Per far scaturire acqua (sinodale) da queste rocce, probabilmente ci vorrà un miracolo. O forse servirà, come a Mosè, un bastone.

Bisogna dare atto a coloro che sono alla guida della macchina sinodale che non stanno lasciando intentato alcuno sforzo perché il Sinodo possa essere un processo effettivo e che coinvolga tutta la Chiesa. Tutto è criticabile e nell’era dei social media ancor di più, ma si deve dare atto che da un lato la politica della «più ampia partecipazione del popolo di Dio» è perseguita con convinzione (ne avevamo parlato anche qui) e che dall’altro non si sta procedendo con i paraocchi, come se tutto andasse avanti bene e senza intoppi.
La realtà è da guardare bene con occhi onesti. Anche con quelli del clero.
Mi riferisco in particolare all’«apatia sinodale» di cui parla Joshua J. Whitfield su America (riprendendo anche le osservazioni di Massimo Faggioli su Commonweal), facendo un’osservazione da parroco.

 

L’ascolto è un problema

«La maggior parte delle parrocchie – dice padre Whitfield – sono ancora alle prese con la pandemia di Covid-19. Molti dei miei parrocchiani sono scomparsi durante la seconda settimana di Quaresima di due anni fa e non so se li rivedrò mai più. Le cose sono in via di miglioramento, ma il lavoro di ricostruzione di una parrocchia dopo la pandemia è fisicamente ed emotivamente estenuante (…) E così, aggiungendo a tutto questo il lavoro extra di un Sinodo… beh, diciamo solo che anche se non sarà impossibile far scaturire acqua da queste rocce, probabilmente ci vorrà un miracolo. O forse servirà, come a Mosè, un bastone».
Detto col sorriso, ma detto.
E c’è anche dell’altro. Padre Whitfield parla anche di una Chiesa dove «in generale abbiamo perso la capacità d’ascoltare, di saper parlare, d’argomentare». Forse il contesto statunitense è più polarizzato di quello italiano. Ma certo la difficoltà dei dialoghi delle «assemblee sinodali» che anche in questi tempi si stanno tenendo qui nel Belpaese non sono, in radice, diverse: c’è la necessità di seguire schemi senza diventarne prigionieri, si ricorre al mero racconto «dell’esperienza personale» perché appena la si generalizza in un pensiero si rischia di discutere e… di rimanere impigliati nel disaccordo.

 

La Segreteria del Sinodo incoraggia i sacerdoti

Insomma, visto dalla parte dei parroci, il Sinodo rischia di sfinire le poche energie rimaste.
Per questo mi pare utile la Lettera ai sacerdoti sul percorso sinodale che sabato 19 marzo il segretario generale del Sinodo dei vescovi, card. Mario Grech, e il prefetto della Congregazione per il clero, mons. Lazzaro Hu Heung Sik, hanno pubblicato.
«Innanzitutto, ci rendiamo ben conto che i sacerdoti in molte parti del mondo stanno già portando un grande carico pastorale – dicono i due presuli – . E adesso – può sembrare – si aggiunge un’ulteriore cosa “da fare”. Più che invitarvi a moltiplicare le attività, vorremmo incoraggiarvi a guardare le vostre comunità con quello sguardo contemplativo di cui ci parla papa Francesco nell’Evangelii gaudium (n. 71)».
Tuttavia, «ci può essere anche un altro timore: se si sottolineano tanto il sacerdozio comune dei battezzati e il sensus fidei del popolo di Dio, cosa sarà del nostro ruolo di guida e della nostra specifica identità di ministri ordinati?». Questa è una questione non di poco conto. Su cui la lettera, in effetti, insiste.

 

Perché lo scopo del Sinodo è…

«Si tratta senza dubbio – si legge nel testo – di scoprire sempre più l’uguaglianza fondamentale di tutti i battezzati e di stimolare tutti i fedeli a partecipare attivamente al cammino e alla missione della Chiesa. Avremo così la gioia di trovarci a fianco fratelli e sorelle che condividono con noi la responsabilità per l’evangelizzazione».
Si prosegue poi col ribadire che l’ascolto e l’accoglienza reciproci, il discernimento fatto sull’ascolto della Parola sono gli elementi base per un «cammino» che «non ci porti all’introspezione ma ci stimoli ad andare incontro a tutti».
La conclusione cita il n. 32 del Vademecum sinodale: «Ricordiamo che lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l ‘uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani”».
Non basterà, forse, ma si capisce, almeno, che siamo consapevoli che abbiamo di fronte un compito non facile.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice attualità per “Il Regno”

2 pensieri riguardo “I preti e l’«apatia sinodale»

  • 21 Marzo 2022 in 17:15
    Permalink

    Bisognerebbe chiedere alla Diocesi di Padova e al Vescovo di Padova, Monsignor Claudio Cipolla quanto sono in grado di ascoltare con attenzione visto che il precedente Sinodo dei Giovani (non si capisce perchè organizzato in assoluta autonomia come pure questo Sinodo Diocesano organizzato in anticipo rispetto ai tempi previsti, motivo?) non sembra aver avuto effetti evidenti e non emergono grandi spinte da quell’esperienza.

    Risposta
    • 21 Marzo 2022 in 23:28
      Permalink

      L’autoritarismo di certo sacerdoti sinceramente rimane un grande ostacolo, il guaio è che a volte occupano posizioni “in vista” e fanno male alla Chiesa. Però ci sono tanti sacerdoti veri testimoni del Vangelo con la loro vita, è importante dar loro tutta la visibilità in ruoli più determinanti.un

      Risposta

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