Pubblichiamo, in una nostra traduzione dall’inglese, l’accorata riflessione di Myroslav Marynovych, vicerettore dell’Università cattolica ucraina, sulla questione della Via crucis al Colosseo che questa sera sarà presieduta da papa Francesco. «La croce di Gesù è una sola. Ma le nostre croci, quelle con cui andiamo a lui, sono diverse: per alcuni è la croce del sacrificio, per altri è la croce penitenziale del peccatore». Per questo russi e ucraini «non possono portare la croce allo stesso tempo (…) Perché la croce di Abele (vittima innocente) e la croce di Caino (il pentimento del colpevole) sono due croci diverse». Gli ucraini stanno già portando la loro; i russi non ancora.

Se non fosse per la guerra, sarebbe interessante seguire le varie forme di reazione degli ucraini alla nuova iniziativa del Vaticano, che dovrebbe promuovere la riconciliazione tra ucraini e russi. In quelle reazioni ci sono dolore sincero, indignazione, silenzio sordo, e complessi confessionali. Ma anche la sensazione che l’Ucraina, le sue ferite e le sue speranze restino lontane per molti, e siano addirittura diventate un vero e proprio ostacolo…

Dunque, la questione è la Via crucis che il santo padre guiderà al Colosseo il 15 aprile, Venerdì santo. Secondo l’idea iniziale del Vaticano, durante la XIIIa stazione dedicata alla riflessione sulla morte di Gesù in croce, la croce sarà portata dalle famiglie di donne ucraine e russe che lavorano insieme in un ospizio italiano. E il testo dovrebbe, in specifico, affermare: «Signore, dove sei? Parla in mezzo al silenzio della morte e della divisione e insegnaci a fare pace, a essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe vorrebbero distruggere».

È stato questo tentativo di riconciliare subito i due popoli che ha indignato molti ucraini. Tuttavia, non c’è sicuramente cattiva volontà da parte di chi ha pensato il testo; c’è piuttosto l’incapacità di vedere le circostanze di questa guerra dall’interno, e non solo dall’esterno. Il suo atteggiamento è molto simile a quello di un cattolico italiano che recentemente mi ha chiesto: «Abbiamo sempre saputo che ucraini e russi sono fratelli. Che cosa è successo? Perché hanno cominciato a litigare tra di loro?». Come si può vedere, il testo vaticano contiene anche le parole sacramentali: «Essere fratelli e sorelle» (faccio notare che dal punto di vista cristiano queste parole sono sensate, ma durante una guerra richiamano troppo da vicino la tesi fittizia della propaganda sovietica/russa sui «popoli fratelli»).

Ebbene, conosciamo un altro testo che parla anche di due fratelli: «Caino parlò al fratello Abele. Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (questa e tutte le successive citazioni bibliche sono tratte da Gen 4,8-15). Come reagì Dio a questo? Leggiamo: «Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Riprese: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra”». Come possiamo vedere, la risposta del Signore non è stata né indulgente né politicamente corretta.

Ci sono qui almeno due punti importanti. Primo, vediamo la volontà di Dio di ascoltare la voce del sacrificio: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!». Secondo, il Signore riconosce che è giusto che la maledizione ricada sul criminale. Se l’anima dell’ucciso Abele sentisse queste parole di Dio, potrebbe sicuramente sentire che sono giuste.

Pertanto, gli ucraini non sentono giustizia quando odono le parole di papa Francesco rivolte a loro in questi giorni. Perché il papa afferma che ci sono delle vittime e le piange in modo pastorale, ma non può dire a Putin: «La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!». E, senza nominare il criminale per nome, il papa dà l’impressione di voler separare il criminale dalla punizione che merita.

Come reagisce Caino alla situazione? Prima alla domanda: «Dov’è Abele?» mente e cerca d’evitare la responsabilità: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello? Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». E quando non riesce a scappare, Caino comincia a lamentarsi della pesante punizione: «Troppo grande è la mia colpa [così la Bibbia CEI; qui, letteralmente, «punizione» sarebbe; ndt.] per ottenere perdono».

