

Infine, ci sono diocesi su base personale, la cui giurisdizione del vescovo (ad esempio, l’ordinario militare) è propria e, al contempo, cumulativa con quella dei vescovi residenziali. Insomma, come si può ben vedere il quadro è complesso. La discussione che si è svolta tra i padri conciliari dimostra che il problema del raccordo tra la sacramentalità dell’episcopato, nei suoi tria munera e la presenza di vescovi eletti per sedi «estinte» fosse loro ben presente.

Nei lavori conciliari, comunque, si poneva l’accento sul fatto – sto semplificando – che l’episcopato, in quanto sacramento, non poteva di per sé rappresentare un onore, una sorta di rango del cursus honorum, come avveniva per gli ufficiali di curia. Ed è un punto, ovviamente, ancora attuale, per ciò che riguarda i vescovi «curiali» (e non solo!). Un nodo irrisolto, è il caso di dire. Ma non possiamo disconoscere che, negli anni successivi al Concilio, l’aver ridimensionato la relazione univoca tra sede episcopale e titolo, in termini di diritto ecclesiale, come nel caso degli emeriti o dei coadiutori, ha risposto a un’esigenza di natura pratica, pastorale.

È evidente, ad esempio, che nella decisione di Paolo VI di attribuire ai vescovi emeriti il titolo della diocesi di cui sono rinunciatari si è voluto mettere in luce l’esistenza di un legame affettivo e spirituale, che rimane al di là dell’esercizio della potestà di governo. Mi pare che questo possa essere considerato un esempio di come l’ortoprassi abbia avuto la meglio sull’ortodossia, nell’accezione periferica del diritto canonico richiamata più volte, nei suoi studi, da Consorti.

 

Un puzzle da ricomporre

Di ciò, però, mi sembra che nella teologia sul vescovo ci sia poca traccia. Eppure, i risvolti sono enormi, perché oggi ci troviamo con quasi la metà del collegio episcopale che non è espressione diretta di una Chiesa locale. Se non vogliamo ammettere – a partire da una stretta interpretazione di Lumen gentium – l’esclusione dei vescovi che non governano una diocesi dal Collegio episcopale (ad esempio, mons. Vittorio Mondello, arcivescovo emerito di Reggio Calabria – Bova, ha rivendicato in maniera chiara il suo non essere un «peso» per la collegialità episcopale: cf. V. Mondello, «Il vescovo emerito è un peso per la collegialità episcopale?», in Dei et hominum 8[2015] 1, 89ss), dobbiamo essere in grado di affinare, in tal senso, i nostri strumenti teologici e giuridici. È tempo di trovare soluzioni audaci, coraggiose, organiche e non palliative (come potrebbe essere quella di alzare l’età della rinuncia dei vescovi dai 75 agli 80 anni, per ridurre gli emeriti!). La questione della rappresentatività delle Chiese locali nel collegio episcopale è tra quelle più urgenti, anche perché coinvolge, nella struttura, l’ipotesi di un futuro Concilio.

Peraltro, è chiaro che il mantenimento di una stretta connessione, sul piano sacramentale, tra potestà d’ordine e potestà di giurisdizione esclude (di diritto, beninteso) laiche e laici dalla possibilità di assumere, in piena responsabilità, funzioni di governo nella comunità ecclesiale (a norma del can. 129 § 2 del Codice di diritto canonico, i laici possono solo «cooperare» alla potestà di governo).

È come se avessimo davanti ai nostri occhi un puzzle da ricomporre. I pezzi ci sono (sacramentalità, Chiesa locale, territorialità, potestà di giurisdizione, legame affettivo e spirituale, …), ma devono essere adeguatamente incastrati.

 

La visione di Chiesa particolare

Un altro aspetto che credo sia importante sottolineare è il seguente: le idee che abbiamo sull’episcopato e sul suo esercizio producono inevitabilmente effetti su una certa visione di Chiesa particolare. Secondo il Codice di diritto canonico quest’ultima è «la porzione del popolo di Dio (…) in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica» (can. 369). Il principio teologico, codificato in punta di diritto, è evidente.

Ma nei fatti, le diocesi sembrano più delle circoscrizioni amministrative della Chiesa universale, «case» succursali di una «casa-madre» (un modello, quest’ultimo, funzionale a rispondere alle esigenze di instaurare una res publica christiana, in piena riforma gregoriana). Così i vescovi finiscono per essere una sorta di funzionari, di burocrati, di meri esecutori della volontà di Roma. Che li elegge e, poi, ne può chiedere la rinuncia, li può dimettere o «dimissionare», pure senza tenere conto del popolo di Dio, senza alcuna garanzia a tutela dell’immagine e della dignità della persona umana, di colui che è uomo prima di essere vescovo. È difficile scardinare una mentalità, una cultura, fortemente gerarchica che viene replicata su scala diocesana.

 

Il modello piramidale

Come efficacemente ha sottolineato P. Consorti in un contributo apparso sull’ultimo numero de Il Regno («A che scopo? Ripensare il diritto canonico per riformare la Chiesa», in Regno-att. 2,2022,5), la Chiesa cattolica è rappresentata al pari di una «istituzione piramidale e concentrica, governata dal centro attraverso vescovi che concepiscono i presbiteri come il corpo di una struttura che potrebbe vivere anche senza popolo e pure senza dialogare con il mondo che la circonda e in cui è immersa».

Ad esempio, quando ancora oggi, spesso, il vescovo, durante una celebrazione eucaristica, nello schema dell’omelia, inizia salutando prima, eventualmente, gli altri vescovi presenti, poi i sacerdoti, e a seguire diaconi, religiose e religiosi e, infine, i fedeli (tra questi, magari, offrendo una menzione particolare alle autorità civili e militari), non fa altro che applicare a una Chiesa particolare e, in tal modo, perpetrare il modello piramidale, della Chiesa universale (l’efficace immagine è ripresa da D. Vitali, «Chiesa, cosa dici di te stessa? Non società di servizi, ma popolo di Dio», in Vita pastorale n. 8-9/2007), tipico della stagione preconciliare. Un modello che è, o che dovrebbe essere, ormai superato.

Insomma, pare che i frutti del Concilio Vaticano II non siano ancora sufficientemente maturati nella coscienza e nella prassi ecclesiale. C’è tanto lavoro da fare. Con una consapevolezza che non può mancare: una riflessione sull’episcopato è, innanzitutto, una riflessione sulla Chiesa. Su di un nuovo modello di Chiesa. Una riflessione dalla quale – sia chiaro – non possiamo sottrarci.

 

 

Contributo pubblicato nella sezione «L’Ospite» del sito de Il Regno.

Luigi Mariano Guzzo

docente di Storia del diritto canonico

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