Oggi, 17 marzo, inizia la fase dibattimentale del maxiprocesso vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di stato. Atteso – anche dall’interessato – l’interrogatorio del card. Becciu, che per la prima volta potrà esporre la propria versione dei fatti e difendersi dalle accuse (abuso d’ufficio, peculato, subornazione di testimone). Anticipiamo l’articolo che uscirà sul prossimo numero del Regno-attualità a firma di Fausto Gasparroni, vaticanista dell’ANSA.

Per gli standard vaticani lo si può ben definire un «maxi-processo», e le sue stesse dimensioni costituiscono una sorta di «stress test» per la tenuta del sistema giudiziario d’Oltretevere. Ha impiegato 7 mesi e 2 giorni, dalla prima udienza del 27 luglio 2021 alla nona del primo marzo 2022, il processo al Tribunale vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di stato per uscire dalla fase delle schermaglie – e in certi momenti, delle baruffe – procedurali e avviarsi finalmente verso quella dibattimentale.
E a inaugurarla sarà l’interrogatorio di uno dei principali imputati, sicuramente il più in vista, il cardinale Angelo Becciu, ex sostituto per gli Affari generali ed ex prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che deporrà il prossimo 17 marzo in prima battuta, almeno per la parte riguardante le somme di denaro inviate in Sardegna di cui, secondo le accuse, avrebbero beneficiato suoi familiari. Una di quelle accuse che gli sono costate la perdita della carica in curia e dei «diritti connessi al cardinalato», di cui papa Francesco l’ha privato nell’udienza-shock del 24 settembre 2020 (cf. Regno-att. 18,2020,531s).
C’è molto in gioco nel procedimento, che vede alla sbarra 10 imputati e 4 società, nato dalla compravendita del lussuoso palazzo di Sloane Avenue 60, a Londra, ma estesosi poi ad altre vicende. Non solo la dimostrazione della capacità del piccolo stato di reprimere penalmente gli scandali finanziari, le asserite distrazioni di fondi, i presunti taglieggiamenti e le malversazioni persino a danno della carità del papa, che, secondo le stime più aggiornate, hanno comportato perdite per la Santa Sede pari a 217 milioni di euro, a quanto ha riferito in aula il promotore di giustizia aggiunto, Alessandro Diddi.
Ma anche la stessa credibilità del sistema finanziario vaticano dinanzi agli organi di controllo e agli operatori internazionali, al culmine di un faticoso processo di riforma e di adeguamento alle riconosciute pratiche anti-riciclaggio e di trasparenza. E a questo proposito, non depone esattamente a favore che tra gli imputati del processo vi siano anche gli ex vertici dell’autorità di vigilanza (già Autorità d’informazione finanziaria-AIF, dal dicembre 2020 Autorità di supervisione e informazione finanziaria-ASIF) che, stando ai capi d’accusa, avrebbero consigliato altri soggetti coinvolti proprio su come aggirare i controlli.

 

Recuperare credibilità

Non ultima, tra le poste in gioco, anzi, tra le motivazioni stesse dell’azione giudiziaria, la possibilità per la Santa Sede di recuperare le somme perdute: un aspetto che si è cominciato a sperimentare anche in altri processi vaticani, come quello civile per «mala gestio» giunto a conclusione contro gli ex dirigenti dell’Istituto per le opere di religione (IOR) e quello penale sulla dismissione degli immobili dell’Istituto, che ha visto la condanna, tra gli altri, dell’ex presidente Angelo Caloia.
In una sintesi delle questioni in ballo nel processo in Vaticano, si può dire che le vicende sono diverse, e anche i rispettivi protagonisti, ma in un orizzonte comune di usi indebiti e appropriazioni di fondi della Santa Sede, che hanno messo le mani, ad esempio, anche sull’Obolo di San Pietro, in cui confluiscono le offerte dei fedeli da tutto il mondo col duplice scopo di fare beneficenza per i bisognosi e di finanziare la macchina curiale. E il contesto è quello di presunte connivenze tra funzionari vaticani e manager e broker esterni, facendo leva anche su evidenti ingenuità del personale o scarsi controlli rispetto alle scaltrezze messe in atto nelle transazioni finanziarie internazionali, specie se in ambito speculativo.
Si tratta di un quadro particolarmente complesso, ma da cui – secondo le durissime «riflessioni conclusive» dei magistrati inquirenti nella citazione a giudizio – «emerge un intreccio, quasi inestricabile, tra persone fisiche e giuridiche; fondi di investimento; titoli finanziari – quotati e non –, banche e istituti di credito di varia tipologia, ampiezza e trasparenza d’agire».

