Quando il Sinodo va in parrocchia (Non siamo abituati alla critica comunitaria)

Esperienze sinodali in varie parrocchie di un vaticanista di lungo corso: anticipiamo qui alcune considerazioni sul tema a firma di Luigi Accattoli: il testo integrale uscirà sul prossimo numero 8 de Il Regno-attualità.

Chissà che il Sinodo sulla sinodalità non aiuti le parrocchie a riscoprire l’assemblea di lavoro dopo decenni che più non si vedeva?
Come raccontavo all’inizio dell’anno (cf. Regno-att. 2,2022,67s), seguo alcune comunità romane nella fase parrocchiale del grande Sinodo. Questa fase andrà avanti fino a Ferragosto, ma almeno a Roma le parrocchie sono tenute a mandare in vicariato la loro sintesi entro Pasqua.
Ed eccoci agli ultimi incontri dove si leggono i rapporti dei gruppi di lavoro per metterli insieme. Riferisco qualcosa di questi lavori in corso. Possono aiutare a intendere com’è avvertita alla base – e che cosa smuove – la chiamata papale alla via sinodale per il futuro della Chiesa.

 

Tutta una giornata con pranzo al sacco

Il Vademecum (cf. Regno-doc. 17,2021,537s) per il lavoro parrocchiale chiedeva di rispondere anche a questa domanda: «Oggi lo Spirito chiama a fare nuovi passi verso una comunione più profonda e vera tra noi e verso chi è fuori dalle nostre mura. Che Chiesa vorremmo e vorremmo essere? Pensiamo anche a delle proposte concrete». Uno dei gruppi da me conosciuti ha messo questa, tra le proposte concrete: «Programmare tre incontri annuali in cui la comunità si ritrova per conoscersi e fare il punto su dove sta andando».
Chiamato ad animare un’assemblea, ho scelto questa tra le proposte concrete e l’ho trattata più ampiamente, anche per dare l’esempio di un metodo di lavoro applicabile a ogni altra idea posta sul tavolo.
Ottimi gli incontri per conoscersi e fare il punto, ho detto: è sorprendente come non ci si conosca tra le 40 o 100 persone attive in una parrocchia di media dimensione. Quelli dell’emporio dei poveri non conoscono i catechisti. Il gruppo biblico neanche sa che nella stessa aula, in altro orario, lavorano i volontari della scuola d’italiano per gli immigrati. Questo gap relazionale è grave non solo per il mancato aiuto pratico, ma anche per la demotivazione che incentiva: «Siamo pochi, siamo vecchi, siamo sempre gli stessi». E neanche si sa che al «servizio docce» ci sono giovani che aiutano efficacemente i senzatetto e senza igiene.
Provvidenziale dunque che si cerchi la via e il modo di conoscersi. Ma tre incontri nell’anno sono troppi. L’eccesso degli appuntamenti è una spina nella carne d’ogni comunità. La mia idea sarebbe piuttosto di farne uno, e magari di tutta una giornata, con pranzo al sacco, in modo che ci sia agio per uno scambio reale.
La chiamerei «assemblea annuale della parrocchia». «Non ne facciamo mai», mi dicono nelle tre comunità. «Ci vediamo quasi tutti solo quando viene in visita il vescovo di settore, ma capita magari solo ogni cinque anni». «Avevamo una giornata del mandato nel mese di ottobre, quando venivano presentati gli incaricati della catechesi. Ma a causa della pandemia sono due anni che non si fa».
Oltre che per conoscersi e fare il punto, l’assemblea annuale, possibilmente non presieduta dal parroco, potrebbe servire per far conoscere la comunità ai marginali, ai non praticanti, ai non credenti con i quali la parrocchia è in contatto con le attività caritative, culturali e simili.

 

Segnalare i limiti sì ma occhio al disfattismo

I documenti della preparazione sinodale suggerivano di segnalare nelle sintesi da inviare alle curie vescovili anche le cose che non vanno e magari il dissenso di una minoranza rispetto al testo della maggioranza. Ebbene, una delle mie parrocchie ha inserito nel foglio di sintesi aperte critiche ai sacerdoti responsabili della comunità (per il fatto che non vi è concordia tra loro) e alle loro omelie.
Nel commentare questa lodevole parresia, cioè libertà e coraggio di dire, ho anche invitato alla misericordia interpretativa: passando dalla reticenza alla denuncia, che è ottimo passo, c’è il rischio di montare lo scontento proprio come si fa con la panna, cioè smenandola. Non siamo abituati alla critica comunitaria. Nell’aprirle la strada occorre anche proporsi d’imparare la tolleranza per i limiti che si segnalano. È salutare la denuncia, ma è pessima la sabbia mobile del disfattismo.

Luigi Accattoli

Vaticanista

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