Commento alle letture per la liturgia della II Domenica di Pasqua

At 5,12-16; Sal 118 (117); Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Era la Parasceve e i corpi non dovevano restare esposti in quel grande sabato. Vennero i soldati a spezzare le gambe ai crocifissi. Gesù però era già morto. Uno dei soldati lo colpì con la lancia al fianco e subito ne uscì sangue e acqua. Quell’atto, all’apparenza inutile, è sottolineato con enfasi dal Vangelo: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: “Non gli sarà spezzato alcun osso” (Es 12,46). E un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Zc 12,10)» (Gv 19,35-37).

L’accento posto con tanta forza da Giovanni su questo avvenimento ha indotto la lettura patristica ad attribuirvi significati intimamente connessi alla vita di fede: «Racconta il Vangelo: s’avvicinò un soldato che gli aprì con un colpo di lancia il costato; ne uscì acqua e sangue. L’una simbolo del battesimo, l’altro dell’eucaristia» (Giovanni Crisostomo). Per il Vangelo di Giovanni il morto è già il Vivente. L’intenzione originaria del testo è di porre in rilievo sia l’atto del vedere e del testimoniare, sia l’adempiersi delle Scritture riferite tanto all’agnello pasquale quanto alla figura trafitta di cui parla il profeta Zaccaria.

In questo passo, ambientato ai piedi della croce, il vedere è posto all’origine del credere. ll testimone vede, ma comunica con la parola quanto da lui visto, e in questo passaggio verbale s’incunea la possibilità che quanto da lui detto non sia autentico. Nessuno testimonia per il testimone. Il Vangelo ribadisce con insistenza: «La sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Il credere sorge dall’accogliere le parole del testimone.

In Tommaso il dubbio nasce dal non aver prestato ascolto a quanto detto dagli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!» (Gv 20,25). L’incredulità scaturisce dalla mancanza di fiducia nella voce dei compagni che hanno visto. Nessun annuncio però è in se stesso pieno e completo. Gli altri discepoli dicono semplicemente di aver visto il Signore, sulle loro labbra non c’è alcun riferimento alle piaghe. Attraverso il suo dubitare, Tommaso avanza l’istanza irrinunciabile che il Risorto conservi in sé i segni della sua Passione. Con il suo incerto credere l’apostolo evidenzia l’irrinunciabile centralità delle piaghe. Per noi ciò sta a significare che, nella salvezza, la sofferenza deve essere trasfigurata e non già semplicemente annullata. Se la redenzione implicasse un universale colpo di spugna sul dolore passato, la salvezza sarebbe immemore e insufficiente. Non consolerebbe.

Otto giorni dopo Gesù mostra di sapere che la questione fondamentale è connessa proprio alle piaghe, di cui i discepoli non avevano fatto menzione. Parla di quelle delle mani, ma ancora più intensamente di quella del costato: «Tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente» (Gv 20,27); è lo stesso squarcio da cui uscirono sangue e acqua. Tommaso non segue alla lettera le parole di Gesù; egli non tocca, gli basta vedere. L’apostolo diviene testimone in prima persona quando esclama: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). Il suo claudicante credere ha contribuito a far sì che la testimonianza compiuta ai piedi della croce ritrovasse la propria centralità; lo sguardo è di nuovo rivolto a colui che è stato trafitto.

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29). Tra questi ci sono coloro che hanno avuto fede nella testimonianza di chi, ai piedi della croce, ha visto non il Risorto, bensì soltanto la viva ferita nel fianco di colui che era ritenuto morto: «Perché anche voi crediate» (Gv 19,35).

Piero Stefani

Biblista

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