«I soldati muoiono in guerra, vittime di ordini assurdi, e muoiono dentro i propri accampamenti, del capriccio di un superiore, spesso ubriaco, violento e sadico. Muoiono ma non importa. E se i familiari, le madri, sono sempre le madri, provano a chiedere giustizia, non vengono ricevute né dagli ufficiali né dai giudici, vengono maltrattate e anche derise». Così scrive Mariapia Veladiano che dedica a “Riletture”, sul nuovo numero di Regno-Attualità appena chiuso in redazione, un ricordo di Anna Politkovskaja, assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006, autrice del libro “La Russia di Putin“.

L’esercito. Quello che ha invaso l’Ucraina, con la lunghissima fila di tank diretta a Kiev, e gli stessi tank ammonticchiati in immagini surreali, l’uno sull’altro come un domino malriuscito.

Comincia con quello sterminato «luogo chiuso come una prigione. Anzi no, è una prigione, solo che lo chiamano diversamente» (15), comincia con l’esercito questa «Ri-lettura» d’obbligo e d’affetto di Anna Politkovskaja e del suo La Russia di Putin (Adelphi 2022, 1a edizione 2005, traduzione di Claudia Zonghetti).

È il 2004 e Anna Politkovskaja scrive un libro rivolto a un Occidente che ammira Putin, Berlusconi capofila, e non gli chiede seriamente conto di niente, abbagliato da PIL in crescita vorticosa e da un consenso popolare che le elezioni si ostinano a fissare intorno al 75%. Ma l’esercito è una geenna.
La leva è obbligatoria, i soldati semplici non sono nessuno e dentro la caserma un ufficiale può far loro quello che vuole.

«In Russia manca il benché minimo controllo della società civile sull’operato dei militari» (15). Non è il nostro nonnismo. È inimmaginabilmente di più: nel 2002 le forze armate russe hanno perso 500 uomini. Morti di percosse. L’esercito è un vanto di Putin, che lo ha raccolto e risollevato dall’umiliazione della prima guerra cecena, lo ha guarito dalle tentazioni democratiche accarezzate da Eltsin, gli ha dato potere e prestigio.

Il chiuso mondo dell’esercito riproduce in scala le dinamiche del grande mondo della società civile russa. Carriere fulminanti, promozioni lampo, via breve per diventare élite. Purché ci sia la guerra, però. E infatti regolarmente una guerra arriva. La seconda guerra cecena, lunga, confusa, luogo dove nessun diritto ha dimora.

Politkovskaja raccoglie dati, fatti, documenti, li mette in fila. I soldati muoiono in guerra, vittime di ordini assurdi, e muoiono dentro i propri accampamenti, del capriccio di un superiore, spesso ubriaco, violento e sadico. Muoiono ma non importa. E se i familiari, le madri, sono sempre le madri, provano a chiedere giustizia, non vengono ricevute né dagli ufficiali né dai giudici, vengono maltrattate e anche derise.

Nel settembre 2002, 54 soldati di stanza in un poligono d’addestramento della regione di Volgograd hanno ordinatamente oltrepassato l’uscita del campo e seguendo strade scoperte e attraversando villaggi hanno disertato. Perché i loro ufficiali si divertivano, la sera, a torturarli, uno a uno, per noia e ubriachezza. Non è finita bene, la storia della diserzione.

Perché non si ribellano i russi? Propaganda, intimidazione, controllo, povertà povertà povertà. La povertà trasforma i cittadini in prede. Della demagogia, innanzitutto, per cui ci si affida al protettore che permette il piccolo smercio illegale al mercato, e poi su su, al mafioso che garantisce gli affari che rendono miliardari. Prede di tradizioni bizantine d’asservimento (cf. 146) che si nutrono di sfiducia e rassegnazione.

E la giustizia? Non c’è. I giudici obbediscono agli ordini di Mosca che il più delle volte nemmeno arrivano esplicitamente ma vanno intuiti insieme al vento che tira, spesso mutevole assai, e il fatto che formalmente il sistema giudiziario sia indipendente dal potere politico, fa sì che quando un caso d’ingiustizia troppo scandalosa arrivi all’attenzione internazionale, si possa tranquillamente accusare proprio il giudice obbediente e punirlo, lui solo.

La forza del libro è nelle storie precise, documentate fino all’ultimo nome, al giorno preciso, alla via percorsa dai protagonisti, alle parole trascritte in tribunale.

Esemplare l’affaire Burdanov. Colonnello in servizio in Cecenia in generica operazione antiterrorismo. Una notte, ubriaco, ordina di prelevare una bella ragazza di 18 anni da una casa cecena, la ragazza viene trovata la mattina dopo nell’alloggio dell’ufficiale, seminuda e strangolata. Burdanov ordina di seppellirla nel bosco in modo che non sia mai trovata.

Il villaggio la cerca, raccoglie testimonianze e mette insieme i fatti. Con un iter rocambolesco Burdanov va sotto processo ma intanto la stampa monta una campagna a suo favore, eleggendolo a eroe della guerra al terrorismo ceceno. Fuori dal tribunale la folla manifesta per Burdanov l’eroe. Finirà in modo strano, un processo lunghissimo, in cui i testimoni non venivano autorizzati a parlare. Esemplare. Micidiale.

«L’uomo russo di oggi è formato a pensare da bolscevico» (71). La parentesi fragile della confusa democrazia introdotta da Eltsin ha spaventato a morte i molti che hanno perso il lavoro schiavo ma pagato, una piccola ritagliata posizione tristemente garantita. Se il diritto poi non funziona in modo così paradossale da risultare quasi teatrale, una recita dell’assurdo, allora resta solo la forza. Bruta, o economica, o politica. Ma forza.

E Putin dove sta in tutto questo? Non c’è, non compare, è lassù a Mosca, dietro a tutto, direttivo e omissivo nello stesso tempo. Dirige nominando schiere di fedeli che devono tutto a lui, li innalza e li atterra. E omette, omette di ricordarsi che il popolo c’è.

Per opporsi bisogna essere eroi e si può morire, anzi, si muore proprio.

Mariapia Veladiano

scrittrice

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