Perché di fronte alla diversità occorre innanzitutto costruire ponti e abbattere i muri.

«Una domanda che ritorna puntualmente nel nostro lavoro è quella di aiutare a comprendere e soprattutto a mostrare che cosa significa essere una Chiesa sinodale, una Chiesa dell’ascolto, una Chiesa in cammino con tutta l’umanità nella storia (…) Vi proponiamo di scoprirlo attraverso la metafora della frontiera e il tema dell’accoglienza delle comunità LGBTQ nel loro cammino sinodale».
È l’incipit della newsletter che la scorsa settimana (7 maggio) Thierry Bonaventura – communication manager della Segreteria del Sinodo dei vescovi – ha inviato per aggiornare sullo stato di avanzamento dei lavori del Sinodo sulla sinodalità.
Il tema è delicato, anche perché le comunità dei credenti – anche non cattoliche, pensiamo agli anglicani e alle loro difficoltà in vista della Conferenza di Lambeth (che è anch’essa un Sinodo) del prossimo luglio – è sui temi della morale, segnatamente sessuale, che si stanno maggiormente dividendo.

 

La logica dell’ospitalità

«La lettera A Diogneto – prosegue Bonaventura –, uno scritto cristiano del secondo secolo, ci ricorda che i cristiani sono nel mondo ma non sono del mondo. La duplice natura della Chiesa, quella di essere un’istituzione umana, storica e allo stesso tempo un’anticipazione del Regno, significa che entrambi sono, in un certo senso, parte dell’altro. Purtroppo, questo essere altro rispetto al mondo ci ha spesso portato a erigere muri, barriere, confini, quando quello che dovremmo fare, invece, è costruire ponti. Nessuno può essere considerato un altro nella Chiesa, non importa chi sia».
C’è una modalità da credenti per «vivere la frontiera» ed «è quella dell’ospitalità. È la logica di una libertà piena di grazia che non ha paura della diversità e sa fare spazio all’altro vivendo la relazione in termini di dono. Lo vediamo in tante parabole di Gesù, dove egli va incontro a chi è ai margini, accogliendolo sempre nella comunità».

 

Lo stile di Dio

Così l’ascolto sinodale punta a comprendere le tante comunità LGBTQ che nel mondo si sono attivate e a far capire che – come ha scritto recentemente papa Francesco al noto gesuita p. James Martin – «Dio è Padre e non rinnega nessuno dei suoi figli. E lo stile di Dio è vicinanza, misericordia e tenerezza. Lungo questa strada troverai Dio».
Infatti – prosegue Bonavenura – «il nostro atteggiamento nei confronti di queste comunità ecclesiali – come di quelle dei tanti diversi – è stato troppo spesso improntato a sottolineare la differenza e a erigere barriere piuttosto che testimoniare l’amore misericordioso di Gesù che non fa distinzione tra i suoi discepoli, tutti imperfetti, limitati e segnati in qualche modo dal peccato».

 

Testimonianze scelte

«La Chiesa in ascolto (Ecclesia discens) – conclude Bonaventura – dovrebbe quindi scegliere l’opzione dell’ospitalità che, pur riconoscendo le barriere che essa stessa ha costruito, si sforza di farsi vicina per abbattere i muri dell’indifferenza».
Certo, rimangono i nodi al pettine relativi alla sessualità, alla generatività e al molto altro che ne consegue. Tuttavia, se non c’è un ascolto concreto di persone in carne e ossa, la strada sarà sempre un vicolo cieco.
Quindi è interessante scoprire le tre testimonianze scelte dal Sinodo per dare ascolto alle comunità LGBTQ che hanno avviato un cammino sinodale: il percorso di una fedele nella parrocchia gesuita di Farm Street, nel cuore di Londra; l’esperienza nei Paesi Bassi di p. Jan Veldt; il documentario di Evan Mascagni e Shannon Post Building a Bridge (costruire ponti), con Martin Scorsese come produttore esecutivo, che segue p. Martin nel suo appello per una maggiore accettazione della comunità LGBTQ nella Chiesa cattolica.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

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