Fratelli, ce la facciamo a uscire dal patriarcato?

Si fa molta fatica, nella Chiesa, a ripensare la maschilità: per molti uomini ogni discorso sulla disparità di genere è “veterofemminista”; altri intuiscono la necessità di relazioni giuste, ma lasciano intatte le strutture che le negano. Se però, invece  di replicare l’atteggiamento infantile di Abramo, ci si ispirasse a san Giuseppe…

Di recente mi è successo di sentir definire alcuni studi relativi alla condizione delle donne nella Chiesa come «veterofemministi». A dire il vero non so bene che cosa intendesse con questo la persona che ha usato il termine, ma dal contesto si poteva evincere che ritenesse veterofemministe le posizioni che denunciano le disparità fra battezzate e battezzati, ancora evidenti sul piano delle norme, delle prassi e anche della predicazione.

È paradossale che in ambito ecclesiale siano considerate veterofemministe, dando come quasi sempre accade un’accezione negativa al termine “femminista” (qui aggravato dal “vetero”) acquisizioni che la società civile occidentale – quella per capirci che cerca di promuovere, almeno sulla carta, la vita di tutti e tutte senza discriminazioni di sorta – ritiene minimali: la parità fra i sessi, il loro eguale diritto ad accedere alle risorse materiali e culturali, la tutela della loro pari opportunità alla partecipazione alla vita sociale e alle responsabilità di leadership. D’altra parte c’è poco da stupirsi, non solo perché capita regolarmente, ma anche perché il femminismo cristiano è ancora ai blocchi di partenza, costretto a ripetere ad libitum la necessità urgente di compiere quei passi minimi che la società civile ha fatto da tempo.

 

Tornare indietro non si può, andare avanti non si riesce

Potrebbe sembrare che questa situazione dipenda dalla straordinaria capacità di resistenza propria del patriarcato ecclesiale, ancora robusto e forte di narrazioni legittimanti che pretendono (anche se in modo difficilmente difendibile) di affondare niente di meno che nella volontà di Dio che vorrebbe gli uomini alla guida e le donne ad aiutare (per carità, con il loro straordinario genio che le colloca ben bene in posizioni più possibile nascoste e silenziose, a prescindere da quali carismi abbiano e da quali bisogni abbia la Chiesa). Credo però che questa robustezza del patriarcato ecclesiale sia solo apparente. Mal si intona infatti con le incertezze del sistema e degli stessi uomini credenti.

Da una parte infatti le credenti cominciano (anche se non tutte) a interrogarsi e a pensare la loro femminilità cercando di valorizzare tutte le dimensioni del proprio essere umane e pretendendo di vivere i propri doni per partecipare al bene della Chiesa secondo le proprie capacità reali e non secondo quelle che una fantomatica natura femminile darebbe loro. Dall’altra invece gli uomini credenti (anche se non tutti) fanno una grande fatica ad interrogarsi su che cosa significhi essere maschi. Non possono tornare indietro nel tempo affermando che il maschile è superiore e deputato a guidare, ma nemmeno riescono ad andare avanti rendendosi consapevoli che anche essere maschi è una parzialità e che questa non conferisce prerogative che le donne non avrebbero; allora oscillano fra la stima nei confronti delle donne con le quali vogliono realmente condividere la vita ecclesiale e la rigidità nel mantenere prassi e strutture che impediscono una reale condivisione.

 

Il ricatto affettivo

Non riescono ad essere patriarcali fino in fondo, ricacciando le donne dove il patriarcato le vuole, perché lo riconoscono (anche se non tutti) come sbagliato, ma non riescono a pensare niente altro e vorrebbero lasciare tutto com’è, sperando che le donne trovino il modo di esserne contente e di custodire (come sempre hanno fatto) le relazioni. Si tratta di una debolezza a tratti sconvolgente, che rivela crisi di identità e paura.

Ricorda quanto fece Abram quando, mentre scendeva in Egitto, si raccomandò alla moglie Sarai: tu sei avvenente, mi uccideranno per causa tua, di’ che sei mia sorella perché io viva grazie a te (cf. Gen 15,10-20). Nello straordinario commento che André Wenin fa di questo brano, si vede bene come Abramo si comporti in modo infantile, aspettandosi da Sarai la vita come se l’aspetterebbe un bambino dalla madre, invece di starle di fronte e costruire con lei il bene di entrambi, la vita di entrambi. Perché mai lei doveva immolarsi per farlo vivere? E perché mai lui doveva temere la morte a causa di lei? Una paura insensata che lo porta ad una richiesta giocata sul ricatto affettivo. Una tragedia annunciata, come la storia dimostra.

 

Uomini che sanno “stare di fronte”

Starsi di fronte chiede coraggio. Chiede un cammino di crescita e di conversione. Se l’altra cambia, perché si scopre non più sottomessa e inferiore, anche il maschio si deve ripensare. Non si può mantenere il sistema di prima – magari senza nemmeno perdere le relazioni –, perché le donne non sono tenute a fare da madri né a rassicurare le crisi di identità dei loro fratelli. Siamo adulti, siamo fratelli e sorelle, siamo in grado di camminare insieme favorendo la vita di tutti e tutte.

Le donne sanno che non si devono più immolare, ma che devono dire che cosa manca alle loro vite, come anche cosa soffrono nella loro esperienza ecclesiale. Se di fronte a queste voci gli uomini sapranno smettere di dire che è veterofemminismo o qualcosa di simile, per fermarsi davvero ad ascoltare ciò che le loro sorelle stanno cercando di dire, forse avremo la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo, lasciando morire un patriarcato servendo il quale non può esserci alcuna fraternità né alcuna giustizia.

Forse non abbiamo adeguatamente riflettuto sul maschile, ma alcune cose le possiamo affermare con una discreta certezza: un maschio non è chi sa imporsi su donne e bambini, come il patriarcato voleva, né è quello che mettendosi in posizione di debolezza, come se fosse aggredito (similmente ad Abramo nel brano sopra ricordato), pretende che le donne non lo costringano a fare i conti con la storia, lasciando tutto com’è anche se è tutto diverso.

 

E buon 19 marzo

Potremmo guardare a Giuseppe di Nazaret. Lui sceglie di condividere la strada di una donna cha ha già deciso autonomamente che cosa fare della propria vita e del proprio corpo e sceglie di crescere un figlio che non è suo, rinunciando alla pilastro portante del patriarcato: il possesso di donne e bambini. Giuseppe è capace di questo per una giustizia superiore a quella che l’osservanza esteriore della legge poteva garantire, una giustizia che lo rende capace di andare oltre i poteri che ingiustamente poteva avere su Maria (come il ripudio) per assumere la logica di Dio. Giuseppe è il patrono della chiesa universale, cioè ci è posto davanti come esempio di vita cristiana, come compagno nella fatica di assumere la logica del Vangelo. Cominciamo da qui: scegliamo la cura reciproca abbandonando supremazie e poteri che sorgono solo (come dirà Gesù parlando del ripudio) dalla durezza dei nostri cuori.

 

Da Il Regno delle donne

Simona Segoloni

Teologa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap