Comunicare sul Sinodo richiede innanzitutto la dote del senso ecclesiale, senza la quale tutte le notizie si confondono e gli scambi critici sono solo azioni di pressione per influenzare opposte partigianerie. Ma c’è anche una buona notizia: il Sinodo sta funzionando. Vediamo come e perché.

 

Informati

La comunicazione globale ci tiene informati su tutto ciò che avviene in ogni angolo della Terra. E così è anche per le news ecclesiali. Sappiamo di quello che si sta discutendo ad esempio in Francia (una bella mappa interattiva sul sito della Conferenza episcopale ci catapulta in ogni singola diocesi che ha già messo a disposizione le proprie sintesi) e persino in Africa.
Ci sono delle ottime sintesi da tutto il mondo sul Sinodo universale, compresa una newsletter multilingue.
In Italia ci sono agenzie come il SIR che ragguagliano con costanza sul percorso delle diocesi italiane (come ad esempio su Casale Monferrato e Saluzzo). C’è il blog collettivo di Vinonuovo. C’è il gruppo dei Viandanti.
E poi ci siamo anche noi, che in questo spazio, che da tempo abbiamo chiamato «L’Indice del Sinodo», offriamo temi e spunti riflessione in una cornice più generale, tenendo costantemente aperto il dialogo tra locale e universale.

 

Qualche rischio

Ma proprio per il fatto che le comunicazioni sono belle abbondanti, vi sono due rischi: il primo è che permanga la confusione tra Sinodo universale e sinodi «nazionali» o diocesani, laddove sono previsti, e sulle loro scansioni temporali; il secondo è che chiunque – in perfetto stile social – non solo si senta autorizzato a prendere la parola – cosa che per altro è auspicata in questa fase – ma si permetta di giudicare con le proprie categorie ciò che avviene in casa altrui come se la discussione avvenisse in quella propria: il caso Germania insegna. Dove una Chiesa ha speso energie in processi elaborati di trasparenza, sembra quasi che… debba pagarne il prezzo. Cosicché altre cercano di stare «sotto traccia».

 

Italia, a che punto siamo?

Per quanto riguarda l’Italia, dopo la fase della raccolta diocesana delle sintesi in vista del Sinodo della Chiesa universale che si celebrerà nel 2023 (cf. il post su Bologna, Bolzano e Milano), ci sarà una prima «restituzione» a livello italiano in occasione del Congresso eucaristico nazionale che si terrà a Matera dal 22 al 25 settembre prossimi.
È quanto emerge dal secondo incontro nazionale dei 242 referenti diocesani per il Sinodo (laici, presbiteri e diaconi, consacrate e consacrati) che assieme ai 12 vescovi delegati dalle conferenze episcopali regionali si sono riuniti a Roma dal 13 al 15 maggio scorsi per un confronto sui vari temi emersi dalle sintesi (SIR).
«Nonostante la pandemia abbia rallentato, almeno nei mesi invernali, il percorso avviato in autunno, abbiamo “scaldato i motori” e le nostre diocesi hanno vissuto il percorso con crescente entusiasmo; ne fanno fede i circa 50.000 incontri sinodali, confluiti nelle 200 sintesi diocesane», sottolinea mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, vicepresidente della CEI e membro del Gruppo di coordinamento nazionale del Cammino sinodale.
Quindi: le diocesi hanno già le proprie sintesi e la «sintesi delle sintesi» arriverà a settembre.
Intanto proseguono i Sinodi diocesani, come ad esempio a Padova (dove si aprirà il 5 giugno prossimo) e a Napoli (aperto nell’ottobre 2021).

 

Che cosa possiamo aspettarci
dal percorso di tutta la Chiesa italiana?

Ma c’è un appuntamento importante che deciderà se questo lavoro d’ascolto servirà e in che modo a preparare il Sinodo italiano o se rimarrà solamente il contributo dell’Italia al Sinodo universale: la prossima Assemblea della CEI (23-27 maggio) voterà infatti la terna di possibili presidenti dalla quale il papa sceglierà un nome. Ipotesi ne sono state fatte e sappiamo anche di alcuni desiderata del papa. Ma i vescovi potrebbero stupirci.
Con il nuovo presidente sapremo anche l’intonazione che egli e la CEI daranno al «Cammino sinodale» italiano e come – un po’ più concretamente di quanto annunciato – verranno interpretate le tappe successive di questo lavoro d’ascolto, la prima ufficialmente chiamata «narrativa» (2022-2023, ancora spazio per l’ascolto), e la seconda chiamata «sapienziale» (2023-24, lettura spirituale e discernimento delle narrazioni emerse).
Il dato più certo è che la tappa finale, chiamata «profetica» e che prevederà una vera e propria assemblea sinodale italiana, sarà nel 2025: abbastanza in là nel tempo per decidere come «riempirla» e per fare proprie le risultanze dell’Assemblea sinodale universale dell’ottobre 2023.

 

Che cosa sarebbe bene evitare?

Per tornare alla questione comunicativa e al fatto che oggi chiunque si senta titolato a «fare la punta ai chiodi» ecclesiali di ogni parte del mondo, bisognerebbe sgomberare il campo dall’idea che proprio perché abbiamo molte informazioni di tutti, questo ci esima dal reale faccia a faccia «sinodale» con le idee e i pensieri altrui.
Il disassamento tra tempi e culture che continua a esistere, in barba alla comunicazione istantanea, così come un meno superficiale sensus Ecclesiae dovrebbero farci interrogare sull’opportunità di prendere un tema discusso in un luogo e «spararlo», comunicativamente parlando, in un altro.
E, al di là da come la si può pensare, l’invio di lettere aperte (che tali non sono, se poi non si rendono note anche le risposte) non è nello stile «sinodale». Per questo va difesa la buona fede (e la pazienza) – anche se non si fosse d’accordo in toto con lui – con cui mons. Georg Bätzing, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha risposto per l’ultima volta – com’egli stesso ha dichiarato – alle «lettere» dell’arcivescovo di Denver (USA), Samuel J. Aquila, sia perché è prassi non rispondere alle lettere aperte, sia perché esse hanno uno scopo non poi tanto velato: «raggiungere e raccogliere i critici del Cammino sinodale». Ma «tra i firmatari c’erano anche persone disinformate sul reale processo di discussione del cammino sinodale», che per altro non rappresentano la totalità della Chiesa statunitense.
«Tuttavia – afferma Bätzing – prendo sul serio le vostre obiezioni, perché indicano una preoccupazione» e mostrano che «anche noi nella Chiesa cattolica mondiale viviamo in una situazione del tutto plurale di mondi di vita e valutazioni teologiche differenti». Serve «scambio, dialogo critico e una nuova comprensione e comunicazione reciproca», sulla base «di ciò che appartiene all’eredità immutabile rivelata della fede della Chiesa». È per questo che al Sinodo mondiale sulla sinodalità «tutti dovrebbero poter partecipare, dire la propria e contribuire con le proprie opinioni».
Non sui media o via social, ma di persona, pregando e discutendo insieme.

Maria Elisabetta Gandolfi

Maria Elisabetta Gandolfi

Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap