La tua rugiada è rugiada luminosa… Per (ri)vivere (nel)la Pasqua di risurrezione

Il Risorto di Otto Dix conserva le tracce dello stile crudo e realistico utilizzato dall’autore per dipingere i reduci dai campi di battaglia.

Come un milite del primo conflitto mondiale, e di ogni altra guerra, ostenta abiti laceri e un corpo vulnerato, uscendo dal sepolcro come da una trincea. Le braccia sollevate, quasi in segno di resa al compiersi del «mirabile conflitto» tra la vita e la morte. Il grigiore del corpo è attraversato da lame gialle di luce, che contornano soprattutto gli occhi aperti a uno sguardo nuovo sul mondo. 

Il Risorto non vede più la morte davanti a sé, ma l’ha conosciuta, come ogni uomo e donna, anche nel nostro tempo, nella sua cruda e irrazionale verità. Essa non è scivolata via, come per un impossibile miracolo, ma è rimasta impressa sulla sua carne, con i segni indelebili di una violenza inferta e subita. Quelle ferite sono la memoria di ogni carnefice e di ogni vittima. 

La forza dell’insperabile, eppure, del desiderato, si palesa nella scena. Quando la morte esaurirà il suo potenziale e giacerà inerte e impotente, come il teschio nell’angolo inferiore destro? 

Lo spazio della fede che spera, perché è fede che ama, è la rugiada luminosa dello Spirito, che raggiunge il Risorto e, dai suoi occhi, già trasfigura l’umanità che lo attornia con il contrasto dei vividi colori, quasi come le ali di una farfalla dopo la sua metamorfosi, nella parte alta del dipinto, rispetto allo scuro in basso. 

Di quella rugiada luminosa aveva parlato il profeta Isaia, annunciando la ricostruzione della città degli uomini e, con essa, della vita: 

«Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno!  Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (Isaia 27,19)

 

Impensabile epilogo di chi ha amaramente constatato, poco prima, che «i morti non vivranno più, le ombre non risorgeranno» (27,14). Di chi ha seguito il processo del concepimento di una novità nella storia, che però ha prodotto solo inutili e sterili sforzi, senza portare «salvezza» alla terra:

«Abbiamo concepito, abbiamo sentito i dolori quasi dovessimo partorire: era solo vento; non abbiamo portato salvezza alla terra e non sono nati abitanti nel mondo» (Isaia 27,18).

 

Il segreto della Pasqua sta tutto qui: nel fondo disperante della paura, nella presa di coscienza del fallimento del darsi da sé vita e sicurezza, nel dispendio interminabile e infruttuoso di energie per fare e disfare le esili trame della pace, che partoriscono il vento dell’orgoglio e della stupidità, si insidia una lama e una rugiada di luce in cui ricomprendere il nostro essere uomini e donne.

Così che, aderendo al corpo martoriato di Cristo ed entrando nuovamente nel suo fianco aperto, possiamo essere davvero partoriti nuovamente alla vita e rivivere.

Come ricordava Alda Merini nello splendido Cantico dei Vangeli (2006): «Voi entrerete nel mio grembo e sarete partoriti ogni giorno nella beatitudine».

Da Blog Moralia

Pier Davide Guenzi

presidente ATISM 

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