 

Un sottobosco di faccendieri

«Vicende ordinate appositamente e variamente interessate» – proseguono – «ad attingere alle risorse economiche della Santa Sede, spesso senza alcuna considerazione delle finalità e dell’indole della realtà ecclesiale».
Dalle indagini partite nel 2019 sulla scorta di due denunce dello IOR e dell’Ufficio del revisore generale, e grazie anche «a uno sforzo d’approfondimento e di cooperazione tra forze di polizia», si è potuto rilevare – spiegano i promotori di giustizia – «il ruolo avuto nel tempo e in diversi contesti operativi da vari soggetti estranei alla struttura ecclesiale – spesso improbabili se non improponibili –, attori di un marcio sistema predatorio e lucrativo, talora reso possibile grazie a limitate, ma assai incisive, complicità e connivenze interne».
«Questo sconfortante esito – sottolineano ancora i pm vaticani – appare ulteriormente aggravato dalla constatazione che la più gran parte delle attività di investimento effettuate nel corso degli anni da soggetti di diversa formazione, status e responsabilità nella Segreteria di stato sia avvenuto drenando ingenti quantità di somme raccolte nell’Obolo di San Pietro, di risalente origine storica e che nel corso dei secoli ha attinto ai più intimi impulsi della comunità ecclesiale, sollecita nell’assolvimento del precetto della carità e assistenza al prossimo senza alcuna distinzione né barriera religiosa o ideologica».
Ovvio che occorrerà vedere se e in che misura le conclusioni dell’inchiesta reggeranno alla prova dell’aula. Intanto, a vario titolo e in vari casi per concorso, sono chiamati a rispondere, oltre al card. Becciu accusato d’abuso d’ufficio, peculato e subornazione di testimone, l’ex presidente dell’AIF René Bruelhart (abuso d’ufficio); l’ex segretario di Becciu mons. Mauro Carlino (estorsione e abuso d’ufficio); Enrico Crasso, l’uomo della finanza che da decenni aveva in gestione gli investimenti della Segreteria di stato (peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, truffa, abuso d’ufficio, falso materiale in atto pubblico commesso da privato e falso in scrittura privata); l’ex direttore AIF Tommaso Di Ruzza (abuso d’ufficio e violazione di segreto d’ufficio); l’ex manager sarda Cecilia Marogna, che ha ricevuto 575.000 euro dalla Segreteria di stato per asserite azioni di intelligence, ma finiti in gran parte in beni di lusso (peculato).
E poi ancora: il finanziere Raffaele Mincione, che fece sottoscrivere alla Segreteria di stato importanti quote del fondo che possedeva l’immobile di Sloane Avenue, usando poi il denaro ricevuto per suoi investimenti speculativi (peculato, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio); l’avvocato coinvolto nella trattativa Nicola Squillace (truffa, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio); il minutante dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di stato Fabrizio Tirabassi (corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d’ufficio); Gianluigi Torzi, il finanziere chiamato ad aiutare la Santa Sede a uscire dal fondo di Mincione che è riuscito a farsi liquidare ben 15 milioni per restituire il palazzo londinese ai legittimi proprietari (estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio).
Sul banco degli imputati anche 4 società, una facente capo alla Marogna (peculato) e tre a Crasso (per truffa). Tutte ipotesi di reato che gli interessati respingono con forza.

 

