Le suore, la veggente, il vescovo: violenza di genere?

Se un gruppo di monache di clausura denuncia un arcivescovo, un vescovo e un sacerdote per violenza di genere, la mente corre veloce, di questi tempi, alla sfera dei reati sessuali. Ma di tutt’altro tenore è la vicenda in corso nell’arcidiocesi di Salta, nel nord-ovest dell’Argentina, ai piedi della cordigliera delle Ande.
Motivo dello scontro è l’ospitalità offerta dal monastero San Bernardo delle monache carmelitane scalze alla «veggente» María Livia Galliano de Obeid, una donna semplice, sposata dal 1970, madre di tre figli e già nonna, che a partire dal 1990 dichiara di ricevere apparizioni della Vergine del Cerro. Tali visioni riscuotono crescente devozione, ma non sono riconosciute dalla Chiesa cattolica. Al loro manifestarsi non trovarono ostilità nell’arcivescovo Moisés Julio Blanchoud, che le accolse con interesse. Invece il suo successore, mons. Mario Antonio Cargnello, subentrato nell’agosto 1999, ha tenuto un atteggiamento più guardingo e dal 2003 ha vietato la diffusione dei «messaggi mariani».
La cappella che ospita la statua della Vergine del Cerro, costruita dai devoti in seguito alle apparizioni, si trova su una delle alture che circondano Salta, a quattro chilometri dal centro, consentendo un’eccellente veduta sulla città. Il terreno su cui sorge appartiene al monastero delle carmelitane, donato dai precedenti proprietari alla notizia che la Madonna stessa aveva chiesto di «prendere dimora» proprio in quel luogo.

 

La visita apostolica

Ogni anno vi accorrono migliaia di pellegrini, non soltanto argentini, che recitano il rosario e si fanno imporre le mani dalla veggente. Migliaia di rosari sono appesi ai rami degli alberi, con un effetto assai suggestivo. Particolarmente sentito e partecipato è l’appuntamento annuale del pellegrinaggio che sale al monte per la festa dell’Immacolata concezione.
Il 27 aprile scorso l’ufficio stampa dell’arcidiocesi ha reso pubbliche le indicazioni della Santa Sede a seguito della visita apostolica al monastero effettuata da mons. Martín De Elizalde, benedettino, vescovo emerito di Nueve de Julio (cittadina della provincia di Buenos Aires), e madre Isabel Guiroy, benedettina. Questa visita, si legge nelle indicazioni, si è svolta «in maniera adeguata, corretta e con competenza».
Il testo del dicastero vaticano sottolinea che il monastero si trova «sotto la vigilanza del vescovo diocesano». In particolare, «la comunità delle sorelle carmelitane di Salta non deve in nessun modo coinvolgersi» nelle attività legate alla veggente, cui si deve l’«Opera io sono l’Immacolata madre del Divino cuore eucaristico di Gesù e io sono il Sacro Cuore eucaristico di Gesù» o sostenere questa attività, che chiaramente ha delle ripercussioni tra i fedeli. Spetta infatti al vescovo del luogo e alla Sede apostolica discernere sulla veridicità delle apparizioni e autorizzare le pratiche di culto in tali contesti. La nota sottolinea, fra l’altro, che le suore hanno permesso alla veggente di abitare nei propri locali e assegnato degli spazi ai pellegrini suoi simpatizzanti, contro la volontà della Chiesa locale, un atteggiamento non certo consono alla tradizione monastica carmelitana.

 

La denuncia delle suore

Se la disputa non avesse preso la strada della giustizia civile, non saremmo qui a parlarne. Invece il 13 aprile, mercoledì santo, alcune monache hanno presentato contro l’arcivescovo mons. Cargnello, il presbitero don Lucio Ajalla e il visitatore mons. De Elizalde, una denuncia per violenza di genere. La tesi è che da diverso tempo le suore siano vittime di episodi di intimidazione, violenza di genere, psicologica, fisica ed economica. Si tratterebbe di aggressioni verbali e non solo.
L’Università Cattolica e il presbiterio dell’arcidiocesi di Salta hanno prontamente fatto pervenire all’arcivescovo la propria solidarietà. Da parte loro, le monache sono sostenute dalla Fondazione Gema – Género y Masculinidades, che ha lanciato in loro appoggio l’hashtag #HermanaSiTeCreo (Sorella ti credo), invitando femministe e gruppi sociali a far sentire la propria voce. Alcune decine di attivisti si sono ritrovate con striscioni nel cortile antistante il monastero, peraltro successivamente ad altri gruppi di persone che nello stesso spazio si erano radunate a dire il rosario a sostegno dell’opposta posizione.
Nel frattempo, il monastero ha chiuso la comunicazione con l’esterno e l’arcivescovo si è già presentato davanti alla giustizia, che lo doveva ascoltare nuovamente il 3 maggio. L’udienza è stata rinviata a motivo della 120a Assemblea plenaria dell’episcopato argentino, svoltasi a Buenos Aires dal 2 al 6 maggio.

 

(Questo post è la sintesi di un più ampio resoconto che uscirà sul prossimo numero di Regno-attualità)

Gabriella Zucchi

Giornalista

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