Commento alle letture per la liturgia della I domenica di Quaresima 

Dt 26,4-10; Sal 91 (90); Rm 10,8-13; Lc 4,1-13 

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

In Luca le tentazioni si succedono in modo diverso che in Matteo (4,1-11): l’ultima è rappresentata non dal dominio sui regni del mondo, ma dalla protezione divina legata al culto. Il mutamento tende a rendere culminante la terza tentazione. Eppure ci sono momenti storici che ci sospingono a sostare, in primis, su quella che per Luca è la seconda prova.

Il diavolo condusse Gesù in alto e gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse che, se lo avesse adorato, gli avrebbe consegnato «il loro potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio» (Lc 4,5). In questa scena ci si trova di fronte a una specie di archetipo, su vasta scala, del «patto con il diavolo». Il diavolo evangelico non è Mefistofele, e con ogni evidenza Gesù non è Faust; eppure la struttura di questa tentazione, ma non delle altre due, è effettivamente quella del patto. Vi è un do ut des.

La prima e la terza tentazione, riferite rispettivamente alla trasformazione delle pietre in pane (Lc 4,3) e alla sfida di essere sorretto dagli angeli (Lc 4,9-10), sono introdotte dalla clausola: «Se tu sei Figlio di Dio…». Il diavolo non sfida Gesù per avere conferma della condizione filiale di quest’ultimo; essa è data per certa. La provocazione va intesa in quest’altro senso: poiché tu sei Figlio di Dio di’ a queste pietre di trasformarsi in pane e gettati giù affidandoti alla protezione angelica.

In altri termini, le tentazioni si incentrano sui modi di manifestare la figliolanza divina. In esse il diavolo non propone nulla in contraccambio; tutto si risolve nell’invito al Figlio di rendere spettacolare la propria condizione.

Non così per la tentazione relativa al potere. In questo caso il contraccambio c’è; l’ipotesi del dominio diabolico sui regni non viene confutata. Il Vangelo non mette in bocca a Gesù parole del tipo: è falso, la storia e i regni soggiacciono tutti al governo del Signore. Anche su questa linea si sarebbe potuto rispondere con citazioni bibliche. Sarebbe bastato rivolgersi al libro di Isaia in cui il Signore, a proposito di Ciro, il gran re persiano, afferma di averlo scelto per renderlo conquistatore di popoli (cf. Is 45,1-7). Persino un sovrano che non lo conosceva divenne strumento del Signore. Invece no; l’affermazione diabolica non è smentita. Si può realmente vendere l’anima al diavolo per avere qualcosa in contraccambio. 

La risposta esplicita di Gesù è uno «sta scritto» che, preso alla lettera, non si trova però in alcun passo biblico: «Il Signore tuo Dio adorerai: a lui solo renderai culto» (Lc 4,8; cf. Dt 6,13). Così il testo evangelico. Sono parole che in tante circostanze della storia e della vita appaiono trascrivibili nei seguenti termini: anche quando nel mondo il potere sembra sfuggire dalle mani di Dio e la fede pare destinata all’impotenza, tu prosegui a credere che bisogna adorare solo il Signore tuo Dio che «continua a tenersi nascosto (mistatter) [tradotto alla lettera]» (Is 45,15). Fallo senza dimenticare la parte di verità contenuta in una sentenza che parla il linguaggio della totalità (il che è già un paradosso): «Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno» (1Gv 5,19). La risposta di Gesù, oggi più che mai, è riassumibile con queste parole: la fede nel Dio unico implica la rinuncia a dominare il mondo. 

In Luca l’ultima tentazione avviene nel punto più alto del tempio; essa riguarda il culto, la parola con la quale, non a caso, si chiude la risposta alla seconda tentazione. La preghiera non è una forma di assicurazione per avere un’esistenza tranquilla e protetta su questa terra: «Gli angeli ti porteranno sulle loro mani» (Lc 4, 11; Sal 91,12). Luca è l’evangelista della preghiera di Gesù. Tutti i momenti salienti della vita pubblica, a cominciare dal battesimo al Giordano (Lc 3, 21) per terminare sulla croce (Lc 23,46), sono scanditi dalla preghiera (cf. Lc 5,16; 6,12; 9,18.28-29; 22,41-42). La risposta di Gesù all’ultima tentazione («non metterai alla prova il Signore», Lc 4,12; Dt 6,16) indica lo spirito con cui si è chiamati a pregare. L’esperienza vera, e a volte tremenda, della preghiera non esaudita non deve trasformarsi in prova dell’assenza di Dio. 

«Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato» (Lc 4,13): è quello della croce, quando per tre volte fu detto (con un «se» realmente dubitativo): «Se sei il Cristo (il Messia) scendi dalla croce e salva te stesso» (Lc 23,35-39). La risposta di Gesù, dall’alto della croce, fu «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46; Sal 31,6). Gesù si affida alle mani del Padre, non a quelle degli angeli.

Piero Stefani

Biblista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Share via
Copy link
Powered by Social Snap