L’Unione Europea, composta da 27 tra i paesi più ricchi del mondo con 450 milioni di abitanti, non è in grado di fornire assistenza – secondo la definizione dei propri principi giuridici – a circa 10.000 persone: intrappolati nelle zone di confine, sono gruppi vulnerabili composti da famiglie con bambini, donne incinte e anziani, fuggiti da guerre e conflitti nei fronti più caldi come la Siria, lo Yemen, l’Afghanistan e l’Iraq. Donne, anziani e bambini che stanno affrontando in queste settimane le temperature rigide dell’inverno, senza poter valicare le frontiere dell’UE, senza aver accesso all’assistenza di base per sopravvivere. Semplicemente respinti. Respinti dalla burocrazia delle istituzioni nella migliore delle ipotesi. Respinti illegalmente da parte di alcuni paesi che «strumentalizzano i migranti per scopi politici».

Ci troviamo lungo la cosiddetta «Rotta balcanica» (qui a fianco), la via migratoria aperta nel 2015 che parte dalla Turchia e, passando per la Grecia, si dirama in vari paesi: Bulgaria, Macedonia del Nord, Serbia, Montenegro, Albania, Bosnia-Erzegovina. L’intento di chi la attraversa è di raggiungere l’Unione Europea.

È percorsa da persone provenienti da moltissime aree del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa, principalmente siriani, iracheni e afghani. Nel corso degli anni ha subito notevoli mutamenti, in particolare a seguito delle politiche di chiusura totale, da parte del governo ungherese, che hanno di fatto bloccato il passaggio dalla Serbia all’Ungheria. A causa di ciò, dal 2018 la Bosnia-Erzegovina è diventata il nuovo punto di transito fondamentale di questa rotta per poter arrivare in Europa passando attraverso la Croazia.

È qui che – come ha denunciato la Diaconia valdese nel suo dossier Human dignity lost at the EU’s borders, pubblicato a dicembre – avvengono i principali respingimenti che comportano tra l’altro abusi, molestie, estorsioni, violenze, distruzione di proprietà, furto e negazione dell’accesso alla richiesta di asilo. «Non si tratta solo del furto dei beni delle persone, ma anche della perdita del valore di base dell’UE, della dignità umana e del rispetto dei diritti fondamentali». 

Quella afghana è una delle popolazioni maggiormente rappresentate lungo la Rotta balcanica sin dalla sua apertura. La loro emigrazione è causata da una molteplicità di fattori ambientali, economici e politici. Al culmine di un’instabilità tragicamente endemica e al termine di un conflitto ventennale, il 15 agosto 2021 Kabul è caduta nelle mani dei talebani (cf. Regno-att. 16,2021,481). Questo tragico evento sta causando un’ulteriore impennata di flussi migratori dal paese. 

Tra agosto e novembre 2021 – secondo il resoconto della Diaconia valdese – 1.696 persone provenienti dall’Afghanistan hanno riferito di aver subito un respingimento dalla Croazia alla Bosnia-Erzegovina, comprese 61 persone che hanno subito un respingimento a catena dalla Slovenia, attraverso la Croazia, alla Bosnia-Erzegovina. Tra loro anche 65 bambini non accompagnati, e 154 famiglie. 

Gli intervistati denunciano il rifiuto d’accesso a una procedura d’asilo (il 60%), un arresto o una detenzione arbitraria (54%), abusi o detenzioni arbitrarie (51%), abusi fisici (16%), furti, estorsioni e distruzione di proprietà (64%).

 

Diritti calpestati

Come ricorda anche la Caritas italiana nel report Storie, voci e volti dalla Rotta balcanica, per chi arriva fino in Bosnia Erzegovina proseguire il proprio percorso verso l’Unione, oltre a essere pericoloso e faticoso, è anche estremamente oneroso – può arrivare a costare oltre 5.000 euro a persona, per pagare i trafficanti che aiutano nell’attraversamento dei confini.