Il nuovo Caino, Putin, sta ancora mentendo e inventando ragioni «plausibili» per la guerra contro l’Ucraina, per scrollarsi di dosso ogni responsabilità. Ma quando gli orribili crimini di guerra saranno documentati e denunciati, e i loro autori compariranno davanti al tribunale di Norimberga II, sarà il momento di lamentarsi che la punizione sarà troppo grande da sopportare.

A dire il vero, la propaganda russa sta già diffondendo l’espressione «incommensurabilità delle sanzioni», cosa che intenerisce il cuore di molti cristiani europei. Si sono sentiti subito dispiaciuti per i russi e cercano di proteggerli dalla responsabilità e dalla punizione. Dicono che Putin è in guerra, non il popolo russo. E quindi, dicono, perché punire i buoni russi che soffrono anche loro? Non è meglio per entrambe le nazioni stringersi la mano adesso?

Questa logica è illustrata dallo scenario della Via crucis vaticana di quest’anno. P. Justin (Boyko) ha reagito senza troppi giri di parole: «Gesù e Pilato, ucraino e russo, non possono portare la croce allo stesso tempo».

Qualcuno potrebbe domandare: «Perché non possono?». La mia risposta è: «Perché la croce di Abele (vittima innocente) e la croce di Caino (il pentimento del colpevole) sono due croci diverse. Non possono essere messe assieme, perché tutti coloro che vogliono seguire Gesù devono prendere ciascuno la propria croce (cf. Mt 16,24). Gli ucraini stanno già portando la prima croce; i russi devono ancora prendere la seconda croce sulle proprie spalle.

Il cristianesimo non può essere ridotto a compassione sentimentale, perché deve essere giusto. Gli europei compassionevoli devono rendersi conto che togliendo la responsabilità ai russi, in realtà stanno facendo loro un cattivo servizio. Perché il crimine dello stato russo in Ucraina, non interpretato come un peccato e non portato fuori dall’anima attraverso il pentimento, porterà inevitabilmente a un peccato ancora più grave. Amare veramente i russi significa precisamente rivelare loro la portata del loro crimine, permettere loro di essere inorriditi da ciò che hanno fatto, e indirizzare le loro anime a un sincero pentimento davanti a Dio e agli uomini.

Solo dopo che l’anima collettiva russa inciamperà davanti al peso della propria responsabilità e la laverà con lacrime di pentimento davanti alle vittime, solo allora aprirà la porta al futuro.

I tedeschi sono riusciti a farlo solo 10 anni dopo la loro sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Sarà il futuro a dirci se e quando i russi ci riusciranno. Noi crediamo che la resistenza coraggiosa del popolo ucraino e la solidarietà internazionale con l’Ucraina stiano avvicinando questo giorno. Ma questo non può certo essere raggiunto con messe in scena troppo teatrali, anche se simboliche. Non solo non promuovono la riconciliazione, ma al contrario la danneggiano.

Pertanto, sono grato al capo della Chiesa greco-cattolica ucraina Sviatoslav Shevchuk, per la sua spiegazione: «Considero questa idea inopportuna e ambigua che non tiene conto del contesto d’aggressione militare russa contro l’Ucraina». Sono anche grato al nunzio apostolico, l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, che ha dichiarato: «Naturalmente sappiamo che la riconciliazione si realizza efficacemente solo quando l’aggressore ammette la sua colpa».

I commentatori vaticani hanno ragione a dire che «buoni e cattivi, aggressori e vittime sono ammessi sotto la croce di Gesù», perché con il suo sacrificio, egli ha redento sia i giusti sia i peccatori. Infatti, «il Padre vostro che è nei cieli (…) fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45). Pertanto, la croce di Gesù è una sola.

Ma le nostre croci, quelle con cui andiamo a lui, sono diverse: per alcuni è la croce del sacrificio, per altri è la croce penitenziale del peccatore. E le nostre vesti sono diverse: gli innocenti uccisi hanno «vesti bianche» (Ap 6,11), mentre i loro assassini le hanno con macchie di sangue (cf. Is 59,3). E sebbene l’amore del Signore sia uno solo, egli ci parla in modo diverso: alle vittime con compassione, ai colpevoli con durezza.

Questo è il senso della giustizia del Signore.

Myroslav Marynovych

vicerettore Università cattolica ucraina

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