«Pietre cha affiorano in un fiume da attraversare»: in ricordo di Andrea Canevaro

Il 26 maggio scorso è morto a Ravenna il prof. Andrea Canevaro. 82 anni, docente emerito dell’Università di Bologna e studioso di fama internazionale, è stato il padre della pedagogia speciale, l’ambito di ricerca che si occupa dell’educazione di persone in condizione di disabilità. Il suo pensiero ha cresciuto e plasmato, in numerosi decenni, generazioni di insegnanti: in campo pedagogico è considerato un vero e proprio maestro. Si deve in gran parte alle sue ricerche e al suo impegno se l’integrazione è divenuta nelle nostre scuole una realtà vissuta e condivisa.

Andrea Canevaro è stato anche un grande amico della rivista Il Regno, sin dall’inizio degli anni Settanta. Il suo ultimo contributo risale al 2019: sul n. 16 di Regno-att. rifletté, a partire dall’urgenza legata ad alcuni fatti di cronaca, sulla continua evoluzione di quanto viene riassunto sotto la definizione di «volontariato e terzo settore». Di tale articolo riportiamo qui alcuni stralci.

 

Si percepiscono solo gli incidenti

«In questi anni sono aumentate in maniera considerevole le persone con diagnosi. Prendiamo in considerazione i minori. Il personale dei servizi è rimasto contenuto nei numeri, a volte sottodimensionato, e ha dovuto cambiare di conseguenza organizzazione del lavoro (ritmi, scadenze dei contratti, numero di soggetti presi in carico ecc.) senza avere il tempo per riflettere e progettare. Sarebbe come cambiare gli pneumatici senza fermare l’auto. È necessario utilizzare diversamente le conoscenze diagnostiche. Come?

Tra le conseguenze di quanto detto vi è stato il ricorso intensificato a volontariato e terzo settore, l’area che comprende enti e soggetti non riconducibili né al mercato né allo stato. Compongono una realtà sociale, economica e culturale in continua evoluzione. Una rete invisibile. Una risorsa preziosa? Un giro d’affari?

Come superare la logica dell’emergenza? Ogni fatto sembra emergere dall’oscurità e dalle nostre ignoranze. I fatti più percepiti sono gli incidenti, che fanno improvvisare rimedi tali da far pensare che provochino altri danni. Gli addetti all’informazione, a loro volta, surfano sull’onda dell’emergenza».

 

Integrazione e inclusione: rischio di invisibilità

«Per intervenire sul sistema occorrono proposte sistemiche. Riprendendo riflessioni già espresse, pensiamo al Filo d’oro, di Osimo, o alla Fondazione Robert Hollman a Cannero Riviera, sulle rive del Lago Maggiore. Le disabilità complesse di cui hanno competenze certi organismi perché esercitate in continuità e quindi evolutive, hanno la caratteristica che devono tenere insieme due elementi: il numero, che è consistente unicamente rapportato a un ampio territorio, come quello italiano; e la necessità di competenze specifiche evolutive perché esercitate in continuità.

È l’occasione per una proposta sistemica: integrare nel sistema inclusivo realtà ad alta competenza per situazioni di deficit con numeri consistenti unicamente su un ampio territorio.

L’integrazione che diventa inclusione rischia anche di essere invisibile. Le reti sociali in quanto tali non hanno la visibilità che attira attenzioni e offerte di denaro. Circa le raccolte di offerte, può accadere che, per sollecitarle, ci sia l’allusione a una situazione tendenzialmente negativa e priva di strutture adeguate. Per questo nelle reti sociali vanno inclusi i soggetti che fanno informazione.

In altre parole, la situazione che stiamo vivendo esige la promozione di una forma di resistenza d’ampio respiro e sostenibile, valorizzando quello che funziona, per migliorarlo ed estenderlo».

 

Porsi come mediatori

«Per chiudere con qualche auspicio, direi che occorre impegnarsi a “non pensare per linee rette”, “entrare in contatto con gli altri chiedendo il permesso”, “creare connessioni”, che “ciascuno sia quello che è”. Una volta riconosciuti i propri limiti, o quelli dettati dal contesto, occorre “cercare d’organizzare le risorse a disposizione senza tagliare la parola agli altri”, “porsi come mediatori”.

I mediatori sono come pietre che affiorano in un fiume da oltrepassare. Sono punti d’appoggio che forniscono sostegno e che si collegano uno all’altro. L’importante è costruire collegamenti per andare avanti; se un mediatore non invitasse a quello successivo non sarebbe più tale.

Inoltre, a volte serve anche qualche trasgressione per cambiare modalità di vita e spezzare la routine. Infine occorre un fine senso dell’ironia che dispone a pensarsi come parte e non come il tutto, che fa prendere la giusta distanza dalle cose, ben sapendo che non siamo il centro del mondo».

Guido Mocellin

Giornalista

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