«Per un assurdo sistema di regole, i migranti che decidono di presentare domanda d’asilo in Bosnia Erzegovina non hanno però diritto a permessi, anche temporanei, di lavoro. E dunque non possono mantenersi mentre sono nel paese, né guadagnare soldi per proseguire il viaggio, se non con lavori in nero sottopagati». 

Lungo l’intera Rotta balcanica, dalla Turchia fino alla Bosnia Erzegovina, i migranti in transito si trovano ad affrontare situazioni spesso molto simili tra loro. «Cambiano i luoghi, ma non le problematiche – spiegano gli operatori di Caritas –: carenze materiali, luoghi d’accoglienza fatiscenti e inadeguati, condizioni igieniche precarie, assenza di qualsiasi supporto psicologico, difficoltà di farsi accettare dalle comunità locali, diritti non riconosciuti o non rispettati».

Oltre a questa rotta, una nuova via migratoria si è aperta di recente nell’Est Europa per provare a raggiungere l’Unione Europea: è un percorso che dalla Siria e dalla Turchia consente a molte persone, con un biglietto aereo, d’arrivare in Bielorussia. Da lì, provano a entrare nel territorio comunitario attraversando il confine con la Lituania o con la Polonia.

 

La crisi bielorussa

Questa nuova rotta è recentemente diventata l’epicentro di una nuova, drammatica crisi umanitaria. In particolare, a partire dallo scorso 8 novembre, con la totale chiusura del confine tra Polonia e Bielorussia, migliaia di migranti sono stati spinti ad accamparsi nei pressi della recinzione di filo spinato che divide i due paesi. L’emergenza umanitaria causata dall’inadeguatezza delle condizioni in cui versano – ricorda Caritas – è acuita dell’inizio dell’inverno. Alcuni migranti hanno perso la vita nelle settimane scorse, nel tentativo d’attraversare quel confine.

La Polonia ha contato quasi 40.000 tentativi di attraversamenti illegali al confine con la Bielorussia nel 2021. Lo ha riferito Varsavia, sottolineando che la maggior parte di questi tentativi risale alle ultime settimane.

L’Unione Europea, da parte sua, accusa il leader della Bielorussia Alexander Lukashenko di prelevare deliberatamente gruppi di migranti e poi di farli scortare dalle proprie forze di sicurezza verso i confini degli stati membri con l’obiettivo di forzare gli ingressi illegali. Secondo le guardie di frontiera polacche, anche il numero di domande d’asilo è aumentato in modo significativo. Mentre erano 2.600 nel 2020, quasi 8.000 persone hanno chiesto asilo in Polonia lo scorso anno.

Migliaia di persone sarebbero rimaste bloccate nelle foreste tra il confine polacco e bielorusso, senza accesso agli aiuti umanitari e all’assistenza. I recenti sviluppi all’inizio di novembre hanno ulteriormente aggravato la crisi politica tra l’UE (e i suoi stati membri) e la Bielorussia, a scapito della vita e della sicurezza dei migranti. Si stima che migliaia di persone siano state spinte verso la Bielorussia e lasciate in un limbo e in condizioni umanitarie precarie, mentre almeno 10 sono morte al confine tra Polonia e Bielorussia fino a oggi.

Lo «stato di emergenza» introdotto nell’estate del 2021, prima in Lituania e poi in Polonia e Lettonia, ha colpito non solo la posizione dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti che cercano protezione in questi paesi, ma anche le organizzazioni della società civile, gli avvocati e i media indipendenti.

«L’accesso umanitario non dovrebbe essere politicizzato né compromesso – si legge nel dossier della Diaconia valdese –. L’assistenza salvavita e gli aiuti umanitari dovrebbero essere messi a disposizione di tutti coloro che sono bloccati alle frontiere dell’UE, indipendentemente dagli equilibri politici in atto. Limitare l’accesso ai servizi di base peggiorerà i problemi di protezione e le persone non avranno altra scelta che rivolgersi ai contrabbandieri e a rotte più pericolose».

 

Paolo Tomassone

Giornalista

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