Quando Hilarion Alfeyev intervenne al CEC

Il 7 giugno scorso il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa ha trasferito Hilarion Alfeyev, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, da metropolita di Volokolamsk a metropolita di Budapest e Ungheria, sollevandolo nel contempo dall’importante incarico (paragonabile a quello detenuto in Vaticano dal segretario per i rapporti con gli stati) nonché da tutti gli altri incarichi ricoperti a Mosca.

Riprendiamo da Il Regno-attualità n. 2 del 1999 l’intervento che egli tenne all’VIII Assemblea del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC), svoltasi ad Harare (Zimbabwe) nel 1998, in veste di capo delegazione della Chiesa ortodossa russa: le sue parole si riferiscono a una crisi già viva, all’interno del CEC e nel più vasto movimento ecumenico, tra le Chiese ortodosse (segnatamente quella russa) e le Chiese anglicane e protestanti, accusate di assumere «modelli della società liberale occidentale».

Intanto ferve il dibattito sulla possibile espulsione della Chiesa ortodossa russa dal CEC: ne parlerà il Comitato centrale la prossima settimana, mentre si avvicina l’importante appuntamento ecumenico della XI Assemblea del CEC, a Karlsruhe in Germania in settembre.

La koinonia non sta crescendo

Rappresento la Chiesa di gran lunga più numerosa fra i membri del CEC; comprende più di cento milioni di fedeli e ha dato un notevole contributo al processo «Verso una concezione e visione comune del CEC». Una delle sfide maggiori di tale processo è vedere se la koinonia fra confessioni cristiane stia crescendo. Chiediamoci qui francamente se la koinonia stia crescendo o no.

Direi di sì, se si parla dei processi interni alle maggiori famiglie di Chiese. Ma se si guarda alle relazioni fra le Chiese ortodosse da una parte e le Chiese delle tradizioni protestante e anglicana dall’altra risulta chiaro che la koinonia non sta crescendo. Al contrario, la distanza fra le une e le altre sta diventando sempre più ampia. Cinquanta o sessant’anni fa c’era addirittura la speranza di ristabilire la piena comunione eucaristica fra le Chiese ortodosse e anglicane; però, dopo la decisione della Chiesa anglicana di ammettere le donne al sacerdozio tale speranza è del tutto svanita. Lo stesso si dica per molte Chiese protestanti.

Dopo tanti anni di impegno ecumenico da parte nostra appare chiaro che la Chiesa ortodossa e le Chiese di tradizione protestante hanno camminato in direzioni diverse. La Chiesa ortodossa conserva la tradizione dei valori cristiani nel dogma, nella spiritualità, nel culto e nell’etica. Molte Chiese protestanti, al contrario, hanno assunto modelli della società liberale occidentale, lasciando da parte dei valori cristiani della tradizione uno dopo l’altro. Questi processi si sono riflessi nei lavori del CEC, che, come molti riconoscono, sono dominati dall’ethos protestante occidentale.

 

Temi estranei alla tradizione ortodossa

Gli ortodossi non possono influenzare il programma di lavoro perché sono sempre una minoranza. Non abbiamo mai discusso temi che sono importanti per noi, come la venerazione della vergine Maria, la venerazione delle icone, la venerazione dei santi perché tali temi sono ritenuti divisivi. Ma che dire del linguaggio inclusivo e del sacerdozio alle donne: non sono questi divisivi? Costretti a discutere temi che sono estranei alla nostra tradizione, siamo divenuti sempre più isolati ed emarginati all’interno del CEC.

Ci sentiamo sempre meno a casa nostra qui. Due Chiese ortodosse hanno già abbandonato il CEC; non hanno inviato una propria delegazione a questa assemblea. Altre hanno deciso di inviare delegazioni ridotte, o di abbassare il livello di rappresentanza. Che significa tutto ciò? Significa che gli ortodossi non sono più soddisfatti del programma di lavoro e della struttura del CEC.

Tale insoddisfazione è stata espressa chiaramente nell’incontro panortodosso di Salonicco nel maggio 1998 (cf. Regno-doc. 21,1998,711). La Dichiarazione di Salonicco ha chiesto che il CEC sia radicalmente ristrutturato per consentire una più adeguata partecipazione degli ortodossi. La proposta è stata accolta favorevolmente dal Comitato esecutivo, e vorrei sollecitare tutti i nostri fratelli e sorelle qui presenti ad appoggiare la costituzione della Commissione mista.

Infine, la Dichiarazione di Salonicco sottolinea che se la struttura del CEC non viene radicalmente modificata altre Chiese ortodosse si ritireranno dal CEC, come ha fatto la Chiesa di Georgia. Non si voglia male interpretare questo linguaggio, non è una minaccia né un ricatto; è piuttosto un grido di dolore. Esprime la dolorosa realtà in cui molti ortodossi si trovano a vivere dentro il CEC, una realtà che non è possibile sopportare ulteriormente.

Alcuni, in questa sala, dicono: «Se non siete soddisfatti, andatevene». Noi non vogliamo andarcene; vogliamo restare, vogliamo continuare il nostro viaggio insieme. Ma vogliamo che il CEC sia radicalmente trasformato, perché possa essere davvero una casa per gli ortodossi nel secolo a venire.

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