Commento alle letture per la liturgia della Santissima Trinità

Pro 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Parlare della Trinità è sempre molto difficile: il linguaggio si fa ostico e allo stesso tempo impacciato, si sperimenta la povertà e la limitatezza della capacità intellettiva prima, e comunicativa poi, di dire qualcosa che in realtà si percepisce solo in parte. Proprio per questo i teologi parlano di Trinità economica o immanente (come scriveva K. Rahner), ovvero di quanto della Trinità si può cogliere nel suo essere operante e artefice di salvezza nella storia. Senza cadere nei meandri di concetti e di linguaggi non facilmente accessibili a tutti, vorrei soffermarmi su un aspetto specifico del Vangelo di oggi, che è anche un aspetto del dogma trinitario: la relazione.

Nel Vangelo leggiamo: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,13-15).

In questi pochi versetti si descrive una dinamica di relazione: lo Spirito dice ciò che è del Figlio e, a sua volta, ciò che è del Figlio è del Padre; il tutto, poi, è espresso in termini di comunicazione e la comunicazione è di per sé un atto che implica una relazione, così che colui che ascolta viene a trovarsi immerso in questa relazione. Come ho già detto, non è facile comprendere quello che, proprio per questo, viene definito un mistero, termine che ha alla sua radice proprio l’idea di avere le labbra chiuse, ovvero di essere incapaci di proferire parola o di poter spiegare.

Se questo è vero, è vero però anche ciò che si è detto prima, ovvero che da questo mistero siamo avvolti proprio perché il termine ultimo di quella comunicazione tra il Padre e il Figlio per mezzo dello Spirito, è proprio chi ascolta. Forse proprio il comunicare può aiutarci, per analogia e solo per analogia, a comprendere i versetti del Vangelo e a contemplare, capendo di non capire, il mistero della Trinità.

L’atto di dire qualcosa implica una parola che sia pronunciata da una bocca, ovvero dall’organo della parola, che emette un suono ricevibile da chi ascolta. Parola, organo vocale (bocca) e suono sono posti tra loro in relazione, l’uno senza l’altro non produce il risultato finale, sono dunque un tutt’uno, ma nello stesso tempo distinti nella loro relazione.1 Così, se riprendiamo il testo di Giovanni, abbiamo che lo Spirito (il soffio, il suono che giunge a colui che ascolta) è relato al Figlio che emette quella Parola che è del Padre. Senza quasi accorgersi, mediante l’ascolto, siamo già inseriti, avvolti, in questa relazione, una relazione che opera salvezza (ecco il concetto di Trinità economica o immanente di cui si è parlato all’inizio). Che cosa comporta o produce questo? Se questa Parola, come Giovanni ci dice altrove nel suo Vangelo, è «Parola di vita eterna» (cf. Gv 5,24; 6,68; 12,50), allora l’ascolto ci mette in comunione, ci inserisce nella stessa vita di Dio, una vita che è eterna.

E per capire che cosa sia l’ascolto ci viene in aiuto la grande sapienza di Israele in quello che è il cardine fondamentale di ogni preghiera ebraica: lo shemà Israel, «ascolta Israele» (Dt 6,4). Solo un ascolto unificato di tutto ciò che siamo – mente/cuore, spirito/anima, corpo/forze – può aprirci alla comunicazione dell’unicità di Dio e immetterci in quell’unica relazione che non conosce fine: l’amore.

Sì è vero, Dio non lo si può comprehendere (dal latino abbracciare, contenere, descrivere, esprimere), lo si può solo amare con tutto ciò che siamo, lasciandoci inabitare dal suo amore: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

 

 

1 Nel Decreto pro iacobitis del Concilio di Firenze, del 4 febbraio 1442, si legge: «Queste tre persone sono un solo Dio, non tre dèi, poiché dei tre una sola è la sostanza, una l’essenza, una la natura, una la divinità, una l’immensità, una l’eternità, e tutte le cose sono una cosa sola, dove non si opponga la relazione»; Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, DS 1330.

Ester Abbattista

Biblista

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