Il rischio santuari e gli arnesi sinodali

C’è un passato glorioso di religiosità popolare nei nostri santuari. Ma c’è anche il rischio tutto attuale di lasciar intendere a taluni pellegrini che li frequentano messaggi al limite della superstizione. Il Sinodo – afferma mons. Mazza, assistente ecclesiastico del Collegamento nazionale dei santuari italiani – è occasione per un ripensamento, perché anche i santuari italiani diventino «disponibili a farsi annunciatori competenti e attrattivi della Parola di verità, maestri della vera devozione proprio in un tempo di così ampia caduta di valori etici, di credenze illanguidite, di prassi cristiane usurate».
In un momento nel quale ogni spazio della vita ecclesiale sembra occupato dal tema della sinodalità (che poi lo sia realmente o con qualche grado d’intima adesione è un’altra domanda, a cui abbiamo tentato di dare una risposta qui), ogni ambito pastorale si sente in dovere di mettere a tema «sinodalità e…».
Così nel novembre scorso (15-19.11.2021) ha fatto anche il convegno nazionale dei rettori dei santuari, dedicato – ça va sans dire – a «Sinodalità e santuari. Comunione, partecipazione e missione».

 

Rileggere il nesso tra santuari e sinodalità

Leggendo però la relazione tenuta dal vescovo emerito di Fidenza mons. Carlo Mazza, assistente ecclesiastico del Collegamento nazionale dei santuari, si scopre che il legame non è così infondato e che, anzi, il patrimonio di cui ogni santuario è portatore ha bisogno d’essere riletto alla luce della sinodalità, proprio per il suo «carisma», il suo essere meta di visita, preghiera e supplica da parte di un variegato popolo di fedeli, spesso (anche se non sempre) lontani dalla quotidianità parrocchiale. Un pezzo evidente di «Chiesa in uscita».
«Sussiste un nesso tra santuari e sinodalità?», si domanda mons. Mazza in apertura del suo intervento. «Se la risposta è positiva, in che cosa consiste la chiave esplicativa (ermeneutica) del nesso? (…) Dove e come si collocano i santuari nel cammino della sinodalità nella Chiesa universale e locale?».
Occorre mettere in luce innanzitutto «la straordinaria tradizione cristiana coltivata e consegnata dai e nei santuari italiani lungo tragitti secolari, se non millenari, di devozioni e di culture religiose».

 

Un esame di coscienza

Di fatto, «a partire da un nucleo originante e originario – che è l’evento della manifestazione del divino in un dato luogo, destinato in primis a persone chiamate per soprannaturale elezione a essere testimoni oculari e credibili – i santuari hanno saputo irradiare di luce divina e di sicura speranza intere generazioni di genti diverse, accumunate dalla medesima fede e animate dalla medesima carità». E – prosegue mons. Mazza – «non v’è dubbio che da quell’“evento” è nato e cresciuto un patrimonio religioso inestimabile», anche se non sempre riconosciuto e condiviso.
Per questo occorre che i santuari stessi effettuino un «esame di coscienza», perché una delle possibili ragioni di questo mancato riconoscimento – dice – potrebbe essere data dal fatto che i santuari rischiano di rimanere «chiusi nel loro universo simbolico e storico, quasi in analogia a un certo “corporativismo religioso”», disponibile più a «custodire un passato glorioso di culti, nel gestire compassate ritualità e nel mitigare affezioni di pietà di stampo fideistico e intimistico, piuttosto che disponibili a farsi annunciatori competenti e attrattivi della Parola di verità, maestri della vera devozione proprio in un tempo di così ampia caduta di valori etici, di credenze illanguidite, di prassi cristiane usurate e di sconfinamenti in superstizioni».

 

I pellegrini attendono parole e opere nuove

Il fatto è che «intere categorie di “poveri di spirito” – persone cioè di varia estrazione di fede e di religione e di varia condizione culturale, sociale, economica che affluiscono smarriti alle porte dei santuari – attendono certamente consolazione e soddisfazione spirituali, ma altresì abbisognano di un riferimento fecondo e creativo di nuove parole e di nuove opere, come, per altro, ha dato prova abbondante la nostra tradizione santuariale di cui si è giustamente fieri».
Il Sinodo spinge ulteriormente – afferma il presule – a un discernimento e a un ripensamento della «coscienza» dei santuari, inseriti a pieno titolo nel corpo ecclesiale, proprio per il loro essere «corpo vivente interattivo con la realtà e con le attese della “Chiesa in uscita” e in forza del suo essere un organismo che, a parere di papa Francesco, si costituisce come “sistema immunitario della Chiesa” riferito alla religiosità popolare» che in essi si manifesta.

 

Secondo la categoria di «popolo di Dio»

Il legame tra santuario e sinodalità viene infine rafforzato «dalla decisiva portata della categoria teologica di “popolo di Dio”». Un popolo «pellegrino e missionario, dotato di carismi e guidato da una “mistica” popolare», che deve tuttavia essere indirizzato verso «una spiritualità “esodale” nel senso di una liberazione dal male e in uno sguardo mirato a tendere verso la terra promessa».
Modificare il devozionismo di bassa lega che spesso si tratteggia in certi santuari fuori città (lontano dagli occhi del vescovo…) o fare discernimento su alcune sacche di eccezionalità è – diciamo noi – a un tempo necessario (non solo per la spinta del Sinodo della Chiesa universale) ma al tempo stesso – conclude mons. Mazza – non è «un’operazione facile, in quanto richiederà duttile capacità di autocoscienza critica, di discernimento sotto la luce della parola di Dio, di verità nelle relazioni ecclesiali, sostenuto da spirito fraterno e da insostituibile preghiera».
A buon intenditor…

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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