Francesco: la spesa nelle armi sporca l’anima e l’umanità

Il papa ha incontrato i volontari dell’associazione modenese “Ho avuto sete” che da dieci anni realizza progetti umanitari, in particolare in Africa dove contribuisce a costruire pozzi d’acqua. «A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, nelle campagne contro la povertà se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra?» ha incalzato Francesco.

«La vita sulla Terra dipende dall’acqua; anche quella di noi esseri umani. Tutti per vivere abbiamo bisogno di sorella acqua! Perché, allora, farci la guerra per conflitti che dovremmo risolvere parlandoci da uomini?». Il dramma della sete e della povertà – secondo Francesco – s’intreccia con la violenza che si sta consumando in Ucraina e in troppi paesi del mondo. «Perché non unire piuttosto le nostre forze e le nostre risorse per combattere insieme le vere battaglie di civiltà: la lotta contro la fame e contro la sete; la lotta contro le malattie e le epidemie; la lotta contro la povertà e le schiavitù di oggi. Perché?». Sono gli interrogativi risuonati nella Sala Clementina, durante l’incontro del papa con una delegazione dei volontari di “Ho avuto sete”. L’associazione, nata a Modena dieci anni fa, ha realizzato 47 progetti umanitari, in particolare in Africa dove contribuisce a costruire pozzi d’acqua.

 

La guerra ti riporta sempre indietro

L’udienza, alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua istituita trent’anni fa dalle Nazioni Unite, è l’occasione per lanciare un nuovo messaggio contro l’utilizzo della violenza e delle armi al posto della diplomazia. «Certe scelte non sono neutrali: destinare gran parte della spesa alle armi, vuol dire toglierla ad altro, che significa continuare a toglierla ancora una volta a chi manca del necessario – dice Bergoglio –. E questo è uno scandalo: le spese per le armi. Quanto si spende per le armi, terribile! Non so quale percentuale del Pil, non lo so, non mi viene la cifra esatta, ma un’alta percentuale. E si spende nelle armi per fare le guerre, non solo questa, che è gravissima, che stiamo vivendo adesso, e noi la sentiamo di più perché è più vicina, ma in Africa, in Medio Oriente, in Asia, le guerre, continue. Questo è grave. Bisogna creare la coscienza che continuare a spendere in armi sporca l’anima, sporca il cuore, sporca l’umanità». Quindi «a che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado del pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre. Camminiamo indietro. Si dovrà ricominciare un’altra volta».

 

Un pozzo d’acqua in Burkina

Un messaggio che ha toccato i presenti all’udienza arrivati a Roma con un dono particolare per papa Francesco: uno dei 32 impianti idrici realizzati in dieci anni, ognuno dei quali serve mediamente 1.500 persone, principalmente nell’Africa sub-sahariana, per lo più in Burkina Faso, Benin, Sud Sudan, Malawi e Tanzania. «Da noi ci sono tante donne che vanno ancora a prendere l’acqua con la bicicletta o a piedi, percorrendo decine di chilometri al giorno – spiega monsignor Prosper Kontiebo, vescovo della diocesi di Tenkodogo in Burkina Faso –. Con i pozzi realizzati in questi anni si dato un contributo importante alla salute della popolazione». Nel tempo, alla realizzazione dei pozzi si sono affiancati progetti sanitari, educativi e di sviluppo dell’economia locale in Africa e in Italia dove “Ho avuto sete” è intervenuta per aiutare nelle emergenze, dalla ricostruzione post sisma in Emilia-Romagna e nelle Marche, all’acquisto di apparecchiature mediche per il Policlinico di Modena durante la pandemia di Covid-19.

«Abbiamo iniziato a costruire impianti idrici – ha ricordato uno dei fondatori di Ho avuto sete, Andrea Ballestrazzi – per portare l’acqua potabile dove manca perché l’acqua dovrebbe essere un bene comune e, invece, è una delle emergenze più importanti per l’umanità perché: il 20% della popolazione utilizza, da sola, l’80% dell’acqua del pianeta e, a causa di queste diseguaglianze, oggi ogni giorno, circa mille bambini muoiono per malattie dovute all’uso di acqua malsana. Si sta consumando una strage quotidiana, silenziosa e profondamente ingiusta, e quindi ogni intervento per la cura e la miglior distribuzione dell’acqua nel pianeta è un intervento di giustizia, e non di carità».

I volontari dell’associazione modenese sono «piccolissimi idraulici» che «portano solo una semplice goccia nell’oceano di sete del pianeta». Ma si tratta di una «goccia preziosissima per farci vincere la tentazione dell’indifferenza o della delega visto che la storia, anche di questi giorni, dimostra che il progresso avviene non grazie a chi comanda, ma quando ci sono delle persone che si fanno carico delle situazioni».

 

La grande sete

Nella delegazione in udienza era presente anche Piero Badaloni, già giornalista Tg1 e ora autore tv. Poco prima dei saluti al Papa è stata consegnata una copia de «La Grande Sete», l’inchiesta giornalistica di Badaloni sulla situazione dell’acqua nel mondo, realizzato da Land Comunicazioni in collaborazione con “Ho avuto sete”, che andrà in onda lunedì 21 marzo alle 23.15 su Rai 3.

Negli ultimi cento anni il consumo dell’acqua è aumentato di sei volte nel mondo occidentale, ma non nei paesi più poveri, dove l’accesso all’acqua è diventato sempre più un miraggio. Per questo nel 2015 l’ONU ha fatto approvare e firmare dai paesi membri un’agenda con indicati una serie di obiettivi da raggiungere entro il 2030 per arrivare a uno sviluppo sostenibile che non lasci indietro nessuno. Tra gli obiettivi più ambiziosi: la riduzione della disuguaglianza nell’accesso all’acqua. Nel nord se ne consuma e se ne spreca troppa, anche per l’inquinamento delle fonti idriche; nel sud si rischia di arrivare a guerre fra Stati per assicurarsi quel poco che ne è rimasto. Cosa si sta facendo per evitare catastrofi? Cominciamo con il frenare i danni dei cambiamenti climatici, suggerisce Antonello Pasini, fisico del CNR. Lavoriamo per una gestione integrata delle dighe nei grandi bacini interstatali, propone Stefania Giannini, vicedirettrice generale dell’UNESCO. Ma soprattutto evitiamo che l’acqua diventi un bene finanziario, lancia l’allarme padre Alex Zanotelli, un missionario che di Africa se ne intende.

Paolo Tomassone

Giornalista

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