A viso scoperto. Veglieremo e sarà giorno

Motivi di vegliare ce ne sono tanti: lo suggerisce il giorno liturgico che lega Pasqua a Pentecoste, lo impone l’urgenza della pace. Il 17 maggio ci convoca a una veglia determinata e mite per il superamento di qualsiasi forma di omotransbifobia. La ricorrenza è laica, ma a essa si uniscono tante comunità religiose, anche della Chiesa cattolica, che è in Sinodo. Per noi anche scrivere è un modo di vegliare.

Il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha eliminato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Anche se la decisione è diventata operativa quattro anni dopo, con la pubblicazione dello Manuale diagnostico (DSM), l’Unione Europea ha istituito nel 2007 una giornata per il superamento della discriminazione omofobica, ricordando quella prima decisione. Per questo motivo il 17 maggio è giorno di memoria, di vigilanza, di speranza ed è anche giorno di preghiera, perché ben presto le Chiese hanno portato un contributo specifico, attivandosi in veglie ecumeniche. Come facciamo in tutte le celebrazioni: chiedendo perdono per il disprezzo e l’esclusione, ascoltando la Parola che apre i cuori e guida le menti, invocando insieme la forza mite della giustizia e della tenerezza.

 

Nella giustizia e nella tenerezza

“Giustizia e tenerezza” non avrebbero bisogno di virgolette e neppure di corsivi se non fosse che in questo caso rimandano anche al titolo di un libro. Perché ci sono tanti modi di onorare le giornate dedicate a qualche urgenza: pace e inclusione, rispetto del creato e esclusione della violenza, sono tante le date in cui sono importanti mobilitazioni e riti. È importante però passare dall’emergenza all’attenzione strutturale, accostare alla emersione di un giorno l’immersione durevole nello studio e nella scrittura. Inoltre, nella Chiesa cattolica siamo in Sinodo, e non c’è luogo ecclesiale nel quale non si ripeta che nessuna parola rimarrà senza ascolto e senza accoglienza.

 

Pronte!

Il 14 aprile dello scorso anno Donne per la Chiesa ha organizzato un incontro online per presentare Love Tenderly, un libro a cura di Grace Surdovel con il supporto di New Ways Ministry, che raccoglie 23 storie di suore lesbiche e queer. Forse per qualcuno questo accostamento potrà sembrare strano o dissacrante, ma il libro contiene pagine di profonda spiritualità, scritte con chiarezza e delicatezza. Perché non tradurlo in italiano, non farne la puntata di un dialogo in corso, sempre più franco e affabile, perché non offrirlo come dono di veglia e di sinodo?

Così è stato: a cura mia e di Laura Scarmoncin, traduttrice professionista ed esperta di storia di genere, il libro è stato pubblicato pochi giorni fa da Effatà, nella collana Sui Generis del Coordinamento delle teologhe italiane.

Il titolo, sia nell’originale inglese che in italiano, è una citazione biblica: “Cosa chiede il Signore da voi? Che agiate nella giustizia, che amiate nella tenerezza e che camminiate umilmente con il vostro Dio” (Michea 6,8). Per me leggerlo e centellinare parola per parola del testo traducendone alcune parti è stato fare degli esercizi spirituali, entrando in punta dei piedi nelle vite di queste donne che hanno condiviso tante cose della loro vita, della loro preghiera, del loro desiderio e della loro autenticità nella vita consacrata. Pagine resistenti, dolenti, impegnate.

 

Rompere il silenzio, creare spazi di libertà

Non è questo il luogo di spoilerare il contenuto, ma almeno qualcosa deve essere detto: Jeannine Gramick nella prefazione paragona le voci delle sorelle a quella della piccola Scout de Il buio oltre la siepe (Harper Lee) che uscendo allo scoperto e parlando sommessamente riesce a calmare la furia degli uomini armati. Ognuna di loro ha compiuto un cammino nella consapevolezza, e quando ha fatto coming out non ha solo trovato sollievo per sé, ma ha creato uno spazio di libertà anche per altre, per altri, infine per tutti quale che fosse la loro condizione di vita e il loro orientamento sessuale. Si pensi però che una parte consistente delle autrici, in media di età matura, scrive sotto pseudonimo, tanto forte è lo stigma che ancora ferisce le persone LGBTQ. Io stessa conosco tante persone che hanno potuto rivelare il proprio orientamento omosessuale solo a pochissime altre: a tutte e tutti loro è dedicato questo libro, nella speranza che anche quelle pagine possano allargare la tenda, creare uno spazio respirabile e rispettoso.

Pagine dunque che nascono nel rispetto, nell’alleanza e in una rete di pratiche inesauste, che vanno dal Forum di Albano alla pluridecennale presenza di associazioni come il Guado, a tante nuove forme di presa di parola di omosessuali cattolici, dei loro genitori, di operatori pastorali e di amiche e amici.

Tra le iniziative dobbiamo almeno ricordare il corso online Riprendiamoci la Parola, organizzato da Tenda di Gionata, Progetto Ruah e Coordinamento delle Teologhe Italiane. Otto (primi) incontri online per studiare la Parola, confrontandosi sia con i (pochi) “testi del massacro” per comprenderli nel loro contesto, che con il tratto inclusivo e benedicente della Scrittura nel suo insieme.

 

Vegliamo pregando, studiando, scrivendo

Insomma, vegliamo anche in questo modo – pregando, riflettendo, studiando e scrivendo. Nella convinzione che, come nella pericope di 2Cor 3,4-18 da cui è tratto il versetto scelto per il 17 maggio, il velo che ci oscura il cuore e ottunde l’intelletto possa essere rimosso, perciò «forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza» (v. 12). Tra l’altro l’espressione «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (v.17) ha forza pasquale/pentecostale, ma anche concretezza feriale: è libertà di essere figli amati da Dio, che nello Spirito respirano, finalmente. Per questo vegliamo, a viso scoperto (v.18). Con le parole di un canto religioso: «Nella notte, o Dio, noi veglieremo Con le lampade, vestiti a festa. Presto arriverai, e sarà giorno».

 

Da Il Regno delle donne

Cristina Simonelli

Teologa

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