Nei giorni in cui, a motivo della guerra in corso in Ucraina e in particolare dell’Atto di consacrazione al Cuore immacolato di Maria celebrato il 25 marzo da papa Francesco e da tutta la Chiesa, Maria viene invocata soprattutto come «madre di misericordia» e «regina della pace», riproponiamo un post uscito su «Il Regno delle donne» nel 2019, che riflette invece sul titolo di Maria «vera nostra sorella»: utilizzato da Paolo VI nella Marialis cultus e tematizzato da Elizabeth Johnson nel senso di uno sviluppo della mariologia.

Non è frequente che si pensi a Maria come a una sorella. L’immaginario comune è tuttora dominato dalle figure della madre o della regina, anche a causa dell’esuberante iconografia che lungo i secoli ha rappresentato Maria in queste vesti. È altrettanto raro imbattersi in discorsi che affrontino il tema “sororità”, contrariamente a quanto accade per “fraternità”. Il motivo dichiarato è il carattere inclusivo di quest’ultimo termine, che si intenderebbe ugualmente riferito a uomini e donne. Nondimeno è lecito chiedersi se il suo uso sia sempre innocente e se, in ogni caso, non comporti il rischio che si dimentichi qualcosa di fondamentale. Potrebbe risultare, insomma, non tanto inclusivo quanto piuttosto elusivo. Prima di affrontare la questione, sostiamo sull’attribuzione a Maria del titolo «vera nostra sorella».

 

Paolo VI: qualcosa di nuovo

Due nomi vengono in mente a tal proposito: Paolo VI, firmatario dell’esortazione apostolica Marialis cultus (1974), ed Elizabeth Johnson, teologa statunitense, autrice nel 2003 del corposo volume Truly Our Sister. A Theology of Mary in the Communion of Saints (tr. it. Vera nostra sorella. Una teologia di Maria nella comunione dei santi, Queriniana, Brescia 2005). Trent’anni dopo lo spunto della Marialis cultus (MC), la ricerca di Johnson mette a frutto le risultanze dell’ermeneutica biblica e della teologia femminista per condurre il pensiero su quel «vera nostra sorella» ben oltre l’iniziale intuizione di Paolo VI.

Il pontefice utilizza l’espressione accanto a un altro appellativo mariano più consueto e non privo di ambivalenze. Maria – si afferma – gode di una «missione e condizione unica» e tuttavia è «vicinissima» a noi, non solo perché intercede a favore dei fedeli e persino «di coloro che ignorano di esserne figli», ma anzitutto perché fa pienamente parte del genere umano: «Maria, infatti, è detta nostra stirpe, vera figlia di Eva, benché esente dalla colpa di questa madre, e vera nostra sorella, la quale ha condiviso pienamente, donna umile e povera, la nostra condizione» (MC 56). Il «vera figlia di Eva» accompagnato dalla tradizionale precisazione sembra avviare il discorso verso quella china che, accentuando la differenza di Maria, il “solo lei” tante volte ripetuto, si rivela sfavorevole alle altre donne, assimilate piuttosto alla tentatrice e peccatrice Eva. La deriva viene evitata nel documento proprio grazie al titolo «vera nostra sorella» e soprattutto a quel che segue: poche parole, nelle quali si coglie un tocco di freschezza e di novità, un rinvio non scontato alla concretezza dell’umanità di Maria, alla sua storia effettiva per molti aspetti simile alla nostra. Mentre i primi due appellativi, «nostra stirpe» e «vera figlia di Eva», ci spingono indietro, il «vera nostra sorella» così connotato pare accennare a nuove possibilità e a una mariologia ancora da sviluppare. Non è la prima volta che il titolo in sé compare (lo si trova già in alcuni Padri della Chiesa) e neppure la prima volta che Paolo VI ne fa uso. È però significativo che esso sia stato riscattato da un oblio durato secoli e riproposto in un documento in cui si prende atto delle difficoltà incontrate dal “modello Maria”, difficoltà non poco legate ai mutamenti che riguardano l’autocoscienza delle donne e le loro condizioni di vita in ambito domestico e nel contesto sociale.

 

Elizabeth Johnson: liberare Maria

Non meraviglia il fatto che siano state soprattutto donne e teologhe a cogliere il potenziale ancora inespresso di quell’appellativo mariano e a sviluppare riflessioni intorno alla sororità di Maria. Il tema ha così conosciuto un importante ampliamento di prospettive, come testimonia il volume di Elizabeth Johnson. Il recupero di Maria «sorella», «donna storica», «donna umana», passa qui attraverso la critica sia delle rappresentazioni che ne fanno l’incarnazione di un “femminile” stereotipato, a tutto vantaggio di una cultura androcentrica e patriarcale, sia delle forme di compensazione teologica che la interpretano come «volto materno di Dio», «dimensione femminile del divino». Si tratta, secondo Johnson, di percorsi teoricamente inadeguati e praticamente improduttivi quanto al riconoscimento dell’uguaglianza delle donne. Occorre dunque «liberare Maria» da tali schemi per poterla concepire come sorella nella comune umanità e compagna nel cammino di liberazione delle donne. Occorre per questo che le donne prendano la parola ed esercitino un’ermeneutica biblica attenta ai ritornanti pregiudizi di genere (come nel «senza contare le donne e i bambini» di Mt 14,21), alle reticenze sui ruoli di responsabilità esercitati da donne nella primitiva comunità, alle voci tacitate. Una felice eccezione a questo riguardo – si fa notare – è costituita dall’inclusione nel Vangelo lucano del cantico del Magnificat, «il passo più lungo posto sulle labbra di qualsiasi donna che parli nel Nuovo Testamento». L’autrice non manca di osservare: «Seguendo la logica della sua lode, chi ha l’audacia di dire alle donne che non possono parlare?».  

 

Dire “sororità” nella Chiesa

Sembra dunque promettente la pista aperta dall’appellativo «vera nostra sorella» riferito a Maria, come hanno mostrato, fra non molte altre, anche le ricerche di Cettina Militello e di Marinella Perroni. Recentemente di “sororità” si sono occupate Cristiana Dobner e Rosalba Manes per il numero monografico della rivista «Parola Spirito e Vita» intitolato La Fraternità (77/2018), così come Giorgia Salatiello e Michele G. Masciarelli su «L’Osservatore Romano». Ciò non basta certamente per cambiare le cose e tuttavia riflettere aiuta, in particolare, a cogliere un punto decisivo, che non va considerato ovvio: la sororità compete solo alle donne, è il modo loro proprio di stabilire legami con sorelle e fratelli (di sangue e non), rimanda a quell’atteggiarsi amorevole e paritario verso altre e altri che scaturisce dall’essere donna. L’uso di “fraternità”, per quanto pretenda d’essere inclusivo, distrae rispetto alla soggettualità delle donne, che emerge invece con potenza se si presta attenzione alla “sororità”. Essa ricorda che le donne sono titolari di un’esperienza, di una prospettiva, di una dignità che non possono essere sottintesi né risolti in un punto di vista maschile che si pretenda superiore e inclusivo.

Al riguardo c’è ancora molto da comprendere e da decidere, mentre ci si interroga sul ruolo delle donne nella Chiesa. Un tema, questo, coraggiosamente e da più versanti affrontato anche in una nuova pubblicazione curata da docenti dello Studio Teologico Accademico di Bressanone, Donne nella Chiesa. Spunti di riflessione sulla questione di genere (qui la Prefazione, anche in italiano).

 

Da Il Regno delle donne

Milena Mariani

Teologa

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