«Parlo di impegno, non di argomento». Così chiosava in un articolo su Avvenire del 31 agosto 2019 Francesco D’Agostino, il noto bioeticista appena scomparso, mentre rilevava che in alcuni paesi, caratterizzati storicamente da presidi giuridici abbastanza ristretti nei confronti della pratica abortiva, era pure per loro giunta l’onta di una certa mentalità abortista portata a livello giuridico, riconoscendo con spietata onestà intellettuale «il totale fallimento del pluridecennale impegno ontologico contro l’aborto». 

 

Per un’etica critica

La distinzione tra impegno e argomento mi sembra un ottimo appiglio per rimanere desti sul fatto che una cosa è l’insieme degli sforzi di ogni tipo per sostenere una convinzione morale –sforzi che sono pure caratterizzati da emotività e da intuizione –; un’altra è un approccio che ragionevolmente avanza una pretesa universalistica senza la quale non si andrebbe oltre contesti circoscritti e alla fine incapaci di rendere sempre giustizia. Qui non ci interessa seguire l’articolo, ma far notare che la distinzione è il miglior candidato a essere la valle di una riflessione che a monte scongiura un riduzionismo dell’orizzonte valoriale.

valori non sono da costruire, attingendo ora dalla politica, ora dalla giurisprudenza, ora dalla stessa religione, piuttosto sono ciò che è indeducibile da logiche che non appartengono alla stessa logica di «ciò che vale».

La distinzione può gettare una luce sull’intersezione delle tante rette ideologiche che assediano la riflessione etica e dare forza a una critica dell’etica come tentativo di smascherare le derive da commistione scaturenti dai diversi approcci che si hanno del fenomeno morale.

Una critica dell’etica è un’etica critica che funge da presidio per sottrarre il morale all’egemonia del solo ordine dei desideri e delle inclinazioni, sostenendo che quest’ultimi derivano la loro forza dal «morale» e non che lo costituiscono (basterebbe solo questo per ravvisare la quota differenziale tra teorie del ragionamento morale come il razionalismo e il sentimentalismo).

Io credo che è a questa etica critica come critica dell’etica che bisogna affidare gli anni a venire, nella speranza di uscire dalle pastoie del «descrittivo» per liberare un orizzonte di senso e una via giustificativa (come ragioni del senso e il senso di alcune ragioni rispetto ad altre), che ancora sembrano debolmente emergere e conservarsi icasticamente in alcune parole valutative (buono, giusto, dovere, ecc..). 

 

Le ragioni di una critica dell’etica

Le ragioni di queste parole non vanno affidate alle scienze, ma all’etica tout court, che per la sua «natura pratica» rivendica in termini di giustificazione (e non solo di motivazione) il modo in cui gli esseri umani abitano nel mondo. La differenza tra il modo in cui gli esseri umani dovrebbero abitare il mondo e il modo in cui descrivono come lo abitano sta a fondamento di un’autentica autonomia e di una corretta interdisciplinarità tra i molteplici discorsi sugli agenti e sulle azioni.

Non posso che augurarmi che questa visione alta del compito di un’«etica critica» che diventa critica dell’etica divenga sempre più corrente, raccomandando sempre di tenere insieme, distinte e mai separate, l’orizzonte di senso e l’unica cruna dell’ago di esso di cui disponiamo che è il «caso eticamente interessante». Ritengo, cioè, che l’etica così intesa può fungere da metaetica, necessaria sicuramente, ma se vuole essere anche sufficientemente incisiva deve strutturarsi come etica normativa il cui compito è quello di ricercare il giudizio morale corretto in un conflitto inevitabile di valori in gioco in una situazione specifica.

Un approccio non esclude l’altro, al contrario come la sua prova del nove una certa impostazione metaetica deve trovare possibilità di realizzarsi attraverso l’azione. Poi, se vuole sviluppare un discorso sui motivi che spingono gli individui ad agire, lo può fare ma farà altro rispetto all’opera giustificativa (metaetica e normativa). 

Oggi in etica teologica vengono coltivati quegli strumenti di analisi che fanno emergere queste sfere del discorso morale con consapevolezza, evitando approcci unilaterali spacciati per onnicomprensivi e risolutivi?

 

Da Blog Moralia

Pietro Cognato

Teologo

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