Una nuova alleanza tra le generazioni è costitutiva del popolo di Dio che vive la Chiesa in stile sinodale.
«La pandemia è stata una tempesta inaspettata e furiosa, una dura prova che si è abbattuta sulla vita di ciascuno, ma che a noi anziani ha riservato un trattamento speciale, un trattamento più duro. Moltissimi di noi si sono ammalati, e tanti se ne sono andati, o hanno visto spegnersi la vita dei propri sposi o dei propri cari, troppi sono stati costretti alla solitudine per un tempo lunghissimo, isolati». Con queste parole del messaggio per la I Giornata mondiale dei nonni, papa Francesco motivava l’annuncio dato nel febbraio 2021 dell’indizione di questa «giornata», poi celebrata per la prima volta il 25 luglio 2021 (la prossima sarà il 24 luglio 2022).
È sempre stato un tema caro della sua predicazione quello del ruolo degli anziani nelle famiglie, specie in famiglie disgregate e ricomposte, dove i nonni ricoprono ruoli di co-genitori, di sostegno ai nipoti, di memoria storica non solo famigliare ma anche della fede, di cui sono spesso i primi annunciatori.
La pandemia ha creato tanti orfani (cf. l’articolo di P. Tomassone nell’ultimo numero de Il Regno-attualità), ma ha anche creato tanti «orfani di nonni», figure significative per molti giovani; e ha posto di fronte pure al dramma di tanti anziani sempre più soli (cf. l’articolo di P. Cattani, «Anziani a perdere»).

 

Da evangelizzatori non si va in pensione

A queste figure da un lato indispensabili e dall’altro messe ai margini, il papa – sempre nel suo I messaggio – diceva: «Non esiste un’età per andare in pensione dal compito di annunciare il Vangelo, dal compito di trasmettere le tradizioni ai nipoti». Per non parlare poi del paradosso del progressivo invecchiamento di chi vive più da vicino la vita della Chiesa (cf. anche quanto scrivevamo nel post «È un Sinodo per vecchi?»).
Per questo in tempo di Sinodo, dove la domanda cruciale è come declinare l’annuncio nel nostro tempo, il rinnovo di un’alleanza giovani-anziani diventa decisiva per dare corpo alle parole di Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1).
Va quindi guardata con interesse l’iniziativa del gruppo «Nonni 2.0», legata all’area di Comunione e liberazione, che ha elaborato e consegnato alla diocesi di Milano un proprio documento-riflessione in vista del Sinodo.
«Oggi – afferma il documento – si tende a non interrogare la tradizione perché, in un clima di esasperato individualismo, ci si sente scollegati dalle generazioni precedenti (…) Tuttavia i giovani non vanno considerati totalmente estranei al patrimonio del loro passato, anche se non lo riconoscono e non lo sanno dire. È un patrimonio che dentro di loro c’è in latenza, che è sepolto e va fatto rivivere».

 

In Sinodo un popolo di ogni età

Da un lato i Nonni 2.0 si dicono preoccupati per il «pericolo che nei lavori sinodali prevalga l’affidarsi all’approfondimento delle analisi proposte dagli esperti e per questo occorre vigilare che il punto di partenza sia quello per cui esiste la Chiesa, cioè la persona stessa di Gesù Cristo» (echi di alcune recenti «lettere aperte»?).
Dall’altro si richiamano alla «comunione», come elemento chiave per dire in termini cristiani anche il tema del legame intergenerazionale che, volenti o nolenti, caratterizza la vita d’ogni persona. «Tale rapporto trasforma i “singoli” cristiani in un vero e proprio “popolo”, il “popolo di Dio”, come ha proclamato il concilio Vaticano II. Non è possibile un rapporto “sinodale” se non esiste un popolo. Questo è un aspetto fondamentale da rilanciare in modo chiaro e forte, se non vogliamo che i richiami della Chiesa si riducano solamente ad attenzioni moralistiche, che non creerebbero nulla di nuovo. La vera novità cristiana è che, nella storia, è nato un popolo “nuovo”, che unisce persone di ogni luogo, di ogni razza e di ogni età» – afferma il testo.

 

La parrocchia sia centrata sulle famiglie

La proposta dei Nonni 2.0, quindi, prevede che «la sinodalità» porti «un’idea nuova anche rispetto alla vita parrocchiale; quella di mettere al suo centro la famiglia nella sua estensione multigenerazionale. L’idea tradizionale della parrocchia la vede organizzata per età suddivise (bambini, ragazzi, fidanzati, adulti, anziani) e ciò ha una sua ragione funzionale circa le diverse attività e iniziative. Questo non toglie, però, che sarebbe più espressivo della sinodalità complessiva della comunità parrocchiale se in essa avesse una nuova centralità la famiglia e l’insieme intergenerazionale delle famiglie. Una vita parrocchiale intesa quindi non come insieme di singoli raccolti per classi di età, ma raccolta e articolata intorno alle “Chiese domestiche” che la compongono. Una comunità parrocchiale fatta di comunità famigliari, che sarebbe anche un eloquente esempio di ricomposizione delle relazioni umane fondamentali».
«Mettere al centro la famiglia» significa anche proporre «momenti di riscoperta dei legami e momenti di risposta ai problemi educativi e creando nessi con le varie realtà (movimenti, associazioni, centri culturali) esistenti sul territorio che possono costituire una grande risorsa per la stessa parrocchia (…) e per la presenza dei cristiani nei vari ambienti».

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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