Questioni etiche | Se tra il corpo e il genere c’è un conflitto doloroso

Nel dibattito sulla teoria del gender, con i suoi molteplici aspetti e ricadute, la situazione che vivono le persone con disforia di genere sembra inverare concretamente la dicotomia fra sex e gender.

L’identità di genere può essere definita come la percezione di appartenere al genere maschile o femminile e usualmente si sviluppa in conformità con il sesso biologico. Non sappiamo ancora con precisione la genesi dell’identità di genere, ma dovrebbe essere il risultato del convergere di predisposizioni di natura genetica e di imprinting ormonali sul cervello prenatale, da una parte, con un potente influsso derivante dalle esperienze vissute nei primissimi anni di vita, dall’altra.

Quando si verifica una discrepanza fra sesso corporeo e identità di genere, la persona avverte un disagio esistenziale più o meno intenso, che viene indicato come disforia di genere.

Il termine transessualismo non è più in uso nella medicina, ma con esso si indicava una situazione estrema di disforia, con un’avversione per il sesso fisico unita di solito al desiderio di modificarlo per renderlo congruente con l’identità percepita.

Questo disagio può iniziare nell’infanzia o nell’adolescenza o anche più tardi, e chiede un aiuto competente e interventi differenziati. In molti casi, una buona psicoterapia, soprattutto nei più giovani, può aiutare la persona a superare la disforia o a renderla meglio gestibile a livello personale e sociale, ma ci sono casi nei quali il disagio appare insuperabile e insostenibile.

In un’antropologia che spezza l’unità della persona, come nel caso della teoria del gender, il corpo si presenta come manipolabile a volontà a seconda dei progetti delle persone e gli interventi medici e chirurgici di correzione del sesso corporeo, fatti con la debita prudenza, non pongono problemi di eticità.

Fra i moralisti cattolici, partendo da una diversa comprensione della persona nella sua multidimensionalità, non si è ancora giunti a una posizione condivisa. Schematizzando, si può dire che alcuni sono tendenzialmente contrari, perché ritengono che non si possa ridurre l’identità sessuale di una persona alla sola autocoscienza, mettendo fra parentesi gli elementi corporei della sessualità. Essi dicono che questi interventi devastano un corpo senza risolvere alla radice la discrepanza fra corpo e psiche.

Altri – e noi siamo di questo avviso – partono dalla considerazione che la sofferenza derivante dalla discrepanza corpo-psiche può diventare insostenibile e precipitare la persona nell’angoscia e nella disperazione. Se ci si può attendere ragionevolmente che l’intervento medico e chirurgico di modifica dell’aspetto corporeo, con o senza correzione del fenotipo vale a dire dei genitali esterni, possa ricomporre il conflitto doloroso fra corpo sessuato e identità di genere, allora l’intervento può essere accettato, così come si accetta una terapia palliativa. Una terapia palliativa – è noto – senza proporsi di agire sulle cause di un sintomo doloroso, mira prima di tutto a migliorare la qualità di vita di una persona.

Anche ammettendo la legittimità degli interventi medici e chirurgici di adeguamento del sesso corporeo all’identità di genere, resta sul tappeto una domanda scottante: una persona che ha raggiunto un equilibrio sufficiente grazie a questi interventi giunge a realizzare una mascolinità o femminilità compiute?

In concreto, una persona che ha superato il disagio della discrepanza e, finalmente, percepisce il proprio corpo sessuato come congruente con la propria identità di genere può sposarsi come donna o come uomo, a seconda dei casi, in un matrimonio eterosessuale? La legge italiana risponderebbe di sì: in base alle disposizioni della legge n. 164 del 1982, poi modificata dal decreto legislativo n. 150 del 1° settembre 2011, per ottenere dal giudice un cambio anagrafico del sesso occorreva una modifica radicale dell’aspetto corporeo, inclusi i genitali, ma più di recente la Corte costituzionale, con sentenza n. 221 del 2015, riecheggiata nell’art. 1 del disegno di legge Zan, accorda il cambio anagrafico anche senza aver completato il processo di transizione.

Confesso che questa soluzione, abbandonando la relazione biunivoca di identità e corporeità per accedere alle posizioni più radicali della teoria del gender, come quelle di Judith Butler, mi lascia perplesso e mi pare di difficile sintonia con quell’antropologia della differenza che è – a nostro avviso – una grande conquista della riflessione contemporanea.

Ma si sa, la vita sfida continuamente il pensiero.

 

 

Da Blog Moralia

Maurizio Pietro Faggioni

Bioeticista

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