Commento alle letture per la liturgia della Domenica di Pasqua

Vangelo della veglia pasquale, Lc 24,1-12

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Subito dopo aver narrato la morte di Gesù, Luca riscrive, in chiave corale e penitente, un’annotazione presente, in modo più puntuale, in Marco (15,40) e in Matteo (27,55-56). Il terzo Vangelo parla infatti di una folla «che era venuta a vedere quello spettacolo (theoria, termine usato una volta sola in tutto il NT)» e che ora torna pentita battendosi il petto. Poi aggiunge: «Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo» (Lc 23,48-49).

Ci troviamo di fronte all’egemonia del vedere. Le folle erano andate per guardare. Ai loro occhi, la violenza compiuta dall’uomo contro l’uomo era diventata spettacolo. Il pentimento è tardivo e avviene solo dopo che è successo l’irreparabile. Da parte loro le donne, che avevano lasciato le proprie dimore per essere prossime a Gesù, ora, nella loro impotenza, sono costrette a osservare da lontano. 

Nelle nostre società, in cui si è invasi dal vedere, lo spettacolo delle vittime suscita, il più delle volte, solo tardivi pentimenti. Dal canto loro le persone giuste si trovano, di solito, a essere costrette a osservare solo da lontano. Anche quando operano, sanno che quanto da loro compiuto è atto minimo destinato a pochi e che non annulla la distanza dai molti. Si è obbligati a guardare. Il sigillo della prossimità è però affidato al tatto, non già alla vista. 

Le donne venute dalla Galilea osservarono per una seconda volta. In questa occasione fu in funzione di un umile operare. Guardavano infatti al luogo del sepolcro e al modo in cui era stato posto il corpo di Gesù (Lc 23,55). Lo fecero perché dovevano preparare, prima che giungesse il sabato, gli aromi e gli oli profumati destinati a ungere il cadavere. Il loro vedere era in funzione di un toccare riservato a chi era ormai senza vita.

Luca non riporta l’episodio, ma secondo quanto scritto dagli altri tre Vangeli potremmo dire che l’unzione di chi fu morto e ora è vivo per sempre (cf. Ap 1,18) era già avvenuta a Betania. Gesù allora disse che ciò veniva fatto in vista della sua sepoltura (cf. Mt 26,6-12; Mc 14,3-9; Gv 12,1-8); in realtà si trattò non di un’anticipazione, bensì di un atto che rende vano l’altro: dopo la sua morte il corpo di Gesù non fu unto.

A Betania l’olio versato sul capo (secondo Matteo o Marco) o sui piedi (secondo Giovanni) di Gesù ebbe il valore simbolico di indicare che l’ultima parola non spetta alla morte. Preparare gli aromi da pare delle donne fu opera tanto grande quanto inutile: il Vivente era già stato unto da vivo. Fu comunque quella scelta a far sì che la prima testimonianza della risurrezione sia stata femminile.

Vennero per il corpo e non lo trovarono. Videro due uomini dalle vesti sfolgoranti. Si impaurirono e tennero «il volto chinato a terra» (Lc 24,5). Quest’ultimo gesto sarebbe stato tipico di chi si prostra in senso di venerazione (così fece il lebbroso guarito, epesen epi prosopon, Lc 17,16) se si fosse di fronte a una presenza; per le donne fu invece un segno di confuso smarrimento. A rincuorarle non fu né la vista, né il tatto; fu l’udito. Ascoltarono infatti queste parole: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24,5-6). Non videro, né toccarono; udirono solo una voce. 

La risurrezione non è mai «qui». Come avvenne per la folla «sul luogo del Cranio» (Lc 23,3-9), ora vediamo ancora violenza e morte. Abbiamo ricevuto però una parola che, grazie alla presenza dello Spirito, ci fa credere e sperare che anche il nostro corpo non sarà per sempre «qui».

Si legge nella Lettera ai Romani: «Anche noi, che possediamo la primizia dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza» (Rm 8,23-25).

La speranza pasquale in grado di reggere allo spettacolo della violenza e della morte va detta in questo modo.

Piero Stefani

Biblista

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