Principi del foro e un Codice del 1913

Tra le caratteristiche più lampanti delle udienze che si celebrano nella Sala polivalente dei Musei vaticani – la piccola aula del Tribunale era evidentemente troppo angusta –, c’è uno schieramento di prìncipi del foro che sicuramente non si era mai visto prima in Vaticano: basti citare, come legali delle due principali parti civili (Segreteria di stato e APSA, le altre due sono lo IOR e l’ASIF), gli ex ministri della Giustizia Paola Severino e Giovanni Maria Flick, quest’ultimo anche ex presidente della Consulta.
Ma anche la difficoltà e la fatica dei promotori di giustizia vaticani, e in genere della piccola struttura inquirente d’Oltretevere, nel fare fronte alle istanze dell’agguerritissima compagine difensiva. Considerando anche che in Vaticano vige il Codice di procedura penale italiano del 1913, il «Finocchiaro Aprile», che, nonostante le integrazioni fatte in questi anni da papa Francesco proprio per adeguarlo ai tempi e alle aggiornate esigenze giudiziarie vaticane, mostra ancora la corda riguardo ad aspetti all’epoca non contemplati, come ovviamente le registrazioni e i dispositivi informatici, e le stesse «copie forensi» invocate dalle difese.
Nei primi 7 mesi di processo e nei tempi lunghi concessi dal presidente Giuseppe Pignatone per garantire al massimo i loro diritti, le difese hanno bersagliato il decreto di citazione a giudizio, e quindi l’intero procedimento, con una raffica di eccezioni di «nullità». Presi di mira in particolare l’omesso o incompleto deposito degli atti da parte dell’accusa, l’aver selezionato solo gli atti utilizzati nel procedimento ed escluso tutti gli altri, i numerosi omissis posti «per segreto investigativo» (a causa dei nuovi filoni d’indagine aperti) e l’incompletezza dei verbali, delle registrazioni audio-video e le relative trascrizioni, i mancati interrogatori di alcuni imputati nella fase istruttoria (ma dei 4 per i quali gli atti sono stati restituiti dal Tribunale all’Ufficio del promotore di giustizia, proprio per procedere agli interrogatori, solo uno si è poi reso disponibile a farsi sentire).
Eccepito coralmente, soprattutto, il mancato rispetto in Vaticano dei principi del «giusto processo», in una sorta di «Tribunale speciale», anche a causa dei 4 rescripta ex audientia ss.mi con cui all’inizio dell’istruttoria il papa ha modificato in corso d’opera parti dell’ordinamento.

 

Il ruolo del papa (anche) legislatore

Tutte contestazioni, però, respinte in blocco dall’ordinanza di 40 pagine letta dal presidente Pignatone nell’udienza del 1o marzo, che ha definito «del tutto irrilevanti» le eccezioni fondate sulla pretesa violazione dei principi del «giusto processo», e «del tutto ingiustificate e fuori luogo» le definizioni di «processo speciale» e «tribunale speciale», come pure «le affermazioni sull’asserita mancanza di indipendenza dei giudici vaticani», spesso fondate «su una lettura parziale ed erronea» della normativa vaticana.
Del resto, «l’indipendenza della magistratura vaticana è stata espressamente riconosciuta, da ultimo, anche dalla Suprema Corte di cassazione italiana e dal Tribunale penale federale elvetico, allorquando si sono espressi sui ricorsi presentati rispettivamente dall’imputato Torzi e dal-
l’imputato Mincione».
Rigettando per «infondatezza» anche le singole e numerosissime eccezioni di «nullità» per l’omesso o incompleto deposito degli atti, il Tribunale ha riconosciuto la facoltà dell’Ufficio del promotore di giustizia, che «col deposito del 3 novembre 2021», riguardante le registrazioni audio-video degli interrogatori, «ha completato gli adempimenti», di produrre solo gli atti utilizzati per il procedimento e lasciare fuori gli altri. Ha sottolineato comunque che «ai fini del giudizio rileveranno innanzitutto le dichiarazioni che gli imputati (se lo vorranno) e i testimoni saranno chiamati a rendere avanti questo Tribunale nel contraddittorio delle parti».
Respinta, tra le altre, anche l’eccezione sul mancato deposito del verbale delle dichiarazioni che sarebbero state rese ai magistrati dal papa, come emergerebbe da un passo dell’interrogatorio del testimone-chiave monsignor Alberto Perlasca (29 aprile 2020) sulla trattativa con Gianluigi Torzi per uscire dalla proprietà del palazzo di Sloane Avenue. Ma secondo l’accusa, come ha recepito anche il Tribunale, il papa «non è mai stato sentito in qualità di testimone».
Riconosciuta infine dai giudici la legittimità dei 4 rescritti del papa, poiché nell’«intervento della suprema autorità, detentrice (anche) del potere legislativo», «non si può configurare alcuna violazione dei principi di legalità».
Nessuno ha ricordato, comunque, come anche nell’indagine «Vatileaks 2» il papa intervenne con un rescriptum ex audientia, il 31 ottobre 2015, modificando all’istante l’ordinamento in vigore e dando facoltà all’Ufficio del promotore di giustizia di procedere in modo autonomo a provvedimenti cautelari – in quel caso gli arresti di Francesca Immacolata Chaouqui e di monsignor Lucio Vallejo Balda – senza l’avallo di un giudice terzo. Allora, va detto, nessuno fiatò. E a raccogliere la volontà papale nel rescritto era l’allora sostituto Angelo Becciu.

Fausto Gasparroni

Giornalista

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